Il mio rivale peloso: il gatto che dorme con mia moglie, mi allontana con tutte le zampe, riceve sem…

Il gatto dormiva con mia moglie, premendosi contro di lei con la schiena e spingendomi via da lei con tutte e quattro le zampe. Al mattino mi fissava con occhi beffardi, come a dire che il letto non era abbastanza grande per entrambi. Io borbottavo qualche rimprovero, ma tanto non ci potevo far nulla. Il cucciolo preferito, capisci. Il tesoro, la luce dei suoi occhi. Mia moglie rideva di cuore, mentre io resistevo a fatica al desiderio di traslocare sul divano.

A quella stessa stellina veniva cotta la trota più fresca, accuratamente spinata da mia moglie; le croccanti e gustose croste venivano appoggiate in una piccola montagnetta ordinata vicino ai succulenti pezzi ancora caldi nel suo piattino decorato. Notavo come il gatto, Cesare, mi guardasse con un sorrisetto storto di superiorità:
Vedi? Tu sei uno qualunque, qui il vero padrone sono io!

Quella poca trota che avanzava finiva nel mio piatto, ossicini e pelle inclusi. Insomma, era una guerra fredda silenziosa. Per ripicca lo spingevo piano dal tavolo o lo scacciavo dal divano con un colpetto. E lui trovava sempre il modo di vendicarsi, seminando imboscate nei miei mocassini con bombe a orologeria. Mia moglie rideva e diceva:
Ecco, smettila di dargli fastidio e continuava ad accarezzare il suo sole dargento. Cesare, dal pelo grigio come la nebbia di Milano, mi guardava dallalto, come un re. Io sospiravo. Che altro potevo fare? Moglie ne ho una sola, meglio sopportare.

Ma quella mattina…

Mentre mi preparavo per andare in banca, udii dal corridoio un urlo disperato di mia moglie, Francesca. Corsi e mi trovai davanti una scena da incubo: sei chili di pelo elettrizzato e artigli, colmi di rabbia, si scagliavano contro di lei come un toro davanti alla bandiera. Appena mi vide, Cesare saltò sul mio petto e mi spinse così forte da farmi rotolare a terra fuori dal corridoio. Mi slanciai di nuovo con uno sgabello davanti per difendermi, afferrai Francesca e la trascinai in camera. Il gatto, con un balzo, sbatté contro una gamba della sedia e urlò. Un miagolio terribile, quasi umano.

Nonostante tutto, continuava ad attaccarci, finché la porta della stanza non si chiuse tra noi e lui. Dallaltra parte si sentiva soltanto il sibilo. Riempimmo le nostre ferite con alcool e iodio dalla farmacia di casa. Francesca chiamò lufficio per dire che il nostro gatto era impazzito e che serviva andare al pronto soccorso, non al lavoro. Mi toccò, poi, telefonare anche al mio direttore della filiale per dire, parola per parola, la stessa cosa.

E allora…

La terra si mosse sotto i piedi, uno schianto sordo scosse la palazzina. Dalla cucina i vetri esplosero, in bagno lo specchio si crepò, io lasciai cadere il telefono a terra. Silenzio totale. Senza più pensare a Cesare, ci precipitammo in cucina per guardare fuori: davanti al condominio si apriva una voragine enorme. Pezzi di automobili dappertutto, quella del vicino piccolissimo furgone blu, a metano, caricato di bombole andato in mille pezzi da cui, evidentemente, era arrivata lesplosione. Sui parcheggi, le macchine rovesciate giravano le ruote a vuoto come tartarughe spaesate. Lontano si udivano sirene della polizia e dellambulanza, miste alle urla confuse della gente.

Storditi, io e Francesca ci voltammo insieme verso il salotto. Cesare se ne stava raggomitolato in un angolo, stringendo la zampina anteriore destra ormai rotta e piagnucolava sottovoce. Mia moglie gridò e, senza pensare agli artigli di prima, lo prese in braccio e lo strinse forte. Io afferrai al volo le chiavi della Panda e giù per le scale, saltando i gradini a due a due senza usare lascensore: tutti e sette i piani in silenzio assoluto, con Cesare tra noi come una reliquia.

Perdonatemi chi è stato colpito nellesplosione, ma noi avevamo il nostro ferito a cui pensare.

Per fortuna la nostra auto era parcheggiata dietro al condominio e così, in pochi minuti, sfrecciavamo verso la clinica veterinaria del dottor Mancini. Avevo il cuore pesante, e in un groviglio strano di sogno e realtà mi arrivavano le note della canzone di Ennio Morricone Cera una volta il West dalla radio di sottofondo.

Dopo poco più di unora, Francesca uscì dal veterinario cullando il suo tesoro con la zampa fasciata. Cesare mostrava con orgoglio il bendaggio a tutti i presenti nella sala dattesa, e ascoltando la nostra storia di esplosioni e graffi gli altri padroni di animali si avvicinavano per accarezzare il nostro piccolo ferito.

Tornati a casa, Francesca tornò a cucinare per Cesare la sua amata trota, spinandola con la solita precisione e ammonticchiando la pelle croccante in cima ai filetti. A me lasciava ciò che restava. Cesare, zoppicando sulle tre zampe, si avvicinò alla ciotola e mi guardò con una smorfia di dolore che tentava (inutilmente) di essere sprezzante. Io, invece, mi ero allontanato per terminare delle carte urgenti; quando tornai, guardai la mia porzione di pesce, la ripulii bene dalle lische e la misi silenziosamente nella ciotola di Cesare.

Lui mi fissò stupefatto, stringendo la zampina fasciata. Miagolò piano, interrogativo. Lo presi tra le braccia, portai il muso vicino al mio viso e gli dissi piano:
Forse sono solo uno sfortunato. Però, con una moglie come Francesca e un gatto come te, sono il più felice degli sfortunati. e gli diedi un bacio sul muso.

Cesare ricambiò con una fusa profonda e una gentile testata sulla mia guancia. Lo posai a terra, lui si mise a mangiare la trota tra una smorfia e laltra, e io e Francesca, abbracciati, lo guardavamo sorridendo.

Da quel giorno il gatto dorme solo con me. Lui osserva il mio viso e io prego soltanto una cosa al Signore:
di concedermi ancora tanti anni da passare accanto a lui e a Francesca.
Non desidero altro.
Sul serio.
Perché questa, in fondo, è la felicità più vera.

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