«Il 31 arriveranno mamma e sorella, ecco il menù: vai ai fornelli», disse il marito. Ma la moglie li ha sorpresi tutti

«Il 31 arrivano mamma e mia sorella, ecco il menù dritta ai fornelli», disse mio marito. Ma sua moglie li batté tutti.

Martina asciugava un piatto mentre ascoltava Giovanni che borbottava qualcosa alle sue spalle. Lei non si voltava, guardava fuori dalla finestra dove il cielo si faceva scuro.

Senti, il trentuno arrivano mamma e mia sorella, questo è il menu vedi di cucinare, sbottò lui, sempre incollato al telefono. I gemelli ora non mangiano più pesce, tienilo a mente. E niente maionese, mamma dice che è pesante.

Martina appoggiò il piatto. Si girò.

È il tuo compleanno, Giovanni.

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Eh certo, per questo voglio che sia tutto a posto.

E io dove sarei?

Finalmente alzò lo sguardo.

Tu? In cucina, come sempre. Che intendi?

Martina rimase in silenzio. Quindici anni di silenzio ogni volta che la signora Nella si presentava con le sue direttive, quando la cognata Olga si sbracava sul divano mentre Martina lavava i piatti dei suoi gemelli urlanti. Quindici volte invisibile alle feste degli altri.

Niente, disse lei, e lasciò la cucina.

Il mattino del ventinove Martina chiamò sua madre.

Mamma, possiamo venire io e Davide da te?

Ma certo. E Giovanni?

Giovanni resta. Ha ospiti.

Pausa.

Martina…

Va tutto bene, mamma.

Prese la borsa in fretta: jeans, due maglioni, documenti. Il figlio uscì dalla stanza, guardò la borsa.

Si parte?

Si parte.

Annui. A tredici anni capiva più di suo padre in quindici.

Giovanni tornò verso le sette. Andò in cucina, aprì il frigorifero vuoto. Si voltò.

Marti!

Silenzio.

Girò per casa. Nessuno. Sul tavolo un foglio.

«Giovanni. Lista della spesa nel frigo. Io e Davide dai miei. Cucina tu. Buon compleanno. Chiavi da Vera.»

Giovanni lesse tre volte. Provò a chiamare zero. Scrisse nessuna risposta. Si voltò verso la lista: pollo, patate, aringhe, cetrioli. Si rese conto che non aveva la minima idea di cosa fare.

Il trenta si alzò alle sei e provò a cucinare. A pranzo la cucina pareva bombardata: bucce di cipolla, macchie dolio, pollo bruciato. Le patate erano una poltiglia, laringa scivolava ovunque.

Telefono vibrante. Sua madre.

Giovanni, arriviamo domani alle undici. Martina ha preparato tutto?

Mamma, Martina non cè.

Come, non cè?

È andata dai suoi.

Silenzio. Poi il tono si fece acido.

Come sarebbe? Proprio oggi? Quella donna è matta?

Cucino io, mamma.

Tu?! Giovanni, è uno scherzo?!

Non lo so, mamma.

Vabbè, arriviamo e vediamo. Olga aiuterà.

Giovanni fissò il macello. Dentro, qualcosa si strinse, pungente.

Il trentuno, a mezzogiorno, ecco Nella con una borsa enorme. Dietro, Olga e due ragazzini spettinati.

Su, facci vedere cosa hai cucinato, la madre venne in cucina. E questo sarebbe tutto?

Tre piatti: salame, cetrioli e una poltiglia marroncina.

Giovanni, sei serio? Olga storceva il naso. Abbiamo fatto notte in auto per questo?

Ho fatto del mio meglio, mormorò.

Nella aprì il frigorifero.

Qui non c’è nulla! Niente carne, niente pesce. Giovanni, perchè ci hai invitato se non sei capace?

Io non vi ho invitato. Tu hai detto che venivi.

Ecco, quindi sono un peso?

I gemelli scorrazzavano e uno fece cadere una sedia, l’altro versò qualcosa sul divano. Olga manco ci fece caso.

Olga, falli calmare un po’, chiese Giovanni.

Sono bambini, devono muoversi. O ti danno fastidio i bambini?

Dentro Giovanni scattò qualcosa. Si ricordò di Martina, quindici anni a pulire dietro quei bambini, cucinare, sorridere forzatamente. E nessuno nessuno! le aveva detto grazie.

Mamma, Olga, non ce la faccio, si sedette. Non so cucinare. Sono stanco. Ordiniamo una pizza oppure andate in trattoria.

In trattoria?! Nella quasi svenne.

Proprio nel tuo compleanno? Giovanni, tutto per colpa di Martina, ti ha lavato il cervello.

Martina ha lavorato per tutti voi per quindici anni! la voce gli tremò. Vi ha mai aiutato qualcuno? Vi ha mai detto grazie?!

Noi siamo ospiti, eh!

Non siete ospiti. Siete parassiti.

Nella sbiancò. Afferrò la borsa.

Olga, piglia i ragazzi. Ce ne andiamo. Che si goda la sua fedele mogliettina. Non metterò più piede qui!

Olga lanciò unocchiata velenosa al fratello.

Ti pentirai, Gio.

La porta sbattè. Giovanni rimase solo in cucina. Contemplava il salame e capì: neppure gli auguri. Neanche una parola. Venuti per mangiare, ma appena niente cibo spariti.

Alle sette guidò fuori città. I genitori di Martina vivevano in una casa vecchia, veranda e recinto storto. Giovanni si fermò al cancello, vide luce nelle finestre. Uscì, bussò.

Martina aprì la porta. Capelli sciolti, maglione vecchio. Senza trucco. Si era dimenticato che era così, senza niente.

Ciao.

Ciao.

Posso entrare?

Lei rimase a guardarlo, poi annuì. Giovanni si tolse le scarpe, entrò. Davide sul divano col tablet, la madre di Martina in cucina a tagliare linsalata.

Buonasera, Giovanni, nessun sorriso. Vuoi tè?

No, grazie.

Martina si sedeva sul davanzale, abbracciando le ginocchia.

Se ne sono andati?

Andati. Hanno litigato e via.

Senza auguri?

Nemmeno uno.

Silenzio. Martina scrutava la neve fuori.

Martina, scusami.

Lei non rispose.

Davvero non capivo. Pensavo, famiglia, funziona così. Ma avevi ragione. Non volevano me. Volevano la tua tavola e le tue mani.

Non le mie mani. Il mio silenzio, si voltò. Ci siete tutti abituati.

Sono un idiota.

Solo ora te ne accorgi?

Giovanni si sedette accanto, senza toccarla.

Posso restare? Fino a Capodanno?

Martina lo guardò a lungo.

Puoi. Ma domani pulisci patate e lavi piatti. Tu.

Affare fatto.

Un mese dopo, Nella chiamò per dire che le mancava e voleva venire per il weekend. Giovanni rispose calmo:

Mamma, noi andiamo alle terme. Vuoi venire? Chiavi dalla vicina. Cucini e pulisci da sola.

Cos’è questa storia?!

Sono le nuove regole, mamma.

Lei attaccò. Giovanni sorrise. Martina, seduta lì vicino, alzò le sopracciglia.

Secondo te, capirà?

E se non capisce affari suoi.

Nella non chiamò più a comando. Capì: i tempi erano cambiati. Si poteva ordinare e pretendere servizio solo finché qualcuno taceva. Quando il silenzio finisce finisce anche la sovranità.

Martina non divenne uneroina. Semplicemente smise di sopportare. E bastò questo per cambiare tutto.

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