Il miracolo si è compiuto
Martina uscì dallospedale con il suo bambino stretto tra le braccia. Il miracolo non era accaduto. I suoi genitori non erano venuti ad accoglierla. Il sole primaverile splendeva alto, lei si avvolse nella giacca che le andava ormai larga, prese con una mano il sacchetto con le sue cose e i documenti, e con laltra si sistemò meglio il bimbo.
Non sapeva dove andare. I suoi avevano negato ogni aiuto, rifiutavano di accoglierla in casa con il piccolo; la madre pretendeva che firmasse latto di rinuncia. Ma Martina era cresciuta in un orfanotrofio, anche sua madre laveva rifiutata, e lei si era promessa che non avrebbe mai fatto la stessa cosa, qualunque fosse il prezzo da pagare.
Era stata adottata da una famiglia della provincia di Bologna. Papà e mamma le avevano voluto bene come a una figlia vera, fin troppo affettuosi, ma non lavevano mai resa davvero indipendente. E non erano nemmeno ricchi, spesso si ammalavano. Certo, riconosceva che era colpa sua se il figlio non aveva un padre: ora lo vedeva chiaramente.
Lui sembrava una persona seria, le aveva promesso di presentarla ai suoi, ma quando Martina gli aveva detto di aspettare un bambino, lui si era fatto indietro: Non sono pronto, ora, per cambiare la mia vita, aveva borbottato. Era sparito. Il telefono suonava a vuoto; forse aveva bloccato il suo numero.
Martina sospirò forte.
Nessuno è mai pronto, né i padri, né i miei. Invece io sono pronta ad assumermi questa responsabilità.
Si sedette su una panchina, lasciando che il sole le scaldasse il viso. Dove andare? Aveva sentito parlare di centri per ragazze madri, ma si era vergognata di chiedere lindirizzo, sperando che alla fine i suoi genitori sarebbero venuti a prenderla. Invece… niente.
Decise allora di fare come aveva pensato: prendere un pullman, andare in un paesino tra le colline modenesi, dove viveva una vecchia zia della famiglia che laveva adottata. Sicuramente lavrebbe accolta. Martina avrebbe lavorato nellorto, almeno finché fossero arrivati i sussidi per i neonati, dopo di che avrebbe cercato un lavoro qualsiasi. Prima o poi la fortuna lavrebbe aiutata, ne era sicura.
Così, con animo deciso, sistemò meglio il piccolo che dormiva, prese il vecchio smartphone dalla tasca per cercare gli orari degli autobus, e rischiò di essere investita sulle strisce.
Unauto si fermò bruscamente. Ne uscì un uomo alto, capelli grigi, il volto scavato e severo. Cominciò a urlarle contro che doveva guardare dove andava, che rischiava di far male a sé e al bambino, e che lui, già in età da pensione, rischiava di finire in galera per una distrazione di una ragazzina.
Martina, frastornata, si mise a piangere senza riuscire a trattenersi. Il piccolo si svegliò e iniziò a strillare. Luomo la osservò con attenzione, lespressione cambiata:
Dove vai, ragazza, con questa creatura?
A singhiozzi Martina confessò che non lo sapeva.
Lui riprese, questa volta meno brusco:
Dai, vieni con me, sali in macchina. Ti porti a casa mia, ti sistemi, e poi vediamo cosa si può fare. Forza, non restare lì, la creatura piange. Io mi chiamo Costantino Benedetti, e tu?
Martina.
Dai, Martina, sali che ti aiuto.
Portò la giovane madre con il suo piccolo nella sua casa in centro a Modena. Un ampio appartamento con tre camere, ordinato e luminoso. Le lasciò sistemarsi per allattare il bambino.
Mancava tutto il necessario. Martina chiese a Costantino di comprare dei pannolini e gli porse il suo portafoglio con quei pochi euro rimasti. Lui rifiutò con fermezza, dicendo che tanto non aveva nessuno per cui spendere quei soldi.
Salì invece dalla vicina, la signora Lucia, unex dottoressa in pensione, fiducioso che sapesse cosa serviva davvero a una neo-mamma. Lucia, dopo una telefonata di consulto, stilò una lista lunga e meticolosa e la consegnò a Costantino, che tornò dopo poco con tutte le cose.
Quando rientrò, trovò Martina addormentata seduta, la testa piegata sul cuscino; il bambino si era scoperto e si muoveva inquieto. Costantino si lavò le mani e prese in braccio il piccolo, lasciando che sua madre riposasse almeno un po.
Non appena chiuse la porta, Martina si svegliò e, spaventata, gridò dovera il suo bambino. Costantino la rassicurò con un sorriso tenero, riportandole il figlio e mostrandole tutte le cose comprate. Le disse anche che presto sarebbe arrivata la vicina Lucia, che le avrebbe spiegato come prendersi cura del piccolo e avrebbe avvisato il medico di base.
Poi si sedette accanto a lei:
Lascia perdere il paese e la zia. Rimani qui. Ho spazio per tutti, sono solo, vedovo, niente figli né nipoti. Prendo la pensione e lavoro ancora un po. La solitudine mi pesa sempre di più e sarei felice di avere compagnia.
Ma lei, figli non ne ha avuti?
Sì, Martina, avevo un figlio. Lavoravo anni fa in Sicilia, nei cantieri, per sei mesi lì, sei mesi qui. Mio figlio frequentava luniversità a Bologna, stava per sposarsi, la sua ragazza era incinta. Aspettavano il mio ritorno per la festa. Ma lui adorava le moto, un giorno perse il controllo e morì. Io arrivai che dovevo solo seppellirlo. Mia moglie si ammalò gravemente dal dolore e col tempo persi ogni contatto anche con la fidanzata di mio figlio, sapevo che era incinta ma non ho mai trovato né lei né il bambino. Per questo, Martina, ti chiedo di restare qui: sentire ancora cosa vuol dire famiglia. Come si chiama il tuo bambino?
Non so, avevo in mente Samuele. Mi piace, anche se non è molto comune.
Samuele? Martina, mio figlio si chiamava proprio così! Io però non ti ho mai detto il suo nome. Che coincidenza… mi hai commosso! Allora resti?
Volentieri. Sa, sono dellorfanotrofio. Sono stata adottata, ma ora i miei non hanno voluto il piccolo. Non mi hanno presa dallospedale, non so dove andare. Certo, senza di loro non avrei avuto una vita così, mi hanno permesso di finire le scuole e non mi è mancato nulla. Anche se dallorfanotrofio avrei avuto diritto a una casa Mia madre mi lasciò davanti al portone, coperta solo da una copertina con una catenina e un ciondolo.
Va bene, vai a cambiarti, ho comprato anche dei vestiti per te. Poi vediamo come sistemarci con la casa e il bambino. Ho preso anche una vaschetta; Lucia ti insegnerà come fare il bagnetto. E adesso pensiamo anche a mangiare, è importante che tu ti nutra bene per allattare.
Quando Martina tornò con indosso i vestiti nuovi, Costantino notò la catenina al collo e le chiese se fosse quella della madre. Martina confermò e gli mostrò anche il ciondolo. Luomo sbiancò, si sentì mancare e si appoggiò al tavolo per non cadere.
Ripresosi, le chiese di vedere meglio il ciondolo. Con mani tremanti, lo aprì con un gesto preciso.
Lo sai che si apre? Lho fatto fare io… per mio figlio. Si apre in modo particolare, guarda.
Il ciondolo si divise in due; allinterno, una sottile ciocca di capelli.
Questi sono i capelli di mio figlio li ho messi io stesso. Allora sei mia nipote?
La voce gli tremava.
Forse il destino ci ha fatto incontrare perché doveva andare così!
Faccia anche un test, per essere sicuro che io sia davvero sua nipote!
Non ce nè bisogno. Sei mia nipote. Questo è il mio pronipote, e non voglio più sentir parlare di dubbi. Anzi, adesso che ti vedo meglio… hai gli occhi di mio figlio. Ho anche una foto della tua mamma. Ti faccio vedere chi erano i tuoi genitori!
Autrice: Sofia CoraldiMartina si lasciò cadere sulla sedia, il viso rigato di lacrime, ma questa volta erano di sollievo. In quel momento la porta si aprì e la signora Lucia arrivò col suo passo tranquillo, trovando Costantino e Martina abbracciati, il piccolo Samuele che si stiracchiava tra loro.
Scusate, disturbo? chiese sorridendo.
Costantino si asciugò gli occhi con il dorso della mano, poi guardò Martina, che gli restituiva uno sguardo finalmente luminoso.
No, Lucia, non disturbi affatto. Volevo solo dire a questa ragazza che ora è a casa, nella sua famiglia.
Martina, con il suo bambino tra le braccia, si sentì al centro di un nuovo inizio. Nessun passato, né ferite antiche, né abbandoni potevano più toglierle questa semplice certezza: qualcuno lavrebbe aspettata ogni sera, e il suo piccolo avrebbe avuto un nonno pronto a vegliare su di lui, insieme a un piccolo esercito di vicini gentili.
Costantino prese la foto che teneva nel cassetto e la porse a Martina. Lei restò a lungo a fissare i volti sbiaditi, poi sorrise: per la prima volta erano solo ricordi e non più mancanze.
Il sole calava fuori dalle finestre, avvolgendo la casa in una luce calda e dorata. Martina si avvicinò a Costantino, il bimbo tra loro due, e sentì che sì, davvero il miracolo si era compiuto: non perché qualcuno fosse venuto a salvarla, ma perché, nellimprobabile intreccio delle loro vite, avevano trovato il coraggio di restare e di riconoscersi famiglia.
E mentre la notte scendeva dolce sulle strade di Modena, Martina chiuse gli occhi, sentendo per la prima volta quella pace segreta che appartiene a chi non si sente più solo nel mondo.



