L’amore dei genitori: I figli sono i fiori della vita – e le loro marachelle il vero test della pazi…

Amore di genitore

“I figli sono i fiori della vita,” ripeteva sempre la mamma. Papà invece, ridendo, aggiungeva: “Sul cimitero dei genitori,” alludendo con ironia alle marachelle, ai capricci e al baccano continuo dei bambini.

Oggi mi sono lasciato andare a un sospiro stanco ma pieno di felicità mentre aiutavo mia figlia Gioia e mio figlio Lorenzo a sistemarsi nel taxi. Gioia ha quattro anni, Lorenzo neanche due. Sono stati benissimo dai nonni: biscotti fatti in casa, abbracci, storie della buonanotte e tutte quelle piccole gioie che con i nonni diventano improvvisamente un po di più.

Anche per me questa visita è stata una vera boccata daria. In casa dei miei, con fratelli, cugini, zie e zii, tutto scorre senza condizioni e senza bisogno di spiegazioni. I pranzi della mamma, a cui è impossibile dire di no. Lalbero di Natale, che brilla di luci colorate e vecchie decorazioni affettuosamente kitsch. I brindisi di papà, lunghi ma sempre sinceri. I regali della mamma, pensati con cura e tanto amore.

Per un attimo mi sono sentito di nuovo bambino e mi è venuta voglia di dire semplicemente: “Mamma, papà, grazie di esistere!”

Questanno io e mia moglie Lucia abbiamo voluto fare un regalo speciale ai miei. Non per dovere, ma proprio per gratitudine. Per tutti quegli anni di infanzia felice, per lamore e le attenzioni che ci hanno riempito la vita, per la fiducia con cui hanno accolto Lucia e, in fondo, dato la loro figlia alla mia famiglia. Per il sostegno, la fede nelle nostre scelte, il condividere ogni passo importante.

“Ho sempre sognato di regalare unauto a mio papà,” mi disse un giorno Lucia, quasi bisbigliando. “Ma il mio non cè più.” Poi, con nuova determinazione, aggiunse: “Ma al tuo papà, invece, lo regaliamo davvero!”

Le ho sorriso, guardandola con quellamore grande dove dentro ci sono gratitudine, rispetto e futuro.

Così, come daccordo, sono arrivato a casa dei miei con i bambini. Portavo vassoi pieni di insalata russa, arrosto, torte casalinghe: tutto cucinato da noi, tutto preparato con attenzione.

Lorenzo ha consegnato alla nonna un enorme mazzo di rose, quasi più grande di lui. Ho abbracciato papà, lho baciato sulla guancia e ho inspirato a fondo: profumo di casa, di mio.

“Dovè Lucia? Come mai senza di lei?” si sono subito allarmati i miei.

In quel momento è squillato il telefono. “È Lucia,” ho detto sorridendo. “Ha un piccolo ritardo, ci raggiunge più tardi. Vuole che iniziamo senza di lei!”

Intanto i bambini correvano già verso il salotto. Sotto il grande albero addobbato cerano pacchi e pacchetti con le etichette: “Da Babbo Natale per”

Gioia, ovviamente, ne aveva più di tutti. Una scatola nascondeva la carrozza magica di Cenerentola. Unaltra, due magnifici cavalli bianchi con criniera dorata. E persino le scarpette di vetro. Poi un abito da principessa vaporoso, guanti lunghi decorati di pietruzze luccicanti, gioiellini, uno specchietto che sembrava davvero magico, trousse di trucchi, libri, giochi per creare.

A Lorenzo fu data una scatola enorme con un autosilo a più piani: le macchinine salivano in ascensore e rotolavano giù su rampe a spirale. In altre scatole, ecco un dinosauro gigante con occhi luminosi, un arco con frecce, un mini-piscina piena di palline colorate, un blaster spaziale e una montagna di album da colorare, pastelli e pennarelli magici.

Neppure a me si sono dimenticati! In una piccola scatola con il nastro cerano orecchini doro tempestati di pietre che brillavano riflettendo le luci dellalbero.

E poi sul tavolo, su un grande vassoio, spiccava la mia torta preferita la sbriciolata con noci, uvetta, canditi e scaglie di cioccolato, proprio come faceva la nonna quando ero piccolo.

Sotto lalbero cerano anche i regali per Lucia, da non toccare fino al suo arrivo, ordine tassativo!

Io e i bambini abbiamo poi dato i nostri doni: a mamma una boccetta di vero profumo francese, a papà un braccialetto dargento di una particolare lavorazione. Gioia ha solennemente consegnato un ritratto dei nonni, un po buffo, quasi da segnaletica, ma pieno di tenerezza e risate.

Ma il regalo più grande doveva ancora venire!

Dopo mezzora e i primi brindisi, quando ormai tutto si era un po calmato e ognuno osservava i propri regali, Gioia mi guardò fissamente e, vedendo che mi ero messo gli orecchini, disse: “Papà, li hai messi per farmi dire che sei bello?” “Certo, proprio così,” risposi sinceramente.

“Sei proprio bello! Anche io lo sono! E mamma! E pure Lorenzo!” E giù una risata di famiglia.

“Ma il nostro genero preferito dovè? Sarebbe ora che arrivasse!”

Ed ecco che arriva. Si accende una luce, si aprono i cancelli: entra nel cortile una fiammante auto bianca, nuova nuova, con palloncini attaccati agli specchietti e al cofano.

Tutti insieme siamo usciti in cortile, tra risate ed esclamazioni, stringendoci nei cappotti sotto la brezza frizzante di dicembre.

Lauto splendeva nel vialetto. Lucia scese dal sedile di guida, sorridendo, e si avvicinò a mio padre porgendogli le chiavi con calma e senza troppe parole.

“È per lei con tutto il cuore,” disse e, in silenzio, gli diede un abbraccio forte, leale, di quelli senza troppa scena.

Papà rimase un attimo incredulo. “Ma siete impazziti, ragazzi non posso”, le parole si incrociavano, faticava a crederci.

Ma lo abbiamo accompagnato, fatto sedere al posto di guida. Ha passato la mano sul volante, osservato la plancia illuminata di luci azzurre, quasi spaziali. Labitacolo nuovo odorava di pelle e di avventure future.

Papà si è asciugato le lacrime raramente lho visto piangere. “Ma che avete combinato”, è riuscito solo a sussurrare. Poi si è alzato e ci ha abbracciati tutti: me, Lucia, i nipoti, la mamma.

Le feste erano davvero riuscite. Eravamo tutti felici, rinnovati dentro, grandi e piccoli. Ma ogni cosa ha il suo tempo: era ora di tornare a casa.

La mattina dopo Lucia è rientrata al lavoro. Papà lha accompagnata con la macchina nuova al volante sicuro, orgoglioso, come ringiovanito di dieci anni. Ho guardato la macchina sparire dietro langolo e ho sorriso: il regalo aveva preso vita, proprio come volevamo.

Dopo pranzo ho chiamato un taxi per il ritorno. Le valigie erano più leggere del solito; i cuori, invece, molto più pieni. Gioia ha dato ancora una volta un abbraccio alla nonna, Lorenzo ha salutato il nonno stringendo forte la macchinina del viaggio.

Siamo saliti sul taxi. Il viaggio è stato tranquillo, i bambini si sono addormentati, appoggiati luno allaltro, sereni e felici sul sedile posteriore.

A un certo punto ho chiesto allautista di fermarsi a una piccola bottega lungo la strada, “Un minuto solo, prendo due pannolini e un po dacqua,” gli ho detto.

Sono rientrato cinque minuti dopo e mi si è gelato il sangue nelle vene.

I miei figli non cerano!

Sul sedile davanti, lautista chiacchierava tranquillamente con una ragazza mai vista.

“Scusi”, ho detto confuso.

La ragazza si è voltata di scatto: “Chi sei? Ma che vuoi?!”

Lautista scrolla le spalle e fa: “Non la conosco”, e poi rivolto a me: “Lei chi è? Che cerca?”

“Ma siete matti?! Dove sono i miei bambini?!”

La ragazza si mette a strillare: “Ma dai! Hai anche dei figli?!” e comincia a picchiare lautista con la borsa.

“Ma che gente fai salire in macchina?!” grido io, “Dove sono i miei figli?!”

Tre, forse cinque minuti di vero caos: urla, accuse, mani che gesticolano, il senso dingiustizia universale.

Poi si apre la portiera. Un signore si china e con calma dice: “Signora ha sbagliato auto. La sua è quella là, più avanti.”

Il mondo si è fermato. Senza fiatare ho chiuso la portiera, sono corso alla macchina identica poco più avanti, ho aperto e

Sul sedile posteriore, Gioia e Lorenzo dormivano beatamente. Neppure un fremito.

Ho tirato un sospiro di sollievo come se fossi appena tornato dallorlo di un precipizio. Mi sono seduto, ho chiuso la porta e ho detto allautista: “Andiamo”

E lì mi è venuto da ridere. Una risata vera, nervosa, liberatoria. Anche il taxista si è messo a ridere, pulendosi le lacrime, felice che fosse finita così niente tragedie, ma una storia da ricordare per tutta la vita.

Guardando i miei figli che dormivano ho capito una verità banale ma profonda: i genitori nella quotidianità sono gentili, stanchi, spesso distratti, sempre pronti a una risata. Ma basta che il pericolo minacci anche solo di sfiorare i figli e dentro di noi si risveglia il leone!

Senza dubbi, senza pensarci, senza paura. Conta solo una cosa: proteggere!

Così funziona lamore di un genitore. Silenzioso finché tutto fila liscio, inarrestabile quando si tratta dei propri figli.

E oggi lho imparato, di nuovo, sulla mia pelle.

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