La madre biologica di mio figlio lo ha abbandonato dicendo che la nascita del bambino non ha fatto altro che rovinarle la vita

Non sono mai rimasta indifferente davanti agli altri. Qualche anno fa, mi sono trasferita da un piccolo paese a una grande città italiana. Ancora oggi non riesco a capire come si possa passare accanto a una persona in difficoltà senza nemmeno voltarsi, o come sia possibile sfrattare una donna con il suo bambino solo perché non riesce a pagare laffitto del mese. Certo, ci sono delle eccezioni. Era il 2007. Stavo tornando dal lavoro. Lungo la strada, mi sono fermata in un supermercato vicino a Piazza Garibaldi. Allingresso ho notato subito una donna con un bambino. Non riuscivo a distogliere lo sguardo da loro. La madre aveva il volto segnato dalla fatica, e sembrava esasperata.

Che vuoi adesso? gli ha urlato contro.

Ho fame, mamma, le ha risposto il piccolo, a voce bassa.

Cerano famiglie che uscivano dal supermercato con i carrelli pieni di cibo. Guardando i vestiti del bambino, si capiva che aveva davvero fame. La madre sembrava impazzita: ha spinto via il figlio e poi, ad alta voce, gli ha rinfacciato che lui le aveva rovinato la vita. Senza aggiungere altro, la donna si è allontanata in fretta, lasciando il bambino lì da solo. Sono rimasta sconvolta davanti a quella scena. Quando il bambino ha capito che la madre non sarebbe tornata, si è seduto a terra e si è messo a piangere piano, il pianto silenzioso di chi si sente abbandonato.

Il cuore mi si è stretto, ma speravo ancora che la madre tornasse da un momento allaltro. Sono passati almeno trenta minuti. Nessuno si è avvicinato al bambino. La madre non era più ricomparsa. Non riuscivo più a starmene con le mani in mano, così mi sono avvicinata a lui cercando di confortarlo. Allinizio mi sentivo a disagio in Italia certa gente si fa subito strane idee ma nessuno sembrava interessarsi a noi. Il piccolo era diffidente, ma quando ho chiamato il vigilante del supermercato per tentare di rintracciare la madre, ha cominciato a parlare. Ho saputo che si chiamava Marco e che aveva cinque anni. Mentre cercavo di capire cosa fosse successo, sono andata a comprare qualcosa da mangiare per lui. Dapprima non voleva accettare nulla, poi, vinta la fame, ha iniziato a divorare il cibo con una voracità che spezzava il cuore.

In seguito ho scoperto che non mangiava da tutta la giornata. Della madre ormai non cera traccia. Non avendo scelta, ho deciso di affidare il bambino ai servizi sociali, così da poter rintracciare i familiari. Ma in cuor mio sentivo che la mia storia con Marco non si sarebbe fermata lì. Per fortuna, avevo degli amici negli assistenti sociali, così riuscivo a sapere come stava il bambino. Ho scoperto che la madre lo crescea da sola: il padre li aveva lasciati. Prima della nascita, la donna lavorava, poi aveva iniziato a rimproverare al figlio di averle rovinato la vita. Lo ripeteva ogni volta. Alla fine, la madre è stata ritrovata: ha dichiarato di volersi liberare del figlio, lasciandolo semplicemente lì. Tanto lo porteranno in orfanotrofio, aveva detto.

Il bambino piangeva, implorando la madre di portarlo a casa, ma quella donna ha firmato la rinuncia genitoriale senza esitazione. Marco ha sofferto molto.

Due anni dopo sono riuscita ad adottarlo. Prima di arrivare alladozione, ho dovuto affrontare molta burocrazia: per questo, Marco ha vissuto per un periodo in istituto. Io però andavo a trovarlo spesso, portandogli piccoli regali e dolci. Alcuni amici mi chiedevano perché volessi tanto un figlio non mio.

Il tempo è passato. Non mi sono quasi accorta di quanto fosse cresciuto mio figlio. E sapete una cosa? Non rimpiangerò mai, nemmeno per un attimo, di averlo accolto nella mia vita.

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