30 dicembre, Milano
Questa sera non dimenticherò mai. Ho deciso di scrivere tutto, anche solo per capire se è davvero accaduto. Ogni volta che chiudo gli occhi, vedo la scena come un film grottesco che mi riguarda solo a metà come se fossi uno spettatore, invece che il protagonista.
Tutto è iniziato in modo assurdo. Stavo ancora sul divano quando Bianca è rientrata: non mi sono nemmeno alzato. La sua voce, ferma e decisa, ha risuonato per il soggiorno:
Allora, che succede? nel suo tono c’era quel modo da comandante che solo lei sapeva avere.
Succede che te ne vai da casa, tesorina! Quindi, il borsone lascialo comè: stasera ci separiamo e te ne vai! ho risposto.
Bianca ha spalancato gli occhi. Tesorina? Ero stato ironico: lei non è certo una creaturina fragile anzi, supera il metro e ottanta. Solo qualche sera fa ridevamo con Alice, la mia amica dinfanzia, su tutte queste sciocchezze dei soprannomi. Alice ha sempre avuto una battuta pronta: Ma quale coniglietta? Sei praticamente un leprotto gigante!.
A dire il vero, Alice è stata fondamentale per cercare di risollevarmi il morale negli ultimi giorni. Lavora in unagenzia di eventi qui a Milano; per Capodanno era saltato fuori un imprevisto il ragazzo che doveva fare la parte del coniglio nelle visite a domicilio si era ammalato di polmonite. Così si era creata una piccola emergenza, che solo una mente creativa come quella del nuovo capo poteva prendere come opportunità per portare una ventata di freschezza tra le tradizioni, come diceva lui.
Ecco quindi la trovata: accanto a Babbo Natale e alla tradizionale Befana, nelle case milanesi sarebbe arrivato anche il Coniglietto. Strano, vero? Ma si sa, chi paga organizza la festa come vuole.
Alice mi ha chiamato proprio quando mi sentivo peggio: Bianca era partita durgenza per Firenze dalla madre malata, lasciandomi solo con le luci dellalbero a fissare il soffitto. Ormai era il terzo viaggio in meno di due mesi. Ogni volta metteva le sue cose nel borsone davanti a me, sospirando: Non posso proprio lasciare mamma da sola, lo capisci, vero?.
E io? Proposto pure di seguirla, di non lasciarla sola la notte di Capodanno. No, amore, tu fai festa: già mi basta che sia triste per me. E così son rimasto. Sai, le compagnie per festeggiare le trovi a Milano, ma non era quello il punto. Avevo addosso unapatia che non auguro a nessuno.
Quando Alice ha chiamato proponendomi di sostituire il coniglietto, ho detto sì, più per evadere da casa che per quei pochi euro anzi, pochi euro non erano: quarantacinque euro a uscita, che pagano bene per leggere filastrocche e dirigere trenini attorno allalbero.
Da Babbo Natale a babbeo la strada è breve In fondo, il costume mi stava, barba e baffi incollati, valigetta rossa, e via: a portare regali a bambini che conoscevo appena. Alice in versione Befana era irresistibile, e Vito che faceva il Coniglietto in sua assenza era un omone buffo, con una pancia che sembrava una mongolfiera.
La scena più incredibile, però, è avvenuta durante lultimo giro, il 31 dicembre alle dieci di sera. Eravamo su di giri: Alice aveva promesso che dopo saremmo passati da lei, a stare con suo marito e sua madre, che mi conoscevano dalla scuola.
Poco prima avevo chiamato Bianca, giusto per sentirmi meno solo.
Come stai, amore? ho chiesto.
Resisto, caro. Mamma dorme, io mi guardo la tv in cuffia e penso a te.
Ti amo, ti chiamo a mezzanotte!
Anche io! Buona festa, coniglietto!
Quindici minuti dopo, succede quello che non mi sarei mai aspettato. Suono il campanello, si apre la porta ed è proprio lei. Bianca, il mio amore, in vestito da sera. Qui, a Milano doveva essere a Firenze. Il cervello si blocca, il cuore a mille. È uno scherzo?, mi chiedo. No, è proprio lei: vedo perfino la piccola cicatrice sopra il sopracciglio sinistro.
Dentro, ad accoglierci, cera un tipo grassoccio e pelato, completamente sbronzo che si faceva chiamare Vady. Si vantava di essere il bambino Vadim a cui dover fare gli auguri. Alice, in parte attonita, ha solo chiesto dove fosse il bambino vero abbiamo capito subito tutto: aveva organizzato una festa privata con Bianca. Lei rideva, abbracciata a quello, già su di giri.
In un lampo mi è stato tutto chiaro: i regali dalla povera mamma pensionata di Firenze, le lunghe assenze, i messaggi evasivi. Avrei voluto urlare, insultarla. Ma non sono riuscito a dire nulla. Ho solo fatto il mio dovere da Babbo Natale, mantenendo la voce impostata, persino riprendendomi la scena con il telefono. Che commedia amara! Il Vady ci ha pure cacciati via sbraitando quando si è stufato di leggere filastrocche.
In macchina, Alice mi guarda:
Bella ragazza la tua Bianca. Ma cosa ci troverà in quello lì?
Volevo gridare: Sono io suo marito!, ma mi sono trattenuto. Una volta a casa, ho mandato un sms ad Alice dicendo che non me la sentivo di festeggiare più: ho inventato febbre e mal di testa. Ho passato il Capodanno da solo; mi sono reso conto che avevo bisogno di capire cosa fosse successo, davvero.
Ero innamorato. O almeno così pensavo. Dopo quella notte, qualcosa era cambiato in me. Non avrei mai potuto perdonare tutto quello: il tradimento, certo, ma soprattutto la montagna di bugie, la crudeltà di quella recita.
Già la sera di Capodanno avevo deciso per la separazione: la casa era mia, lavevo comprata con anni di sacrifici. Due giorni dopo, Bianca ha provato a tornare, trovando solo le mie valigie già pronte per lei.
Cosè successo? mi ha chiesto, come se non sapesse nulla.
È successo che qui non sei più la benvenuta, tesorina. Divorziamo. Il borsone lo tieni pronto, vai pure da mamma a Firenze. Oppure dal tuo Vady.
Ha provato a negare. Non è come pensi. Ma sapevo troppo. Ho finto di essere curioso: Quel pelato allegro, sarà un dottore? Forse un farmacista di fiducia?. Era inutile. Ho mostrato il video girato col telefono. Lei non ha detto nulla.
Forse mi voleva davvero bene, a modo suo. O forse, semplicemente, era comodo così. Chiedere scusa per una scappatella, forse lavrei anche perdonata. Ma non per il tradimento vestito con linganno. È stato come un crimine premeditato.
Ha pianto, supplicato, cercato la mia pietà. Ma ero deciso: Quando si chiude una porta, si chiude, ho detto. E così è stato. Il giudice ha firmato il divorzio qualche mese dopo.
Se ripenso a tutto ora, mi dispiace solo per una cosa: di non aver sbattuto la porta quella stessa notte, davanti a tutti, per gridare la mia verità. Forse, per la prossima volta, saprò essere meno educato e più sincero con me stesso. Anche in Italia, le commedie finiscono con una porta che si chiude. E per una volta, sono io a chiuderla.




