«Vado dalla giovane!» annunciò nonno Marcello, 65 anni e baffi come piume di corvo, mentre cercava di stipare una coperta a quadri nella valigia che sembrava ribellarsiil manico sembrava snodarsi come spaghetto al dente.
Fece quellannuncio con la voce di chi dichiara di partire per lAfrica o scoprire un continente fantasma: forte, un po melodramma, sperando nellesplosione di sconcerto.
Ma non successe nulla. Nessuna pioggia di piatti, né urla o collassi.
Sua moglie, Pierina, era davanti allasse da stiro, passando il ferro sulla camicia di lui con uno sbuffo di vapore, la casa azzannata dalla quiete.
«Ti sento, Marcello,» rispose lei, senza distogliere lo sguardo. «Hai messo le mutande di lana? Siamo a novembre, la tua giovane non ti curerà certo i reni.»
La mano di lui rimase sospesa a mezz’aria con un calzino di lana tra le dita. Si aspettava scenate di gelosia, suppliche, magari la minaccia di chiamare il figlio commercialista a Milano. Non una domanda pratica sulle mutande.
«Ma cosa centrano le mutande, Pierina?!» quasi urlò lui, sentendo il viso tinto di rosso. «Io parlo damore, di una nuova vita, di… rinascita!»
Spinse la valigia per chiuderla; quella emise uno scricchiolio mesto, come le sue anche al mattino.
«E tu sempre le solite cose! Pratica, noiosa! La vera vita mi aspetta: energia, voli!»
«Come si chiama questa energia?» domandò lei, appoggiando la camicia impeccabile alla gruccia. «Oppure è solo cucciola memorizzata sul telefono?»
«Si chiama Emanuela!» dichiarò Marcello, petto in fuori. «Non è solo una donna, è una musa.»
Pierina emise un suono tra il sospiro e la risata. Sapeva che lunica poesia che lui apprezzava erano i brindisi agli zii nei battesimi.
«E quanti anni ha questa musa?» chiese lei.
«Ventotto!» sbottò Marcello, lanciando uno sguardo di sfida.
Pierina posò il ferro, si voltò e lo guardò come si guarda una credenza antica che perde una maniglia.
«Marcello,» disse con un tono dolce ma fermissimo, «hai sessantacinque anni, unernia dufficio e fai la dieta in bianco per il fegato. Cosa vuoi farci con una ventottenne, recitarle lOrlando Furioso?»
«Non sono affari tuoi!» fece lui, aggrappando il manico della valigia. «Viaggeremo, cammineremo sotto la luna! Io sono ancora in forma!»
Sollevò la valigia con uno strattone: la schiena protestò con un dolore a fil di lana, ma lui resistette.
«Non dimenticarti le pastiglie per la pressione,» commentò Pierina tornando al cuscino da stirare. «Stanno nel primo cassetto. E la crema per le articolazioni.»
«Non mi servono!» mentì lui, mentre il cuore gli ballava in gola. «Accanto a lei mi sento ventenne! Addio. Ti lascio la casa, sono un signore.»
«Grazie, mantenitore,» annuì lei. «Lascia pure le chiavi sul mobile. E butta la spazzatura di passaggio.»
Nessun dramma, solo la spazzatura come addio. Lui si issò la borsa, il mento che puntava allalto come Dante verso la cima. Senza sbattere, la porta si chiuse dietro a lui.
Nel pianerottolo odorava di gatti tristi e sugo al pomodoro. Il trolley lo tirava indietro, la schiena una morsa, il cellulare vibrava in tasca: Emanuela, la musa, forse.
Chiamò lascensore e, aspettando, pescò il telefono. Messaggio: «Caro, stai arrivando? Ho prenotato un tavolo. Ma… cè un piccolo imprevisto».
Marcello lesse: «Serve inviare duemila euro a mia mamma, deve comprare le medicine e non posso sbloccare altro. Poi ti restituisco!»
Marcello aggrottò le sopracciglia. Duemila euro. Ieri erano mille per il taxi. Il giorno prima, cinquecento per il wifi. Una settimana fa aveva mandato cinquemila per i corsi di ispirazione.
Lascensore arrivò. Nel riflesso vide solo un vecchio baffuto in berretto rosso e occhi smarriti.
«Vado dalla giovane,» pensò, ma la frase era ora vuota come un guscio.
Fuori pioveva a spilli. Marcello trascinò la valigia fin sotto la pensilina dei bus: Emanuela viveva in periferia, tra i palazzi nuovi e umidi.
Seduto sulla panca bagnata, cercò di mandare i soldi dal telefonino. Sul conto solo 1800 euro. La pensione a fine mese.
Mormorò una bestemmia.
Scrisse: «Emanuela, tesoro, ora ho pochi soldi sulla carta. Vengo e li porto in contanti dalla mia riserva.»
Risposta secca: faccina con occhi al cielo. Poi: «Marcello, ma allora? Chiedili a qualcuno! Mia mamma sta male! Se mi ami trovi una soluzione!»
Chiamò subito: solo squilli lunghi, poi riagganciato.
Messaggio: «Sto piangendo, non posso parlare!»
Marcello strinse la valigia come un salvagente. Le macchine passavano schizzandolo.
Il gelo gli si infilò fra ossa e pensieri. La schiena reclamava una flebo di Voltaren.
«Emanuela,» sussurrò a voce alta. Percependone il sapore di plastica.
Dimprovviso, nuovo messaggio: «Allora, hai mandato? Se no, non venire. Non voglio un uomo che non sa fare nulla.»
Guardava lo schermo. Le lettere erano acqua tra i fari delle auto.
Pensò a Pierina. A ieri, quando senza fiatare gli aveva spalmato la crema sulla schiena, a come gli preparava il brodo leggero anche se lo detestava. Lei sapeva sempre doverano i suoi calzini meglio di lui.
Pensò al proprio futuro a casa di Emanuela. Divano estraneo, odore estraneo, dover sempre dimostrare qualcosa. Pagare, pagare, pagare, come un biglietto di accesso alla giovinezza.
E poi, un attacco alla schiena lì con Emanuela avrebbe avuto come unico risultato lo sdegno, non una carezza né una pomata.
Marcello si lasciò sollevare dalla panchina. Le ginocchia facevano crac come foglie secche. Vide il bus per i palazzi nuovi arrivare e andar via. Non si mosse.
Prese la strada del ritorno.
Le scale sembravano infinite, lascensore in sciopero come la FIOM. A ogni pianerottolo, sudore e respiro grosso. Il cuore martellava ma non per amore.
Alla porta posò la valigia e suonò. Silenzio. Nessuna risposta.
Lo sorprese il panico. E se lei fosse uscita? O avesse cambiato la serratura? Aveva lasciato le chiavi sul mobile! Suonò più a lungo.
«Pierina!» chiamò con voce cavernosa. «Pierina, apri!»
Un clic, ed eccola: vestaglia, calma olimpica.
Marcello era zuppo, con il berretto che grondava. Le lacrime gli segnavano il viso, salate di vergogna e vecchiaia.
«Io… Pierina… Lautobus… E la pioggia… Ho pensato…»
Non poteva confessare che la sua Emanuela era solo una truffa travestita da musa. Sarebbe stato troppo umiliante.
Pierina lo squadrò, guardò la valigia, sospirò.
«Hai buttato la spazzatura?» chiese.
Guardò la mano vuota. Aveva dimenticato il sacchetto sulla panchina.
«Lho lasciato…»
Pierina scosse la testa, si spostò per farlo entrare.
«Avanti, Don Giovanni. Il tè si sta raffreddando, e lavati le mani: sei sporco come la notte di San Giovanni.»
Lui entrò, trascinando la valigia. Lodore di casabiancheria pulita e leggera nota di canforacolpì le narici.
Il più bel profumo del mondo.
Tolta la giacca fradicia, andò diritta in bagno. Nello specchio, solo un vecchio stanco. Si sciacquò la faccia, portando via lacrime e umiliazione.
In cucina, Pierina gli versava il tè nella solita grande tazza. Sul tavolo polpette al vapore.
«Pierina,» disse piano sedendosi, «perdonami. Sono un vecchio sciocco.»
«Mangia che si raffreddano,» rispose lei senza voltarsi.
«No, davvero. Che Emanuela? Quali muse? Io senza di te… non so neppure dovè la polizza.»
«Nella busta coi documenti, nel primo cassetto,» rispose automatica e si sedette davanti a lui. «Marcello, ti prego, non cominciamo il teatrino da capo.»
Sgranocchiò la polpetta: incredibile come ora sapesse di una prelibatezza degli Dei.
«E comunque lei… Emanuela…» inventò, «fumava, pensa! E bestemmia.»
Pierina lo osservò da sopra gli occhiali, piccoli lampi negli occhi trattenuti.
«Che orrore,» fece finta di inorridire seria. «E tu, raffinato come sei, non potevi sopportarlo.»
«Certo! Le ho detto: Signora, il suo lessico non si accorda con la sua posa.»
Fece un gesto vago.
«Insomma, ho capito che mancava qualcosa. Vuoto, Pierina. Vuoto cosmico.»
«Meglio così,» annuì lei. «Almeno ti sei fermato a una panchina e non in comune per le pubblicazioni.»
Si alzò, prese una pomata e la posò davanti a lui.
«La schiena, eh?»
Marcello arrossì.
«Un pochino.»
«Togliti la camicia. Ti spalmo.»
Se la tolse; le mani forti di lei massaggiavano la pomata. Bruciava, eppure era un bruciore che curava.
«Pierina?» bisbigliò verso la tovaglia.
«Sì?»
«Sapevi che sarei tornato?»
«Certo.»
«Perché?»
Lei gli diede una pacca sulla spalla.
«Perché nella valigia non cerano né mutande, né calze, né medicine. Hai messo dentro solo la coperta e la mia vecchia pelliccia, che volevo portassi in lavanderia.»
Marcello rimase lì, girò la testa lentamente.
«La pelliccia?»
«La pelliccia. Lhai ficcata dentro allalba, pensavi non vedessi? Senza occhiali sei cieco come una talpa.»
Un silenzio denso cadde. Marcello si rese conto che stava partendo per un nuovo amore con la coperta e la pelliccia della moglie nella valigia.
Iniziò a ridere, un po tossendo, poi solo ridendo. E Pierina, a guardarlo, si lasciò andare agli angoli della bocca.
«Vecchio tronco,» disse, e non era una vera offesa. «Forza, viaggiatore. Finiti i pianti: domani si va allorto, bisogna portare le conserve in cantina. Lì avrai aria buona e ginnastica.»
«Andiamo, Pierina. Sicuro che andiamo,» annuì Marcello asciugandosi le lacrime ridendo.
Il cellulare vibrò ancora: «Emanuela: Dove sei? Mia madre sta morendo! Mandami almeno mille!»
Bloccò il contatto, cancellò la chat. Lasciò il telefono a faccia in giù.
«Pierina, e se lasciassimo perdere le conserve?» propose. «Facciamo una grigliata? Preparo la carne come piace a te, con la cipolla.»
Le sopracciglia di Pierina si alzarono: Marcello non toccava la griglia da dieci anni.
«Grigliata? E il fegato?»
«Al diavolo il fegato,» disse lui. «Si vive una volta sola.»
Le baciò la mano ruvida, ma dolce come la mamma.
«Grazie che mi hai aperto.»
Lei ritirò la mano, piano.
«Mangia, Casanova. Si fredda.»
Sul vetro il vento e la pioggia aumentavano, ma dentro la cucina era luce e tepore. La camicia elegante appesa alla sedia, odore di pomata e tè.
Profumo migliore di mille muse.
Marcello guardava la moglie: ventotto anni sono belli, ma chi altro saprebbe ridere dei tuoi sbagli e aprirti sempre la porta di casa?
«Pierina,» la chiamò.
«Che cè?»
«La pellicciala porto davvero in lavanderia domani.»
«Fallo,» annuì lei. «Ma prima svuota la valigia e tira fuori la coperta. Sto gelando le gambe.»
Marcello annuì e addentò la polpetta.
La vita continuava, e, accidenti, non era così male.



