Dall’ombra alla luce

Dall’ombra verso la luce.

Ancora quei programmi stupidi guardi? La voce di Vittorio risuona alle sue spalle così allimprovviso che Arianna sobbalza e quasi le scivola la tazza dalle mani. Te lho già detto, ti friggono il cervello. Faresti meglio a riordinare la cucina o a pensare ad avere un bambino. È che non hai nulla da fare, per questo sei sempre così malinconica.

Non risponde. Semplicemente pigia il tasto del telecomando e la TV si spegne. Nel nuovo silenzio, dalla parete si sente il vociare dei bambini del piano di sopra. Il nodo alla gola la soffoca.

Ti sto parlando, insiste Vittorio, togliendosi la giacca e poggiandola con lentezza sulla spalliera di una sedia. Ogni suo gesto è sempre misurato, preciso, nemmeno quando è arrabbiato alza la voce. Ora parla quasi calmo, e proprio per questo Arianna avverte un gelo dentro. Mi ascolti, vero?

Sì, risponde sottovoce, alzandosi dal divano. Vecchia abitudine, imparata da bambina sotto le cure di Zia Tamara: non si resta seduti mentre un adulto sta in piedi. Non si contraddice. Non ci si difende.

Allora bene. La cena è pronta?

Sì, è in forno. Il pollo con le verdure come piace a te.

Vittorio annuisce e va in cucina. Arianna rimane in piedi nel salotto grande e moderno che, nonostante la ristrutturazione costosa, è sempre freddo e impersonale. Guarda verso la finestra: fuori il buio di febbraio cala sui cortili innevati del quartiere. Ventotto anni, pensa. Metà della vita è già andata, eppure ha la sensazione di non aver mai vissuto davvero.

***

I genitori di Arianna sono morti quando lei aveva sette anni. Un incidente lungo la strada ghiacciata, morti sul colpo. Ricorda di sé bambina, seduta nel corridoio ospedaliero, stordita, una donna che le passava la mano tra i capelli sussurrando: «Povera piccola, povera piccola…»

Dopo è arrivata la zia Tamara, cugina del padre, che Arianna aveva visto solo un paio di volte durante qualche pranzo di famiglia. Donna di cinquantanni dai capelli tirati e uno sguardo severo, prende subito tutto in mano.

Va sistemata questa bambina diceva ai servizi sociali mentre Arianna, accanto, si sentiva un oggetto da custodire, non una persona. Lorfanotrofio non se lo merita, è sangue della mia famiglia.

La zia Tamara prende la tutela e si trasferisce nellappartamento dei suoi. Lei non aveva casa, viveva in una stanza in condivisione, lavorava come ragioniera e non nascondeva la sua soddisfazione per il nuovo alloggio.

Dovresti ringraziarmi, ripete sin dai primi giorni. Ho rinunciato alla mia vita per te, potevo sposarmi, sistemarmi. Invece, ti sei appiccicata al collo. Ricordatelo sempre.

Arianna lo ricorda, sempre. Quel senso di debito le si insinua nella pelle, nelle ossa, la mangia dallinterno. Cerca di essere perfetta, discreta, invisibile. Ottimi voti, aiuta in casa, non chiede mai niente per sé. Tamara non la picchia, raramente alza la voce. Giorno dopo giorno, però, le versa dentro il veleno del senso di colpa.

Di nuovo un cinque in ginnastica? Ingrata. Io mi sbatto per te e tu?

Hai preso il pane? Non ti ho detto che serve quello toscano? Fai sempre tutto al contrario.

La tua amica è venuta a trovarti? A chiacchierare hai tempo, la stanza però non la sistemi mai. Stai diventando una scansafatiche.

A sedici anni Arianna ha ormai dimenticato che significa essere amata senza avere nulla in cambio. I genitori sono solo un ricordo lontano: gli abbracci di mamma, le risate di papà, il calore, la sicurezza. Tutto svanito tra i rimproveri della zia Tamara.

Dopo la maturità, si iscrive al corso per educatrici, grazie a una borsa di studio. Tamara è soddisfatta: almeno non peserà più su di lei, lavorerà e contribuirà. Dopo il corso trova posto in un asilo nido. La paga è misera, ma parte dello stipendio va ogni mese a casa, «per la spesa», e per questo la zia la lascia rimanere nellappartamento.

Dove vuoi andare senza di me? le dice quando, a ventitré anni, Arianna accenna al desiderio di avere una stanza tutta sua. Non sai fare nulla. Da sola ti perderesti. E poi, io ti ho cresciuta, vuoi lasciarmi ora? Che vergogna.

Vergogna. Ne ha a sufficienza. Arianna resta.

***

Conosce Vittorio ad una festa di collega. Lui ha quarantasette anni, lei ventiquattro. Alto, distinto, orologio elegante, aria sicura. È lo zio della festeggiata, venuto per fare gli auguri.

Sei molto dolce, le dice in cucina, dove si ritrovano da soli per caso. Riservata, gentile. Di ragazze come te non se ne trovano più.

Arianna rimane senza parole. Lui sorride, chiede il numero. Lei lo dà, stupita dal proprio coraggio.

Vittorio corteggia con insistenza: la chiama ogni giorno, la porta in ristoranti raffinati (mai visti prima), le regala fiori. Dice di essere stufo delle donne in carriera piene di pretese e di volere una vera compagna di casa.

Sei come un fiore da proteggere, le sussurra una notte. Arianna sente sciogliersi qualcosa dentro. Per la prima volta, qualcuno vuole prendersi cura di lei, non pretende che sia lei a dare tutto.

La zia approva.

Finalmente hai fatto qualcosa di buono, commenta, studiando Vittorio quando viene a presentarsi. Un uomo in gamba, sicuro. Sposandolo, avrai una vita come si deve. Con il tuo lavoro da educatrice non farai mai niente.

Il matrimonio si fa in fretta, sei mesi dopo il primo incontro, come insiste lo sposo. Arianna lascia la vecchia casa e si trasferisce nel nuovo e luminoso appartamento di Vittorio, tre camere, tutto nuovo.

Non devi lavorare, dice lui. Ci penso io a tutto. Tu occupati della casa, e poi ci darai un figlio.

Arianna accetta. Le sembra sia giusto, è segno di premura. In effetti, Vittorio si prende cura: compra i vestiti (decide lui, sostiene che non ha gusto), le passa i soldi per la spesa (giusti, vuole gli scontrini), la accompagna dove serve (si va solo dove decido io).

I primi mesi Arianna vive spaesata, immersa in una nebbia strana. Lappartamento è elegante, ma freddo. Tecnologia nuova, divani in pelle, ma niente che le somigli. Prova a cambiare qualcosa: mette cuscini colorati, pianta fiori sul davanzale. Vittorio storce il naso.

Che schifezza è? Siamo minimalisti, togli tutto.

Lei esegue.

Poi cominciano le frecciate. Allinizio piccole, buttate lì.

Metti troppo sale nella minestra.

Quel vestito ti ingrassa. Cambialo.

Di nuovo hai lasciato il tappo del dentifricio aperto? Quante volte devo dirlo?

Peggiorano col tempo. Escono ogni giorno, per qualunque motivo. Arianna si sforza di migliorare, ma cè sempre qualcosa che non va.

Lo fai apposta per infastidirmi? dice Vittorio quando lei sbaglia qualcosa. Ti spiego come fare e tu vai sempre di testa tua. Testarda, sciocca Meno male che almeno sei bella, altrimenti saresti del tutto inutile.

Lei ingoia le lacrime, colpevole. È una sensazione antica, persino familiare. Per anni si è sentita colpevole con la zia Tamara, ora è la stessa cosa col marito.

Dopo un anno, Vittorio comincia a chiedersi perché non resti incinta.

Sei andata dal ginecologo? Magari hai problemi tu.

Arianna ci va. Il medico le dice che sta bene, ci vuole solo tempo. Vittorio la guarda torvo, allude che forse non vuole bambini.

Egoista. Pensi solo a te.

Ma Arianna non ha mai pensato a sé. I giorni scorrono identici, immersi in una routine di cucinare, pulire, lavare, cercare di accontentarlo. Vittorio torna tardi, mangia in silenzio o col broncio, guarda il telegiornale, va a dormire. Nei fine settimana incontra soci o va a pescare con amici. Lei resta a casa.

Non hai nulla da fare lì. Riposati.

Obbedisce. Guarda il mondo dalla finestra, i bambini giocare nel cortile. Qualche volta accende la TV, ma si affretta a spegnerla prima che lui rientri. Vittorio detesta che perda tempo con le scemenze.

***

Un giorno destate, a ventisei anni, Arianna va al supermercato. Sta scegliendo dei pacchi di pasta, seguendo la lista scritta da Vittorio (niente acquisti extra, guai!), quando sente una voce alle spalle:

Ari! Arianna Bellini? Sei proprio tu?

Si gira. Davanti a lei una donna alta, taglio corto, jeans e una maglietta colorata. Solo dopo qualche secondo riconosce Silvia Ferri, compagna delle scuole medie. Si erano perse di vista quando Silvia era traslocata a Milano con la famiglia.

Silvia! Che sorpresa Arianna sorride timida. Che ci fai qui?

Sono tornata da poco, i miei sono rientrati, lavoro online quindi posso stare ovunque! E tu? Sposata? Figli?

Sposata, sì, annuisce Arianna. Ma figli ancora niente.

Allora dobbiamo assolutamente vederci! Prendi il mio numero.

Silvia glielo detta, Arianna lo memorizza con uno strano batticuore. Si scambiano ancora qualche parola, poi Silvia saluta ed esce, allegra.

Quella sera, quando Vittorio dorme già, Arianna guarda più volte quel numero sul telefono. Vorrebbe chiamare, ma ha paura. Cosa dirà Vittorio? A lui non piace se lei ha i suoi interessi. Ma Silvia è unamica, o almeno lo era. Magari si vedono solo per un caffè, una volta.

Il giorno dopo trova il coraggio e scrive un messaggio. Silvia risponde subito, propone un incontro in un caffè in centro. Arianna accetta, fissando lorario in cui Vittorio è al lavoro.

Devo andare in farmacia, dice al marito la mattina, e lui annuisce senza chiedere altro.

***

Si vedono in una caffetteria vicino al parco. Silvia è già seduta a un tavolino con il portatile. Quando Arianna arriva, si alza, labbraccia.

Che felicità rivederti! Siediti, ho già ordinato due caffè.

Cominciano a parlare. O meglio, Silvia parla, racconta di università, del lavoro come consulente informatica, di come si è messa in proprio, di come gestisce siti web da remoto. Si accende raccontando le nuove sfide e Arianna la ascolta, invidiosa, ma con uninvidia dolce: invidia della libertà.

E tu che fai? chiede Silvia.

Sto a casa. Mio marito non vuole che lavori.

Sul serio? Ma tu lo vorresti?

Arianna si ferma. Lo vorrebbe? Non se lè mai chiesto.

Non so confessa. Non ci ho mai pensato.

Silvia la guarda seria, resta in silenzio un attimo.

Se vuoi ti insegno qualcosa. Cè un lavoretto svelto: si tratta di sistemare foto per siti, niente di che. Si fa da casa, bastano un paio dore al giorno e qualcosa arriva. Ho bisogno di una mano, magari una parte delle richieste la passo a te. Ti va?

Non sono capace, sussurra spaventata Arianna.

Impari in fretta, credimi. Ci vuole solo voglia.

Voglia allimprovviso Arianna sente una scintilla dentro, qualcosa che si accende. Forse sì, vorrebbe provarci.

Però non ho un computer.

Tuo marito ne ha uno?

Sì, un portatile.

Perfetto. Usalo quando lui non cè. Ti passo i programmi, ti mostro tutto. Tanto provi, se non ti piace lasci stare.

Arianna tentenna, poi acconsente. Un sentimento nuovo, come anticipazione e paura insieme, la accompagna sulla via del ritorno.

***

Due giorni dopo, quando finalmente è sola, accende il computer di Vittorio. Le mani le tremano. Mancano quattro ore al suo rientro. Installa i programmi che le ha mandato Silvia e comincia con le prime lezioni.

È complicato. Arianna non ha mai usato programmi di grafica, si confonde sui termini, fa errori, riparte da capo. Ma le piace. Vede video tutorial, prova, sbaglia, ci riprova. Il tempo vola.

Quando Vittorio torna a casa, Arianna si è sempre premurata di chiudere tutto, ripulire la cronologia (così le ha insegnato Silvia), rimettere il computer comera. Prepara la cena, apparecchia, tutto come sempre. Ma ora dentro di lei esiste un piccolo segreto, solo suo, che la fa sentire meno prigioniera.

Dopo un mese riesce già a svolgere compiti semplici. Silvia le affida commissioni: togliere sfondi, sistemare colori, rifinire immagini di prodotti. Compiti modesti ma pagati. Poco, per i parametri di Vittorio, ma per Arianna la prima paga vera, solo sua.

Silvia le dà i soldi in contanti, niente bonifico: Arianna li nasconde in un vecchio libro, quello di poesie della madre, sullultimo ripiano. Lì cè anche la sola foto rimasta dei genitori.

Le commissioni aumentano, Arianna impara a ritoccare meglio le foto, si muove sicura nei programmi. Silvia la incoraggia, la loda. E quelle lodi scaldano il cuore. Non ricorda da quanto tempo nessuno la incoraggiava perché sì.

Vittorio non si accorge di nulla. A volte chiede cosa ha fatto tutto il giorno:

Ho pulito, cucinato, risponde Arianna.

Bene, una donna deve essere la padrona di casa, risponde lui.

Arianna abbassa lo sguardo, ma dentro sogna il prossimo lavoro.

***

Passa un anno. Arianna compie ventisette anni. Vittorio è sempre più nervoso per il fatto che non ha ancora figli.

Forse dovresti cambiare medico, le fa notare. O magari non vuoi davvero un figlio? Confessa.

Certo che lo voglio, e non è nemmeno del tutto falso: un tempo lo desiderava. Ma ora, solo lidea di accogliere un bambino in quella vita la terrorizza.

Tutto ti do, tu non riesci nemmeno a fare un figlio. Inutile.

La parola si conficca nel cuore. Arianna stringe i pugni. Una volta avrebbe pianto, ora non più. Solo dolore e grande stanchezza.

Nei giorni peggiori si rifugia nel lavoro. Lì può comandare qualcosa, può riparare gli errori, vedere risultati. Almeno lì.

Il gruzzoletto cresce. Silvia la iscrive anche a portali di freelance: ora Arianna lavora a più progetti, si specializza, ottiene buone recensioni e piccole gratificazioni.

Una sera, dopo che Vittorio è andato a letto, Arianna conta i risparmi: ha accumulato più di tremila euro. Una cifra che le permetterebbe di prendere una stanza per mesi, o tirare avanti finché non trova un lavoro tradizionale.

La voglia improvvisa di lasciare tutto le esplode dentro. Si spaventa: dove andrebbe? Chi la vorrebbe? Vittorio la mantiene, le dà tutto. È vero, a volte è brusco, ma non lo sono tutti i mariti? Magari è davvero lei il problema.

Però lidea non se ne va. Rimane lì, ostinata. E cresce ogni giorno.

***

Poi scoppia il caso. Un inverno, Vittorio torna prima, Arianna non fa in tempo a chiudere il computer.

Che fai lì? la voce è gelida.

Solo Arianna si alza di scatto, chiude il portatile. Il cuore batte a mille.

Tocchi le mie cose? Chi ti ha dato il permesso di usare il mio computer?

Nessuno, ma io

Non ti sembra di esagerare? Ti lascio tutto a disposizione ma tu? Apre il computer e trova le pagine di freelance.

Lavori di nascosto? Mi prendi in giro?

Volevo solo aiutare portare qualcosa anchio a casa.

Aiutare me? ride freddo. Non pensare che abbia bisogno dei tuoi spiccioli. Tu semmai pensa a farmi un figlio invece di perdere tempo con queste stupidaggini.

Prende il portatile e lo porta via: Da domani non ci metti più mano. E mi dici dove vai, cosa fai, chi vedi. Troppa libertà ti è stata data.

Arianna rimane lì, immobile. Le lacrime finalmente arrivano, si lascia cadere sul pavimento, le ginocchia al petto. Dentro solo cenere.

Quella notte non dorme. Accanto a Vittorio che russa, pensa: non può essere questa la vita. È una prigione. Tutti quei discorsi in tv sulla violenza psicologica, ecco, è proprio la sua storia.

Appena lui esce per lavorare, chiama Silvia:

Ho bisogno di aiuto, sussurra.

***

Riaprono lo stesso bar. Arianna le racconta tutto: il computer, la lite, i sospetti, il controllo. Silvia la ascolta e poi le prende la mano.

Devi andartene Arianna, dice seria. Questa non è vita. Lui ti sta distruggendo.

Dove posso andare? Non ho nulla.

Sì invece. Hai dei soldi, delle competenze, una testa brillante. Ti aiuto io, puoi lavorare. Devi andar via. Subito.

Ma se avesse ragione? Magari è davvero colpa mia, sono io la sbagliata.

No, smettila! Ora parli con la sua voce. Ti ha manipolata, riempiendoti di colpa. Tu non sei sbagliata: pensa solo a cosa hai imparato in un anno. Nessuna donna inutile potrebbe farlo.

Arianna tace. I discorsi di Silvia sembrano aria fresca dopo anni di buio.

Ho paura, ammette infine.

È normale. Ma sai qual è la vera paura? Restare. Ti aiuta unamica, non sei sola.

Discutono un piano: Silvia le offre un letto per qualche settimana, Arianna cerca annunci di stanze in affitto. Silvia le spiega come svuotare la cassaforte senza che Vittorio se ne accorga.

Hai bisogno anche di una psicologa consiglia Silvia. Dopo. Servirà per rimettere insieme i pezzi.

Arianna annuisce. Una psicologa. Lidea la spaventa, ma comprende che solo i deboli si lasciano distruggere senza chiedere aiuto.

***

Se ne va dopo sette giorni. Vittorio è via per lavoro. Arianna fa la valigia con i documenti, il necessario, i ricordi: la foto dei genitori e il libro delle poesie. Nientaltro. Non vuole nulla di quella casa.

Lascia una nota: Me ne vado. Non cercarmi. Mi dispiace.

Quando chiude la porta, le mani tremano tanto che a stento gira la chiave. Scende in strada. Laria di febbraio gelo, ma sembra respirare per la prima volta.

Silvia la aspetta fuori. Ha un piccolo monolocale in periferia, ma Arianna lo vive come una reggia. Silvia le prepara il letto, il tè.

Come ti senti?

Non lo so, ammette Arianna. Ho paura. Ma credo sia giusto così.

I giorni sono difficili. Vittorio la riempie di messaggi: prima rabbia e offese (Ingrata! Ti ho dato tutto!), poi promesse (Torna, cambierò!). Ogni notifica è una stilettata al cuore. Silvia la aiuta a bloccare il numero. Cambia addirittura SIM. I messaggi cessano.

Due settimane dopo trova una stanza da una signora anziana. Dieci metri quadri, finestrella sul cortile, ma è sua. Finalmente, uno spazio solo suo.

Silvia le regala un portatile:

Lavoraci sopra, ce la farai.

Arianna ricomincia. Non più di nascosto, poche ore sparse, ma ogni giorno, consapevole. I clienti aumentano. Ci vive: affitto, cibo, qualche risparmio. Ricomincia a sentire il sapore delle piccole libertà: comprare ciò che vuole, cucinare solo per sé, guardare film quando le pare.

Ma dentro resta un vuoto, e il senso di colpa non la molla.

***

La notizia arriva anche alla zia Tamara. Chissà come, Vittorio la informa. Lei chiama furibonda:

Che stai facendo, scema? Da uno come lui te ne vai? Ti dava tutto e tu ingrata! Ti ho cresciuta, ora mi fai svergognare!

Arianna ascolta, sentendo la solita oppressione. La voce della zia è come una catena che la trascina indietro.

Non torno, né da lui, né da te, dice a malapena udibile, ma decisa.

Dopo tutto quello che ho fatto!

Tu non hai fatto nulla. Hai preso la casa e mi hai usata, ricordandomi ogni giorno il debito. Ma ora basta. Non ti devo nulla.

Chiude la chiamata. Le dita tremano, il cuore accelera, ma dentro si spalanca qualcosa di nuovo: una strana leggerezza.

La zia non chiama più.

***

Silvia vuole che Arianna vada da una psicologa.

Devi liberarti di tutto questo. O continuerai a portartelo addosso per sempre.

Arianna ha paura. Ha timore di essere giudicata, che le dicano che è solo sua la colpa. Ma Silvia trova per lei una brava terapeuta, la dottoressa Marina, e le fissa un appuntamento.

Il primo incontro è surreale. Arianna è seduta in uno studio piccolo e accogliente, bere la tisana che Marina le offre e non sa che dire. La dottoressa le lascia tempo.

Non so perché sono qui, ammette dopo un po. Ho solo lasciato mio marito e la zia. Ora vivo sola. Dovrei stare bene, no?

E come si sente? chiede la psicologa.

Non saprei. Sento di fare tutto sbagliato. Sempre colpa mia.

Colpa per cosa?

Per tutto.

Parlare diventa più facile. Racconta linfanzia, la zia, i rimproveri, il matrimonio, il controllo, gli insulti, il tentativo di piacere senza mai riuscirci.

Marina ascolta. Poi, con voce pacata:

Quello che le è successo si chiama violenza emotiva. Prima in casa, poi nel matrimonio. Le hanno insegnato che non vale senza dover ringraziare e sentirsi in debito. Ma non è vero, è solo quello che le hanno fatto credere.

Arianna la guarda sbalordita.

Ma io davvero sbagliavo un sacco di cose

Non cè un unico modo giusto di vivere la quotidianità. Lhanno manipolata per tenere il potere su di lei.

Quelle parole smuovono qualcosa nella mente. Arianna esce dallo studio confusa, ma sente che si è accesa una piccola lampadina nel buio.

Ritorna ogni settimana. Piano piano scioglie la matassa di paura, colpa e dipendenza accumulata negli anni. È faticoso, a volta doloroso. Deve ammettere che chi amava di più lha sfruttata per il suo interesse. Deve imparare a vivere per sé.

Marina le insegna a dire no. Sembra facile, è difficilissimo. Arianna ha sempre ceduto, accomodato, mai imposto i suoi limiti.

Provi a rifiutare una piccola richiesta, le suggerisce la dottoressa. Se non vuole fare qualcosa, risponda semplicemente: No, mi dispiace.

Qualche giorno dopo, la padrona di casa le chiede un favore:

Mi guardi il nipotino per unoretta che devo uscire?

Arianna avrebbe sempre detto sì. E invece respira, ricorda Marina.

Mi spiace, ma devo lavorare, non posso.

La signora si stupisce, ma capisce. Arianna resta sola in camera: prova una strana forza, ma anche vergogna. Questa volta però, la soddisfazione vince.

***

Passa un altro anno. Arianna ha ventotto anni. Lavora, si migliora, prende commesse più complesse. Guadagna abbastanza per permettersi un monolocale suo. Si trasferisce, sistema la casa come vuole: cuscini allegri, fiori, quadri, tutto ciò che prima era vietato.

Ogni tanto si incontra con Silvia per un caffè, raccontano della loro vita. Silvia la sostiene, Arianna la ringrazia mentalmente: un fortunato incontro al supermercato le ha cambiato il destino.

Di Vittorio non ha più notizie. Talvolta si chiede come vada la sua vita, ma poi bandisce quei pensieri: il passato è alle spalle.

Anche con la zia Tamara non ha nessun rapporto. Ogni tanto pensa allappartamento, che risulta ancora intestato a lei, ma ora la zia ci vive.

Vuole riprenderlo? chiede un giorno Marina.

Non lo so. Sarebbe giusto, ma non ho voglia di tornare a quella storia. Le lascio la casa. È il mio modo di liberarmi dal debito che non ho mai avuto davvero.

È una decisione importante. State lasciando andare il passato.

Sì. Lo lascio andare.

***

Ora si sente viva. Frequentare cinema, passeggiate nei parchi, qualche nuova conoscenza tra altri freelance. Scopre la gioia delle piccole cose: un buon cappuccino, un libro bello, la pioggia dalla finestra. Dettagli che prima non poteva concedersi.

Il percorso terapeutico continua. Marina laiuta a decifrare sentimenti, ad accettarli senza soffocarli, a perdonarsi e lasciar andare la colpa. È un cammino lungo, e Arianna sa che non è ancora alle fine. Ma sta avanzando, e questa è la cosa che conta.

La cura dalle relazioni tossiche, come la chiama Marina, non è breve. Ci sono giorni di sconforto e voglia di abbandonare tutto, ma anche giornate in cui Arianna si sente forte, veramente padrona di sé.

Lindipendenza economica, lo capisce col tempo, non è solo una questione di soldi: è la libertà di dire no, di scegliere chi essere, di vivere come vuole.

***

Una mattina di primavera, mentre cammina per il centro, Arianna vede nella vetrina di una cartoleria un set di acquerelli. Colori brillanti, scatola in legno. Si ferma, li osserva. Da bambina amava dipingere: la zia le diceva che era una perdita di tempo.

Entra. Compra il set, qualche pennello, carta. Sono costosi, ma ormai può permetterselo. Torna a casa, sistema tutto sul tavolo. Si siede, apre la scatola. Resta qualche minuto senza sapere che fare. Poi intinge il pennello nel giallo e disegna un cerchio. Solo un cerchio. Il sole.

Lo fissa e sente sciogliersi qualcosa dentro. Non conta se venga bene o male. Lha fatto per sé, e basta. È il suo piccolo, importante passo verso sé stessa.

***

Un anno dopo, Arianna è nello studio di Marina a bere una tisana.

Lo sa cosa ho fatto ieri? Ho comprato degli acquerelli costosi, solo per me!

E come si è sentita? chiede Marina.

Avevo paura di sprecare soldi, poi ho disegnato un cerchio giallo il sole. E non ho pensato se fosse bello o brutto.

È un passo fondamentale, sostiene Marina. Per amare se stessa.

Arianna sorride. Nella sua espressione cè ancora unombra di dolore, ma ormai brilla una luce nuova, tutta sua.

La casa alla zia Tamara la lascio. È la mia vera libertà. Così finalmente smetto di credere in un debito che non avevo mai contratto.

E come si sente pensando a questo? chiede Marina, e la conversazione continua, superando il limite dei cinquanta minuti della seduta.

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