Il milionario, senza alcun preavviso, si ritrovò davanti al vecchio portone di una palazzina di periferia a Torino; aveva seguito un impulso strano, quasi sonnambulo, che lo aveva portato fin lì, davanti alla casa di una delle sue dipendenti…
Ma la donna che gli aprì non era quella perfetta Elisabetta Renzi che lui ogni giorno vedeva dietro la scrivania nellopen space luccicante del suo ufficio. I capelli erano raccolti male, gli occhi cerchiati di stanchezza, indossava una maglietta sformata e stringeva tra le braccia un neonato che piangeva con voce disperata. Alle sue spalle, nel corridoio stretto, si intravedevano altri due bambini: un maschietto di circa sette anni e una ragazzina più grande, scalzi, che fissavano lo sconosciuto con un misto di paura e curiosità sognante.
Elisabetta diventò bianca come il latte del mattino, riconoscendolo.
Signor Grimaldi?… la voce le tremava come un violino sotto la pioggia. Io posso spiegare.
Leonardo spalancò la bocca, pronto a snocciolare una filippica su responsabilità aziendale e ordine, ma le parole gli rimasero impigliate tra i denti. Nellaria stagnava lodore dantibiotici mischiato a quello di minestrina riscaldata. Vicino a una poltrona logora notò un vecchio materasso e di fianco un pallone di ossigeno.
Chi è? domandò, rigido, accennando verso la stanza.
Mia madre, mormorò Elisabetta. Tumore, fase finale. Non posso lasciarla sola. E la tata abbozzò un sorriso amaro. Con lo stipendio che prendo, la tata è un sogno.
Leonardo rimase silenzioso. Nel mondo ovattato dove era cresciuto, i mali si curavano in cliniche private, i figli si parcheggiavano nei collegi degli Appennini. Sperimentò una vergogna appiccicosa e strana.
Perché non lha detto? riuscì infine a sussurrare.
Elisabetta strinse le spalle.
Non ha mai chiesto, signore. E io avevo paura di perdere il lavoro.
Dalla stanza arrivò allimprovviso una voce femminile, sottile come un filo di ragù sulla tovaglia, che chiamava il nome di Elisabetta. Lei si girò di scatto, stringendo il piccolo a sé, e Leonardo, come seguendo una coreografia sognante, la seguì senza sapere il perché. Sul letto, quasi trasparente, giaceva una donna anziana e smunta, che, vedendolo, gli rivolse un sorriso che sapeva di pane raffermo.
È il mio capo, mamma, disse Elisabetta. È venuto lui.
La donna annuì.
Grazie per il lavoro che date a mia figlia, sussurrò.
Quelle parole lo colpirono più di qualsiasi rimprovero. Allimprovviso, Leonardo vide: per lui Elisabetta era solo una casella in un grafico, per questi occhi era lintero universo.
Uscì in strada, inspirando a fondo il caldo afoso di giugno, e, senza rendersene conto, si sentì diverso, come se avesse cambiato pelle.
Elisabetta, disse con voce roca. Non siete licenziata. Anzi. Da domani avrete lo stipendio pieno anche se non potete venire. Organizzerò una badante per vostra madre e le cure. E esitò, inciso dalle sue stesse parole, perdonatemi.
Elisabetta lo guardava senza fiato, come se lui parlasse arabo. Poi scoppiò a piangere piano, come se sognasse di piangere.
Quando Leonardo risalì a bordo della sua Maserati, il rione non sembrava più tanto estraneo. Per la prima volta da anni, guidò lentamente, e i suoi pensieri vagavano lontano dai contratti. Capì una cosa semplice: i soldi danno potere, ma è lumanità che dà senso alle cose. Da quel giorno, la sua azienda cambiò pelle. Allinizio nessuno se ne accorse. Poi per sempre.





