Oksana si presenta al colloquio di lavoro e rimane senza parole vedendo chi è seduto nell’ufficio del direttore

Caterina si presentò al colloquio e rimase immobile, notando chi era seduto nellufficio del direttore

Per ventanni Caterina Bellini aveva gestito archivi, risposto al telefono, sorriso ai visitatori che spesso non lo meritavano per niente e preparato caffè ai dirigenti con una maestria tale che una volta era quasi stata promossa responsabile del bar aziendale. Eppure era finita nel taglio del personale. Così va la vita.

Ora, un colloquio. Per la prima volta in ventanni.

Caterina era rimasta davanti allo specchio nellingresso, dialogando seriamente con il suo riflesso. Il tailleur ci stava. I capelli sistemati. Il viso… Beh, il viso il tempo non lo nascondevi, quarantasei anni si vedono, ma teneva il colpo. Limportante era non agitarsi. È solo lavoro. Solo un nuovo ufficio, una nuova scrivania, nuove chiamate.

Lamica Paola aveva insistito per accompagnarla, dispensando consigli in ascensore:

Tieni duro, mi raccomando! Sei una professionista. Ventanni di esperienza, mica noccioline.

Ventanni, ripeté Caterina. Eppure mi hanno mandata via.

Va bene, ma lesperienza conta.

Paola, sospirò Caterina, vai, che arrivi tardi anche tu.

Lufficio era in una traversa tranquilla. Palazzo di quattro piani con fare altisonante: colonne, porte a vetri, guardia giurata in giacca. Caterina indietreggiò le spalle. Inspirò. Espirò. Entrò.

La segretaria alla reception indicò il terzo piano:

Il direttore laspetta. Studio trecentodue.

Terzo piano. Corridoio stretto. Targa sulla porta.

Caterina bussò. Entrò.

E si bloccò: dietro la scrivania sedeva Marco.

Il suo ex. Proprio quello cui aveva tolto una scheggia dal dito, cucinato supplì prima degli esami, perdonato ciò che non si sarebbe dovuto perdonare. Quello dopo cui aveva trascorso tre anni dormendo male.

Lui la guardava. Lei guardava lui.

Il silenzio tra loro era denso, il tipo di pausa dopo cui o te ne vai, o resti. Non cè una terza via.

“E questa,” pensò Caterina, stranamente calma, “è proprio la sorte che ci ride in faccia.”

Marco era in ottima forma. E quello bruciava.

Sul serio. Caterina, negli ultimi otto anni, aveva immaginato la possibilità dincontrare lex marito, e nella sua testa Marco somigliava a un cetriolo ammuffito: un po sfiorito, appassito, magari con la pancia. Qualcosa doveva pur succedere in otto anni a chi sapeva ferire così.

Ma no.

Marco era assiso dietro la scrivania del direttore, in una giacca elegante, con taglio perfetto e laria di chi ha stretto un onorevole compromesso con la propria coscienza. Tempie solo appena argentate. Sulla scrivania laptop, agenda, un piccolo cactus. Un cactus, guarda caso. Un simbolo.

Caterina, disse, nientaffatto formale, non un “Signora Bellini” né un “buongiorno”, solo “Caterina”. Come se si fossero lasciati dopo la cena di ieri.

Ciao Marco, rispose lei.

Marco indicò la sedia. Caterina si sedette. Appoggiò la borsa sulle ginocchia, come se fosse indispensabile trattenerla stretta. Almeno quella.

Ho il tuo curriculum qui, disse lui, indicando il tavolo. Ho già dato unocchiata.

Bene.

Ventanni al front office. Decisamente un gran curriculum.

Sì.

Parlava con tono neutro. Distaccato. Guardava un po di lato, non proprio lei ma qualcosa vicino allorecchio sinistro. È lo sguardo di chi ha capito tutto, ma finge nulla.

“Ok, stiamo recitando ai professionisti,” pensò Caterina. “Va bene. Si recita.”

Parlami della tua ultima esperienza lavorativa, iniziò Marco.

Così cominciò.

Caterina raccontava. Tranquilla, chiara, puntuale: mansioni, compiti, carico documentale, software, risorse in carico. Ma nella testa scorreva un altro dialogo.

Ecco luomo che ti ha detto “tu non mi capisci” ed è corso da Roberta della contabilità.

Quali software utilizzavi?

Elencava. E nella mente: ecco luomo per cui hai smesso di mangiare e dormire per mesi.

Ti occupavi anche di ricevere delegazioni per le trattative?

Sì, nellambito dellorganizzazione degli incontri di alto livello e nella gestione documentale.

Lo stesso uomo. Proprio lui. Seduto lì, nella giacca elegante.

Marco annuiva. Prendeva appunti sullagenda o faceva finta, chissà. Caterina seguiva la penna di sfuggita, pensava a quanta sottile ironia avesse la vita, in modo raffinato, quasi sadico.

Fuori: la traversa silenziosa, foglie per terra, ottobre normale. Dentro: otto anni, separazione, tribunali per la casa, unaltra causa per la villa in riviera, notti passate al telefono con Paola senza parlare, senza voce per farlo.

E adesso ecco lui. E il cactus.

Come mai hai lasciato la posizione precedente? chiese Marco. Niente nel tono oltre al professionale.

Taglio del personale. Hanno smantellato tutta la sezione.

Capisco. Pausa. Avevi rapporti diretti con il top management?

Sì. Il mio compito era la gestione della comunicazione coi vertici aziendali e il consiglio di amministrazione.

Sai mantenere la riservatezza?

Certo.

Marco la fissò qualche secondo. Caterina reggeva lo sguardo. Niente sorriso, niente inimicizia, solo sguardo netto.

Bene, disse Marco posando la penna, vorrei proporti di continuare questa chiacchierata in modo meno formale. Che ne dici di un caffè?

Lì, Caterina sentì qualcosa irrigidirsi leggermente dentro. Non era paura. Qualcosa daltro, la sensazione che stesse per iniziare unaltra conversazione. E bisognava essere pronti.

Per me va bene, rispose calma.

Marco si alzò, si avvicinò alla macchinetta vicino alla finestra. Di spalle. Caterina guardava la nuca e pensava: adesso dice qualcosa. Una frase importante o scomoda. Qualcosa per cui ha offerto il caffè.

La macchina sbuffò vapore.

Stai bene, disse Marco senza voltarsi, passando al tu.

Caterina tacque.

Lui appoggiò una tazzina davanti a lei, tornò al suo posto.

Sul serio.

Caterina guardò la tazzina. E lui.

Grazie, disse con voce ferma.

Marco rimase zitto un momento.

Caterina, vorrei dirti una cosa. Non come direttore, ma come persona che ti conosce.

“Qui si fa interessante”, pensò Caterina. Interessante e un po rischioso. Tipo quando il pilota daereo esce dalla cabina con una faccia che lascia intuire: dirà qualcosa di non necessario ma molto serio.

Sono contento che tu sia venuta proprio qui, disse Marco.

Solo un caso, replicò Caterina.

Forse sì. Sorrise appena. Ma sono contento. Davvero. Sei una professionista, è chiaro da subito. Ed è proprio una persona così che mi serve.

Ok.

Vorrei solo, Pausa. Marco pesò le parole come si cammina sul ghiaccio. Vorrei solo che ci capissimo bene. Fin dallinizio. Niente storie vecchie. Una pagina bianca, diciamo.

Ecco.

Caterina appoggiò la tazzina.

“Pagina bianca”. Così si dice. Otto anni, “pagina bianca”. Le cause per la casa: pagina bianca. I mesi senza sonno e senza appetito, pure.

Tacque un secondo. Due. Lo guardò come si guarda qualcosa a cui occorre davvero pensare, prima di accettare.

Marco, disse, quindi mi stai offrendo il posto a patto di cancellare tutto il passato?

Lui accennò un sopracciglio.

Ti sto proponendo di ricominciare. Non è proprio la stessa cosa.

No, rispose Caterina. È la stessa cosa.

Silenzio. Il cactus sulla scrivania rimaneva impassibile.

Vedi Marco, continuò io non ho alcuna intenzione di rispolverare storie vecchie. Non mi interessa e non ho tempo. Ma non fingerò che non siano mai esistite. Perché ci sono state. Sono la mia vita. Non una pagina che si volta così.

Marco la fissò. Incerto.

Sono venuta per un colloquio, dichiarò Caterina. Non per una serata fra ricordi. Se hai bisogno di una dirigente amministrativa con ventanni di esperienza, parliamone. Se vuoi una persona pronta a dimenticare che otto anni fa è esistita, non sono io.

Sollevò la tazzina. Bevve un sorso. Il caffè era buono, e ne riconobbe il valore con una soddisfazione separata, quasi ironica.

Marco taceva, lo sguardo a lei rivolto, indefinibile. Solo dopo Caterina capì cosa fosse: rispetto.

Sei cambiata, osservò.

Sì, assentì Caterina. Otto anni passano.

Marco si alzò, andò alla finestra, restò qualche secondo a guardare la strada, poi si voltò.

Caterina. La voce era quasi sottile. So di aver sbagliato. Allepoca. Non è una pagina bianca. Hai ragione. È esistito, e non ho agito bene.

Caterina lo fissò.

Questo non se laspettava. Per nulla.

Per otto anni aveva immaginato quellincontro in mille modi. Rabbia, indifferenza, sarcasmo. Ma che lui dicesse “ho sbagliato”, non figurava mai.

Mi fa piacere sentirlo, rispose dopo una pausa. Anche se tardi.

Sì. Annuì Marco. In ritardo.

Ora il silenzio era solo silenzio, senza tensione. Come dopo che si è detto tutto.

A proposito della posizione, riprese Marco. Vorrei offrirti la responsabilità del dipartimento amministrativo. Più su del front office. Condizioni adeguate. Decidi tu.

Caterina restò pensierosa.

Ci penserò, concluse.

Va bene.

Si alzò, prese la borsa. Anche Marco si alzò, abbandonando ogni formalità.

Caterina, chiamò Marco mentre lei già apriva la porta.

Lei si voltò.

Grazie per non essere scappata appena mi hai vista.

Caterina rifletté un attimo.

Nemmeno io credevo che sarei rimasta, ammise.

Nel corridoio si fermò per una frazione di secondo.

Rimase lì, davanti alla porta chiusa dallo stemma lucido.

Fuori, Paola la aspettava con un caffè nellanonimo bicchierino del distributore. Vide la faccia di Caterina, la capì al volo e domandò:

Allora?

Mi hanno fatto unofferta, disse Caterina.

Valida?

Sì. Direzione amministrativa.

Davvero. Paola restò un attimo in silenzio. E il direttore chi è?

Marco.

Paola la guardò fisso.

Marco?! Il tuo Marco?!

Ex, precisò Caterina.

E tu?

Ho detto che ci penso.

Caterina prese il bicchiere, bevve un sorso. Il caffè era peggiore di quello dellufficio di sopra. Ma più rassicurante, in un certo modo.

Si incamminarono lungo la via. Le foglie raschiavano il selciato, ottobre ormai consueto. Il sole era fiacco, non scaldava, presenziava.

Ma questa, e Caterina sorrise, appena appena, adesso è una mia scelta. Non la sua. Solo mia.

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