Giovanni si fermò di colpo: da dietro un leccio lo fissava malinconicamente un cane, che avrebbe riconosciuto tra mille.
La polvere sulla stradina di campagna si sollevava svogliata, come se si trascinasse nel caldo di giugno, stanca di camminare. Giovanni spense il motore davanti a un vecchio cancello storto, ma indugiò nellabitacolo: i borbottii del motore parevano carezzargli ancora le ossa, mentre tutto attorno galleggiava un silenzio strano.
Quindici anni aveva evitato quel paese. Ora, invece, eccolo lì. Perché? Nemmeno lui riusciva a capirlo. Forse per finire un discorso lasciato a metà. Forse per chiedere un perdono che ormai sentiva tardi anche solo a sperare.
Eh, vecchio scemo, mormorò sottovoce, però ci sei tornato.
Girò la chiave. Il rombo cessò. Sulla macchina calò il peso della quiete, densa, rurale, profumata di fieno e di memoria antica. Da lontano abbaiava breve un cane. Scricchiolò un cancelletto. Lui restò lì, immobile, come se temesse il confronto col passato, seduto fra due mondi divisi da una portiera.
La memoria, dispettosa, gli scelse un fotogramma: lei, in piedi al cancello, gli fa ciao con la mano. E lui, solo una volta si gira. Solo una. Lei non saluta più lo osserva appena, la testa leggermente inclinata.
Tornerò, aveva gridato allora.
E non era più tornato.
Si tirò fuori dallauto, sistemò il colletto, ma le ginocchia gli tremavano. Buffo, pensò, sessantanni sulle spalle e ancora la paura di trovarsi davanti a qualche brandello di sé stesso.
Il cancello non cigolava più: chissà chi aveva oliato le cerniere. Maria protestava sempre: «Sti cancelletti vecchi friggono come una padella! Compra dellolio, Gianni!» Mai comprato.
Il cortile, quasi immutato. Solo il vecchio fico si era piegato verso terra, e la casa sembrava respirare ora appena, come rimpicciolita dal tempo. Alle finestre, tende estranee, non quelle di Maria. Altre mani.
Seguì il selciato noto verso il cimitero. Lì avrebbe detto tutto ciò che non aveva mai formulato ad alta voce, quindici anni prima.
Si fermò di colpo.
Un cane emergeva da dietro il leccio. Fulvo, petto bianco, occhi doro vigili come un tempo, come lui stesso li aveva etichettati gli occhi doro. Non soltanto simile: proprio quello.
Birba?.. sussurrò.
Il cane non corse da lui, non abbaiò. Lo guardava. Calmo, come in attesa, con uno sguardo che sembrava chiedere: «E tu doveri, tutto questo tempo? Noi aspettavamo».
A Giovanni mancò il fiato.
Birba non si mosse. Restava lì, silenziosa ombra, ma quegli occhi proprio loro. Maria rideva sempre: «Birba? Una psicologa. Ti legge lanima, lei!»
Santo cielo sospirò. Come fai ancora ad essere viva?
I cani non vivono così tanto.
Ma Birba si alzò lenta, cauta, come una nonna stanca. Gli annusò la mano, poi voltò la testa. Non cera rancore. Solo un messaggio da cane: «Ti riconosco. Ma sei arrivato tardi.»
Ti ricordi, sì, disse Giovanni, senza punto interrogativo. Certo che ti ricordi.
Birba gemette piano.
Scusami, Maria, sussurrò lui sedendosi tra le tombe. Scusa la codardia. Scusa la fuga. Scusa se ho scelto la carriera e ho trovato in cambio solo stanze vuote e viaggi senza senso. Scusa se ho avuto paura di starti vicino.
Parlò a lungo. Seduto accanto alla pietra fredda, le raccontò tutto: lavori inutili, amori in cui non mise il cuore, le telefonate a cui rinunciava sempre. Mancava tempo, coraggio, la certezza che là qualcuno ancora lo aspettasse.
Tornò verso casa, stavolta con Birba alle spalle, accettato di nuovo nella sua cerchia, forse senza felicità, ma senza ostilità.
Una porta sbatté.
Chi è lei? chiese una voce di donna, tesa, puntuta.
Sulla soglia, una donna di quarantanni circa. Capelli neri raccolti, espressione severa, eppure negli occhi gli occhi di Maria.
Io sono Giovanni, balbettò. Prima qui
So chi è, lo interruppe. Mi chiamo Giulia. La figlia. Non mi riconosce?
Giulia, figlia di Maria dal suo primo matrimonio. Guardava Giovanni come se ogni parola dentro le bruciasse.
Scese, e Birba le si avvicinò subito.
Sei mesi che mamma non cè più, disse Giulia neutra. E lei dovera prima? Quando soffriva? Quando aspettava? Quando sperava?
Colpito in pieno. Mancavano le parole.
Non sapevo
Non sapeva? un sorriso amaro. Le sue lettere mamma non le buttava. Ha tenuto tutto. Sapeva sempre gli indirizzi. Trovarla era facile. Ma lei non ha cercato.
Silenzio. Cosa aggiungere? I primi anni scriveva, poi le lettere rare, poi fuse al lavoro e alle vite altrui. Maria svanì come un sogno dolce da cui non ci si risveglia mai più.
Era malata? chiese a fatica.
No. Solo il cuore. Stanco di aspettare.
Lo disse calma. E fu più doloroso.
Birba ululò piano. Giovanni chiuse gli occhi.
Lultima cosa che disse, aggiunse Giulia, «Se Gianni torna, digli che non sono arrabbiata. Capisco».
Comprendeva sempre. Lui non seppe mai capire sé stesso.
E Birba? Perché era al cimitero?
Il respiro di Giulia si fece lungo e lento.
Ci va ogni giorno. Si siede lì. Aspetta.
Cenarono muti. Giulia rivelò di lavorare come infermiera, di essere sposata ma vivere sola «La vita ha voluto così». Niente figli. Ma cera Birba ora suo rifugio, memoria, eredità di madre.
Posso restare qualche giorno qui? chiese Giovanni.
Giulia lo fissò.
Poi sparisce di nuovo?
Non lo so, ammise. Davvero, non so.
Restò. Non per un giorno, ma una settimana. Poi due. Giulia non domandò più delle sue partenze forse capì che neppure lui aveva risposta.
Riparava il cancello, sistemava le assi, portava acqua dal pozzo. Il corpo dolorante, ma lanima improvvisamente quieta. Come se qualcosa finalmente si fosse arreso.
Birba lo ammise davvero solo dopo una settimana. Si avvicinò da sola. Si sdraiò accanto, la testa sulle sue scarpe. Giulia disse:
Vi ha perdonato.
Giovanni guardò fuori. Il cane. Lalbero. La casa che ancora respirava leco di Maria.
E tu, Giulia, puoi perdonare? chiese sottovoce.
Giulia rimase zitta a lungo, come se misurasse ogni parola dentro.
Non sono mamma, rispose infine. Per me è più difficile. Ma ci provo.
Birba era sempre la prima sveglia. Non appena il cielo schiariva, sgattaiolava fuori, silenziosa, come per una missione misteriosa. Giovanni non ci badava: i cani hanno le loro strade. Poi notò sempre la stessa direzione. Il cimitero.
Va lì ogni giorno, spiegò Giulia. Da quando non cè più la mamma. Si sdraia, rimane accanto. Come un angelo custode della memoria.
La memoria di un cane dura più di quella di tanti uomini. Gli uomini rimuovono il dolore, cercano scuse, inventano abitudini. I cani no. Loro custodiscono, amano, aspettano.
Quella mattina le nuvole sembravano trasalire le tegole. A mezzogiorno pioveva, e a sera il cielo si squarciò: vento, acquazzone, tuoni. Le gocce frustavano i vetri, i lecci si piegavano come impauriti.
Birba ancora non cè, disse ansiosa Giulia, spiando loscurità. Rientra sempre per cena. Ora sono le nove.
Giovanni guardò. La pioggia invadeva tutto, la terra disfatta, laria stonata. Solo i lampi svelavano i tronchi.
Magari si sarà riparata da qualche parte, cercò di rassicurare, ma la voce non gli reggeva.
È vecchia, Giulia strinse il davanzale. Col temporale ho paura.
Hai un ombrello?
Sì. Alzò un sopracciglio. Vuole uscire adesso?
Ma Giovanni stava già indossando la giacca.
Se è là, non andrà via. Rimarrà finché la pioggia non passa. E la notte, alla sua età può essere dura.
Non concluse, ma Giulia aveva capito. Gli porse una torcia e un ombrellino azzurro con le margherite. Grazioso, eppure fortissimo.
La strada per il cimitero era fango e fumo dacqua. La torcia fendeva stento la cortina di pioggia. Lombrello si rovesciava a ogni folata. Giovanni scivolava, bestemmiava a mente ma avanzava.
Porca miseria, pensava, sessantanni e le giunture cigolano come vecchie cerniere. Stanotte ci lascio la pelle. Ma devo andare. Devo.
Il cancelletto sbatteva nel vento, senza più fermo. Entrò, puntò la luce a terra. La trovò.
Birba, sdraiata accanto a una croce, tutta bagnata, col fiato lento, ma ferma. Neppure alzò la testa finché lui non si chinò.
Eh, bella mia si inginocchiò nel fango. Perché così
Lei gli rispose solo nello sguardo, stanco e sommesso: «Non posso lasciarla sola. Io ricordo».
Maria non cè, disse con voce rotta. Ma ora ci siamo noi. Insieme.
Tolse la giacca, avvolse Birba, la sollevò tra le braccia. Lei si lasciò fare: nessuna forza rimasta. Forse nemmeno lui ne aveva, ma non importava più.
Perdonaci, Maria, sussurrò alla notte gelida. Perdonami per esser tornato tardi. E lei, perché non ha mai smesso di amarti.
La pioggia cessò solo allalba. Giovanni rimase sveglio accanto al fuoco, Birba coperta dalla giacca sulle gambe. La accarezzava, le raccontava sciocchezze, come si fa coi neonati malati. Giulia portò del latte. La cagnolina ne bevve appena.
Sta male? chiese Giulia.
No scosse la testa. Solo stanca.
Birba visse altre due settimane. In silenzio, vicina a Giovanni, come a trattenere i minuti rimasti, senza perdere neppure un secondo.
Vide il declino: ogni gesto si rallentava, le palpebre calavano più spesso. Ma senza paura. Solo accettazione. E una gratitudine inspiegabile. Come se capisse: adesso può partire in pace.
Se ne andò allalba. Si sdraiò sullo scalino, la testa sulle zampe, e si addormentò. Giovanni la trovò ai primi raggi.
La seppellirono accanto a Maria. Giulia ne fu subito convinta Mamma ne sarebbe felice.
A sera gli porse le chiavi di casa.
Credo che mamma sarebbe contenta se restasse. Se non se ne andasse più.
Giovanni fissò a lungo il metallo scuro: quel portachiavi aveva un tempo scaldato la sua tasca, prima della fuga.
E tu, Giulia? Lo vuoi davvero?
Il sospiro di Giulia conteneva anni mai detti.
Io sì. Annui. Voglio. Questa casa non deve essere vuota. E a me serve un padre.
Padre. La parola che lo aveva sempre fatto tremare. Non perché non volesse. Non sapeva come si facesse. Ma forse, finché uno è vivo, può ancora imparare qualcosa.
Daccordo, affermò. Resto.
Un mese dopo, venduta la casa in città, Giovanni si installò lì per davvero. Metteva a posto lorto, aggiustava il tetto, ridipingeva. Il silenzio non pesava più, era solo il battito della campagna.
Andava al cimitero. Conversava con Maria. E con Birba. Narrava del giorno, del tempo, delle piante seminate, dei contadini incontrati.
Qualche volta gli sembrava che ascoltassero. E questa certezza portava una pace che non conosceva da tanti, tantissimi anni.




