Ma ti sei guardata allo specchio prima di sederti a tavola? la voce di mio marito suonò sprezzante, gelida. Quella vestaglia senza forma, i capelli tutti in disordine. È così difficile, almeno per tuo marito, darsi una sistemata?
Marta rimase impietrita, il mestolo ancora a mezzaria senza aver finito di versare il minestrone nel piatto. Lo sguardo si posò piano su di me, Riccardo. Ero poggiato al tavolo della cucina, tutto preso dallo schermo del mio costoso smartphone e non mi degnavo nemmeno di guardarla in faccia. Indossavo una camicia appena stirata, color cipria, i capelli a posto con il gel e dal collo si sprigionava il profumo fresco e caro del mio nuovo dopobarba.
Negli ultimi mesi ero come trasformato. Dopo ventinove anni di matrimonio e un figlio già grande, andato a vivere con la sua famiglia a Napoli, Marta si era ritrovata al fianco di uno sconosciuto. Avevo iniziato improvvisamente ad andare in palestra, cambiato tutto il guardaroba, ero diventato attentissimo alla dieta e protetto il telefono con password. Ma la cosa peggiore era unaltra: avevo iniziato a criticare Marta in tutto. Non mi andava più come cucinava, come parlava, come si vestiva, persino come respirava.
Sono appena rientrata dal lavoro cercò di mantenere la calma Marta, Ho finito il turno in farmacia, sono passata a fare la spesa e con tutte quelle borse pesanti sono corsa ai fornelli. Cosa dovevo fare, mettermi labito da sera e truccarmi solo per servirti la minestra?
Ecco, ricominci a fare la vittima sbuffai posando il telefono con irritazione. Tutte lavorano, ma sanno ancora essere carine e curate, non come le massaie del mercato! Guarda le mie colleghe: in ufficio, anche alla loro età, sono sempre sui tacchi, in ordine, scattanti. Tu invece sei invecchiata male. Mi vergogno a uscire con te.
Senza replicare, Marta appoggiò davanti a me la scodella fumante e si sedette. Dentro di lei si agitava loffesa, ma non volle piangere: ne aveva già versate troppe la notte, quando io mi chiudevo a leggere messaggi di nascosto.
Se davvero ti vergogni di me, allora perché resti qui? lo disse piano, ma con voce ferma, fissandomi negli occhi.
Sorrisi in modo storto, assaporando il pane nero. Mi sentivo in una posizione di forza. A cinquantacinque anni, mi sembravo allapice della vita, responsabile della logistica in una grande azienda, rispettato e sicuro.
Magari presto non resterò più dissi soppesando ogni parola mentre assagiavo il minestrone. Non pensare che nessuna mi voglia. Ci sono ragazze giovani che mi guardano eccome: intelligenti, belle, con quella luce negli occhi. Capiscono come si tratta un uomo. Prendi Martina del marketing. Ha ventisei anni e mi guarda come tu non mi hai mai guardato neanche da giovane.
Marta sentì un brivido freddo lungo la schiena. Una cosa è sospettare una relazione, unaltra è sentirlo dire in faccia.
E allora, cosè che ti trattiene? la sua voce tremolò appena, ma mi fissò dritto negli occhi.
Scambiai quel tremito per paura. Ero certo che Marta fosse terrorizzata dallidea di rimanere sola. Cosa sarebbe senza di me? Una donna qualunque. Chi mai potrebbe volerla?
Mi trattiene labitudine e la pietà, Marta dissi con sufficienza, spingendo via il piatto mezzo vuoto. Ma non ho pazienza infinita. Se non cambi atteggiamento, se non inizi a curarti e non smetti quellespressione sempre critica, farò le valigie e me ne andrò da quella che mi apprezza. Sono un uomo di valore, vero? Martina mi sogna di notte. Deciditi: o cambi, o vado da una più giovane.
Mi alzai teatralmente, mi sistemai il colletto e mi ritirai in soggiorno, accendendo la TV al massimo. Sapevo che Marta sarebbe venuta da me, pronta a chiedere scusa, magari promettendo dieta e nuovo parrucchiere, pronta anche a implorare.
Invece, in cucina regnava il silenzio più assoluto.
Marta restò seduta di fronte al minestrone ormai freddo. Le mie parole le rimbalzavano in testa: un ultimatum. Doveva strisciare, farsi umiliare, pur di non essere lasciata per Martina.
Allora guardò fuori dalla finestra, dove scendeva il crepuscolo, e passò in rassegna la sua cucina luminosa. Non avevamo comprato quellappartamento facendoci debiti. Dieci anni fa, i suoi genitori avevano venduto la villa di famiglia vicino a Agrigento, trasferendosi in Sicilia per motivi di salute del padre. Gran parte dei soldi lavevano regalata allunica figlia.
Il padre, uomo saggio e lungimirante, aveva preteso latto notarile per la donazione: quei fondi servivano per comprare questo spazioso trilocale in una zona tranquilla di Firenze. Secondo il codice civile, quellimmobile acquistato con denaro donato apparteneva solo a Marta. Io al tempo non avevo nulla da obiettare: i miei risparmi li avevo bruciati sempre, vivendo alla grande. Semplicemente venni registrato lì e godetti del benessere.
Ora, proprio io, che vivevo a casa sua, la minacciavo di lasciarla.
Dentro Marta si ruppe qualcosa. Mesi di offese si dissolsero lasciando
spazio a una chiarezza cristallina. Non aveva più paura di perdermi. Era angosciante vivere nellattesa della prossima critica, lavare camicie intrise di profumi non suoi. Restare sola in casa sua non era da temere: era libertà.
Si alzò, svuotò nel lavandino la mia zuppa avanzata, mise tutto in ordine, si tamponò le mani e venne in soggiorno.
Ero steso sul divano, con aria di soddisfazione, guardando il TG.
Quando la sentii arrivare, non mi mossi, aspettandomi le sue suppliche.
Ho preso una decisione, Riccardo disse serena, fermandosi vicino al bracciolo.
Ah sì? risposi ironico. Domani prenoti parrucchiere, o vai in palestra?
No. Ho deciso di non rovinarti la vita. Un signore come te, con la carriera che hai, dovrebbe stare con chi ti ammira davvero. Vai pure da Martina.
Il mio sorriso scemò dalla faccia. Mi sollevai, incredulo. Non cera traccia di isteria, solo unindifferenza glaciale.
Dici sul serio? Cerchi di impuntarti? Guarda che io non scherzo: me ne vado e poi vedi come ti penti! Resterai sola con le tue pentole… piangerai quando capirai chi hai perso!
Non succederà rispose calma. Hai ragione tu. Il nostro matrimonio è finito. È ora che tu vada.
Scattai su, avvertendo la rabbia crescere. Non era questo il copione che volevo. Doveva implorare, non indicarmi la porta!
Va bene, perfetto! urlai sistemandomi la cintura. Domani tolgo il disturbo! Vedremo se la tua dignità ti terrà compagnia la notte! Io non mi perdo: donne e opportunità ne ho!
Ne sono certa replicò Marta mentre si avviava verso la camera da letto. Cerca di essere rapido: domani esco con le amiche a teatro. Vorrei le tue cose via già la sera.
Restai senza parole, ma convinto che durante la notte Marta si sarebbe pentita, e al mattino avrebbe cercato una riconciliazione. Scelsi di dormire in soggiorno, per sottolineare la mia offesa.
Il mattino seguente fu di un silenzio glaciale. Marta bevve il suo caffè, si vestì e se ne andò al lavoro senza nemmeno affacciarsi in soggiorno. Sentii il portone che si chiudeva. Mi infuriai ancora di più. Tanto, pensai, la sera troverà i mobili vuoti e mi chiamerà disperata.
In ufficio, passai la giornata a chattare con Martina. Era davvero carina, sempre piena di ammirazione per me, sempre pronta a lamentarsi della coinquilina e della minuscola stanza che affittava a Scandicci. Le confidavo che il mio matrimonio era una formalità, che a breve sarei stato libero.
Arrivarono le sei. Sistemai la scrivania, mi aggiustai la cravatta e mi presentai da Martina.
Piccola, ho una sorpresa sussurrai appoggiandomi al suo tavolo. Ho lasciato mia moglie. Da oggi saremo finalmente insieme, posso portare le mie cose già stasera e poi festeggeremo il weekend in un bel ristorantino.
Gli occhi di Martina brillarono, ma all’improvviso si fecero esitanti.
Riccardo… che bello! Però… da me? Lo sai che il monolocale è minuscolo… E la branda è singola. Io pensavo si andasse da te… O magari ci prendi una casa in centro: sei un dirigente, puoi permettertelo!
Fui preso in contropiede. Non avevo certo intenzione di affittare un appartamento costoso: i miei euro preferivo spenderli in abiti, auto, orologi. E poi ero convinto che Marta avrebbe mollato dopo pochi giorni, chiamandomi a tornare. Mi serviva solo un posto provvisorio.
Tesoro, è solo per poco, sorrisi, qualche settimana sistemati da te, poi decideremo. Ora vado a preparare le valigie. Alle otto sono da te.
Uscii contento, guidando verso casa, già pregustando la scena: Marta si sarebbe disperata trovando lappartamento vuoto.
Arrivato sotto il palazzo, salii piano le scale canticchiando. Davanti alla porta tirai fuori le chiavi.
Entrò solo a metà.
Mi incupii. Ritentai: niente, la chiave si bloccava. Il cilindro era stato cambiato: il metallo ancora lucido.
Provai a forzare la maniglia. Niente. Solo allora notai, nellangolo del pianerottolo, tre enormi borsoni a scacchi. Sopra di loro il mio vecchio trolley in pelle, di fianco un sacco trasparente con tutte le mie scarpe. Sul trolley, un foglio di quaderno fissato col nastro adesivo.
Il cuore prese a battere forte. Lessi a fatica la scritta ordinata, riconoscendo la grafia di Marta:
I tuoi effetti sono qui. I nuovi cilindri della porta mi sono costati cinquemila euro: consideralo un mio regalo daddio. Chiederò il divorzio la prossima settimana. Il discorso sulla cancellazione della residenza potrai discuterlo in tribunale, se servirà. Buona fortuna con Martina.
Sentii tremare le gambe. Lei non solo non mi aveva fermato, ma mi aveva cacciato fuori, come un gatto sgradito! E le mie camicie, buttate dentro ai sacchi del mercato!
Cieco di rabbia, presi a bussare con forza.
Marta! Apri subito! Ma che diavolo combini?! Apri, ti dico!
Dalla porta sentii i suoi passi. La catena dacciaio era tesa, giusto uno spiraglio.
Marta ora aveva indosso un abito elegante, i capelli perfetti. Mi apparve del tutto estranea, sicura come non mai.
Cosa gridi? chiese calma. Svegli mezzo condominio?
Sei impazzita?! sibilai, cercando di infilarmi, frenato dalla catena. Quella è anche casa mia! Sono registrato qui! Non puoi lasciarmi fuori!
Alzò appena le sopracciglia.
Sei adulto, Riccardo. La residenza non è proprietà. La casa lho comprata con i soldi dei miei, con regolare atto di donazione. Per legge, è solo mia. E visto che volevi andare via, ti ho anticipato. Le tue cose sono complete, compresi i pesi per la palestra.
Non puoi cacciarmi così! Trentanni di matrimonio! Ho investito nella nostra famiglia! Ho rifatto io lavori!
Le migliorie non ti fanno proprietario tagliò lei, serena. Sei stato tu a porre le condizioni. Le valigie le ho fatte io, ti ho agevolato. Vai, Riccardo: una giovane musa ti aspetta. Io devo riposare, domani lavoro.
Cominciò a chiudere la porta.
Marta, aspetta! la voce ora mi usciva strozzata dal panico. Dove vado… con questi borsoni, ora che è notte?!
Non mi riguarda. Addio.
Sentii il chiavistello. Poi il buio nellingresso.
Mi ritrovai solo, seduto sulla valigia, con la testa fra le mani. Tutto il mio castello si era sbriciolato. Non ero più il signore della situazione, ma un uomo con tre borse e niente casa.
Con le dita tremanti presi il cellulare. Composi il numero di Martina. Tuuut tuuut
Alla fine rispose, musica in sottofondo.
Ehi Riccardo, sei già in macchina? squillò allegra.
Martina, ascolta, qui è successo un casino… Marta ha cambiato le serrature… le mie cose sono fuori. Devo venire da te subito, con tutta la roba.
La musica si abbassò, calò un silenzio teso.
Come cambiate? la voce di Martina divenne gelida, professionale. E lappartamento? Mi avevi detto che allatto del divorzio avresti avuto i soldi per una casa vera!
È intestata a lei regalo dei suoi… non prenderò niente. Però guadagno bene, Martina vedrai, troviamo una soluzione! Dai, vengo ora?
Pausa. Poi un sospiro pesante.
Senti, Riccardo la voce piatta, indifferente. Non fa per me questa storia di borsoni nel mio monolocale. Sono giovane, mi serve uno che risolve, non che si porta i problemi a casa mia. Sentiamoci unaltra volta. Quando avrai una casa tua. Ciao.
Poi, solo il silenzio.
Guardai il cellulare. La musa giovane era svanita come fumo al vento, appena saputo che il dirigente di successo non aveva niente di suo.
Fissai il pianerottolo: muri grigi, finestra sporca, odore di rifiuti. Tre borse: tutta la mia vita. Non avevo dove andare. Da amici? Impossibile, non me la sentivo. In albergo non potevo: lo stipendio arrivava in una settimana, la carta era già al limite per colpa dei regali e della palestra per impressionare Martina.
Sospirai e iniziai a cercare dal cellulare i numeri di qualche ostello economico per la notte.
E dietro quella porta dacciaio, nellappartamento caldo, luminoso e finalmente suo, Marta si versò una tazza di tè al limone e melissa. Si sedette a tavola, ascoltando i suoni della sera fiorentina, sorrise. Per la prima volta da anni, il cuore era leggero. Laria le sembrava fresca, pulita. Davanti, una vita nuova senza umiliazioni, rancori, paure.
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