E tu, non ti resta che stare con il bambino, sei pur sempre la nonna!

Lidia, sei davvero sicura che ora sia il momento giusto per un bambino?

Andrea posa la tazza e fissa la figlia, seduta di fronte a lei con quellespressione che tradisce già lattesa di una notizia sgradita.

Mamma, lo abbiamo già discusso più volte.
Proprio per questo ne parliamo ancora. Tu e Marco siete sposati da solo un anno. Lui ha appena iniziato a salire di grado al lavoro, tu nella tua azienda non sei ancora arrivata a responsabile senior. Fai fatica a tirare avanti. E adesso ti appare un bambino

Lidia alza gli occhi al cielo: il gesto che Andrea conosce fin dalladolescenza. Prima significava lasciami stare, ora è più un cosa credi di sapere.

Da noi tutto fila liscio, mamma. Marco guadagna bene. Ce la faremo. E, ricordi quel detto sul coniglio e il prato?
Sì, le favole sul prato le ho sentite, ma il bambino non è un coniglietto di peluche che puoi mettere su uno scaffale quando ti annoia. E guadagnare bene vale solo se hai un cuscino di sicurezza. Basta non doversi chiedere da dove arrivano i soldi per pannolini e biberon se il capo decide di licenziare qualcuno.

Lidia scrolla le spalle e si volta verso la finestra, con il gesto di chi chiude definitivamente una discussione. Andrea sa che sua figlia pensa che il silenzio sia una vittoria. Inspira profondamente. A venticinque anni, ancora interpreta ogni consiglio come un affronto personale.

Lidia, non ti sto proibendo nulla dico solo ti chiedo di riflettere. Un anno o due non cambieranno molto, ma potrebbero darti un po più di stabilità.
Io so quando devo partorire.

Quelle parole hanno una tale autorità che Andrea scuote la testa. Insistere sarebbe inutile; a volte le persone devono imparare a farsi le proprie cicatrici, soprattutto quando sono i propri figli.

Esattamente nove mesi dopo, Lidia chiama dal reparto maternità.

Mamma, è una bambina! Duecento cinquantadue centimetri! È così carina, non ci credi!

La voce di Lidia è un tintinnio di gioia e Andrea non menziona più quellennesima discussione di un anno fa. Perché? Il bambino è già nato, sano e desiderato. Il resto sono dettagli che col tempo si sistemeranno o forse no.

Andrea va a trovarla ogni settimana, portando frutta e qualche piatto pronto. Lidia, nei primi mesi, riesce a farvi una doccia appena, figuriamoci stare ai fornelli. Andrea aiuta, ma resta entro i limiti, senza consigli invadenti, senza giudicare se la nipotina viene messa a letto alle sette o alle dieci, senza torcerla quando Lidia compra latte biologico costoso invece di quello comune.

Famiglia altrui è sempre un territorio sconosciuto, anche quando è la famiglia di tua figlia.

Ginevra cresce, afferra i sonagli con le sue manine paffute. Andrea la osserva e avverte quella strana sensazione: amare qualcuno così intensamente sapendo che sei solo unospite. È un ospite gradito, ma resta comunque un ospite.

Lidia fiorisce nella maternità. Dimagrisce per la mancanza di sonno e le corse infinite. Sotto gli occhi si dipanano ombre, ma sorride come non faceva dai tempi del liceo. Andrea si rallegra per lei, davvero.

Dopo sei mesi, Lidia arriva a casa di Andrea con il volto che annuncia subito una conversazione poco piacevole.

Mamma, abbiamo dei problemi.

Andrea fa accomodare Lidia in cucina, accende il bollitore. Lidia si incrocia le dita e fissa il tavolo.

Non abbiamo più soldi. Per niente.
Per cosa esattamente?
Per tutto. Bollette, pannolini, latte, spesa. Sai quanto è caro tutto adesso!

Andrea conosce la situazione. Lha calcolata lanno scorso, quando ha cercato invano di spiegare a Lidia i conti base.

Marco ha avuto una promozione?
Sì, ma non basta. Devo tornare a lavorare, mamma. Così non ce la facciamo.
Capisco.
Non riesco a trovare una crèche per Ginevra prima dei diciannove mesi; ho chiamato tutte le strutture in zona. E la tata Lidia sogghigna amara costa così tanto che è più facile non lavorare affatto.

Andrea resta in silenzio. Sa già dove sta andando la chiacchierata, e quella consapevolezza le stringe il petto.

Mamma, potresti… stare con Ginevra mentre io lavoro?
Lidia, io lavoro.
Ma potresti licenziarti o prendere un congedo. Hai giorni di ferie non usati, vero?

Andrea scuote lentamente la testa. Lidia la guarda con una speranza che quasi la fa provare un po di pietà per il suo delusione.

No, Lidia. Non lascerò il lavoro per stare con il tuo bambino.
Perché? È tua nipote, mamma!

Nella voce di Lidia risuona quella nota esigente, quasi infantile, come quando al negozio una bimba di cinque anni vuole una bambola e il genitore le spiega che manca ancora una settimana allo stipendio.

Perché ho una vita, un lavoro, dei progetti.
Che progetti, mamma? Hai cinquantacinque anni!

Andrea non reagisce. Da tempo sa che per sua figlia lei è una figura distante, la mamma che per definizione non dovrebbe avere desideri o ambizioni.

Ecco perché non passerò gli ultimi anni a cambiare pannolini.

Lidia spinge il bicchiere così forte che il tè schizza sul tovagliolo.

Sei egoista.
Forse.
Sei una pessima madre!
Anche questo è possibile.

Andrea vede le lacrime di Lidia, un miscuglio di rabbia, risentimento e forse qualcosa di più. Lidia non sa perdere. Da bambina lanciava i dadi contro il muro se perdeva.

Le settimane successive diventano un loop di discussioni identiche. Lidia chiama, scrive, visita. Sempre la stessa frase: sei una cattiva madre, sei una cattiva nonna. Come puoi? Io sono tua figlia. Ginevra è tua nipote.

Un giorno Andrea non regge più.

Dimmi concretamente in cosa ti ho deluso. Perché improvvisamente mi consideri cattiva?

Lidia si blocca, non si aspettava quel cambiamento.

Ti rifiuti di aiutare!
Non è una colpa, è una scelta. E dove sono stata cattiva da madre quando eri piccola?
Tu tu Lidia si interrompe Sei sempre stata al lavoro!
Lavoravo perché ti nutrivo, ti vestivo. Ti ricordi il nido più prestigioso del quartiere? I vestiti di Bimbi Moda mentre le altre ragazze indossavano abiti usati?

Lidia resta in silenzio.

Luniversità? Pagata, ovviamente. Ho tenuto il conto per cinque anni perché avessi una laurea decente.
Mamma
Ricordi lappartamento che ti ho regalato per il matrimonio? Un bilocale in una zona buona? E la macchina?

Lidia arrossisce, non sa se per vergogna o per rabbia.

È diverso.
No, non è diverso. Come madre, ho dato tutto quello che potevo, forse anche più del dovuto. E ora, quando ho davvero bisogno di aiuto, ti rifiuti!

Andrea inspira profondamente.

Lidia, ti avevo avvertita lanno scorso: aspetta di stare in piedi da sola. Tu hai detto che sapevi quando partorire. Era la tua scelta.
E adesso? Mi punisci per quella decisione?
No. Semplicemente non intendo sacrificare la mia vita per la tua.

Lidia si alza di scatto, gli occhi colmi di lacrime, le labbra contratte dal pianto trattenuto.

Non dimenticherò mai come ti sei comportata!
Forse. O forse capirai, un giorno, quando sarai nonna.

La figlia esce senza neanche salutare.

Due mesi di silenzio. Andrea chiama, Lidia rifiuta le chiamate, i messaggi restano non letti. Vede la nipotina solo nelle foto sui social, perché Lidia non ha ancora bloccato la madre.

Andrea scorre le foto la sera. Ginevra impara a sedersi, poi a gattonare. Sorride alla fotocamera, allunga le mani verso i giochi. Cresce senza di lei.

È stato doloroso? Sì. Ma Andrea non rimpiange la sua decisione.

Riflette su quanto sia facile per le persone abituarsi al bene, su come le richieste diventino pretese.

Lidia è sempre stata così: prende, accetta, pretende. Finché Andrea acconsenteva, tutto andava bene. Basta dire no ed è diventata un mostro.

Col tempo, forse, la figlia capirà. Imparerà a farsi carico delle proprie scelte, a maturare, almeno entro i trentanni.

Nel frattempo Andrea continua la sua vita. Va al lavoro, incontra le amiche, programma una vacanza estiva. Aspetta, pazientemente, senza rancore, senza desiderio di vendetta.

Aspetta solo che la figlia superi quellegoismo infantile.

Lei è sempre stata paziente.

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