Quando Irene aveva due anni, viveva in un istituto per l’infanzia. Sono arrivata per fotografare i bambini. Mi hanno affidato i casi più difficili da ricollocare.

Quando Iris aveva due anni, viveva in un istituto per linfanzia a Firenze. Ora sto fotografando bambini per un progetto sociale. Mi affidano sempre i casi più difficili da raccontare.

Entro nella sua classe e noto subito questa bambina dal volto teso, quasi vecchio per la sua età, lo sguardo spento e contratto. “Che bimba poco graziosa”, penso tra me e me. Ma quando inizio a fotografarla, la vedo davvero. Dietro quella maschera immobile, addolorata. Improvvisamente prende vita.

È difficile catturare lo sguardo di un bambino deprivato. Ma questa bambina strana mi fissa dritta nellobiettivo. La sua intensità non si stacca mai dalla mia lente.

All’improvviso, mi sembra di vedere la sua anima. Unanima sola, infinitamente sola. Sofferente. Nemmeno la speranza, soltanto il primo istante della sua vita in cui qualcuno la vede davvero. Nota il cuore respinto, che capisce tutto. Un cuore simile al mio. Poi distoglie gli occhi e si riempiono di lacrime.

Chiedo alla maestra: Raccontatemi qualcosa di Iris, devo scrivere un testo. Lei sospira: Cosa si può dire? Non fa niente, non parla. Sta solo seduta sempre in spaccata e dondola avanti e indietro, lamentandosi piano. Non cè granché da raccontare. Non è niente, questa bambina.

Due mesi prima di incontrare Iris, avevamo perso la nostra figlia più piccola.

La nostra vita felice si era schiantata contro un muro di pietra e aveva smesso di esistere. Noi invece – noi continuavamo a vivere in unesistenza diversa. La vita dopo. Camminavamo, parlavamo, mangiavamo, facendo del nostro meglio per nascondere la disperazione ai figli, per non spaventarli. Per donare una speranza che ormai per noi non esisteva quasi più. Pensavo: Mi succederà mai ancora di essere felice? Piangevo in macchina prima di ogni servizio, poi mi sciacquavo la faccia con la neve e cercavo di sembrar normale, di essere una persona qualsiasi. Parlavo con voce normale e sorridevo. Era una recita.

Non volevo altri figli per sostituire quello. Volevo solo sopravvivere in qualche modo. Eppure Iris, con la sua solitudine e il suo dolore, mi era entrata nel cuore. Non che non avessi mai visto centinaia di bambini soli, in attesa, durante questo progetto. Ma questa era come se fosse la mia stessa solitudine quella che aveva trovato la chiave del mio cuore.

A casa dissi a mio marito adorato: Non so da dove iniziare, né cosa sia Ho fotografato una bambina, io lo so razionalmente, ma continuo a pensare a lei… Guardala, magari dovremmo almeno pensarci? E Andrea mi rispose: Ti rendi conto che sei fuori di te? Quali bambine? Noi non riusciamo quasi a respirare.

Sì, sono fuori di me. Ma credo che non tornerò più in me come prima. Dobbiamo imparare a vivere così, come siamo ora.

Andiamo a visitare listituto. Conosciamo Iris. La porta la maestra: minuscola, sempre con la faccia tesa e storta, cammina a fatica, trascinando i piedi. Un rivolo di muco verde sotto il naso. Penso: che creatura sfortunata. Sembra un embrione umano, non sviluppato bene. Mio Dio, cosa ci ho visto, io, in lei?

Tocca un giocattolo che abbiamo portato, cade seduta, si mette in spaccata e inizia a dondolarsi, energicamente, fino a toccare il pavimento con la fronte.

Intanto il direttore sanitario pronuncia queste parole: Signora Loredana, questa bambina non ha neppure un lieve ritardo! Siamo davanti a una gravissima disabilità. Non ci sono prospettive. Dovremo affidarla ai servizi sociali. Capisce? È gravemente disabile e non educabile. Vi rispetto molto, ma qui serve lassistenza. Nessuno la vuole. È già stata rifiutata da sette famiglie. Non fa nulla di quello che dovrebbe fare alla sua età. Solo seduta in spaccata, sempre. Qui la chiamiamo la Piccola Carla Fracci

Ed ecco che mio marito, che fino a quel momento avevo temuto di guardare, dice: Sa, a noi piace questa bambina. La prendiamo noi.

Più tardi gli chiedo: Perché lhai detto? Non volevi. E Andrea risponde: Ho capito che va salvata. E che nessuno lo farà, tranne noi.

Abbiamo adottato Iris, lasciando lo stupore nel personale dellistituto.

Iris è caduta in una depressione terribile. Non si fidava del mondo. Per lei, il mondo era stato solo pericoloso e traditore. Per due anni, nessuno laveva amata né protetta, e lei non aveva mai potuto influire su nulla. Non sapeva chiedere, non sapeva giocare. Strappava tutto, rompeva ogni cosa. Aveva paura di tutto: si spezzava e si dondolava, poi sfociava nellisteria finché non smetteva di respirare. Mangiava solo purè. Camminava a fatica, aveva paura dellacqua, del vasino, del papà, dellascensore, del vento, dellauto

Dentro di me urlava il dolore. Iris urlava fuori. Capisco perché sconsigliano di adottare un figlio dopo una perdita: non hai forze. Tutte le energie servono solo a non cadere a pezzi. Ma per un bambino servono ancora più energie. Tante. Bisogna trovarle da qualche parte. Io le attingevo dal nostro dolore.

Mi ripetevo: Il tuo dolore è nulla, paragonato a quello di questa bimba. Hai perso una figlia, ma hai ancora un figlio, una figlia, un marito, una mamma e amici, una casa, un lavoro che ami. Iris non ha mai avuto niente, niente. Lei soffre molto di più.

Sapete chi era quella creaturina cupa, spezzata, sempre lamentosa e depressa che abbiamo accolto in famiglia, mentre stavamo a malapena in piedi? Si è rivelata la nostra meravigliosa figlia Iris. Le favole si raccontano in poco tempo, ma per viverle ci vogliono anni ora sono già passati nove anni a casa insieme.

Iris è diventata ciò che era nel disegno del Signore luminosa e felice, civettuola, dolce e generosa, tenera, vulnerabile e incredibilmente comprensiva con noi, una bambina adorabile. Frequenta una scuola pubblica, segue un percorso logopedico. Pratica immersioni subacquee. Sì, immersioni!

Un giorno mi dice: Mamma, questa volta sono riuscita subito a far passare il respiro e a cambiare il boccaglio sottacqua… In quel momento scoppio a piangere.

Adesso Iris è in un campo estivo di subacquea sullIsola dElba. Ci è arrivata in aereo. Ha undici anni. Mi chiama, raggiante: Mamma, qui è bellissimo, abbiamo fatto il bagno, cera una tempesta, il mare era gelido! Ma si sta scaldando, ci hanno portato le mute, e domani possiamo immergerci! A cena cera il pesce, lo abbiamo dato ai gatti, qui ce ne sono tantissimi, anche tu lo sai che non mi piace il pesce! Però ho mangiato tanto purè. Siamo saliti su un monte, tredici chilometri, mi sembra che mi siano cadute le gambe… qui ci sono piante rarissime! Ho fatto amicizia con delle ragazze simpaticissime! Ho speso i soldi che mi avevi dato per comprare dei cracker, li ho condivisi con loro. Adesso ci dondoliamo sullamaca mi manchi!

Perché labbiamo salvata. Labbiamo salvata. E ci siamo salvati anche noi. Insieme, su questa zattera.

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Quando Irene aveva due anni, viveva in un istituto per l’infanzia. Sono arrivata per fotografare i bambini. Mi hanno affidato i casi più difficili da ricollocare.