Marco, è finito lolio doliva e la scatola del detersivo basta appena per un ultimo lavaggio dissi, restando appoggiata allo stipite della porta con le mani ancora umide, asciugandole sul grembiule. Bisognerebbe andare al supermercato, la lista sta diventando lunga.
Marco, con lo sguardo incollato alla televisione dove trasmettevano una partita di calcio particolarmente accesa, si limitò a scuotere le spalle, infastidito.
Giulia, dai, lo sai comè la situazione borbottò, senza staccare gli occhi dallo schermo. Alla fabbrica ci sono ancora ritardi. Il caporeparto ha detto che il premio questo mese ce lo sogniamo. Laltro ieri ti ho dato gli ultimi cento euro. Dovrai arrangiarti.
Sospirai pesantemente. Questo arrangiati lo sentivo da ormai sei mesi: sembrava che il bilancio familiare fosse fatto di pasta elastica, allungabile allinfinito. In silenzio tornai in cucina, aprii il frigorifero e, con una fitta allo stomaco, fissai il solitario barattolo di carciofini e la pentola con lavanzo della minestra di ieri, fatta con qualche ossicino di pollo carne vera non ne compravamo da settimane.
Lavoravo come caposala nellambulatorio comunale. Uno stipendio costante ma magro. Un tempo, quando Marco portava a casa uno stipendio decente, vivevamo dignitosamente: una settimana al mare, qualche vestito nuovo, il frigorifero sempre pieno. Poi, secondo Marco, era iniziata la crisi in azienda. Stipendi tagliati, premi eliminati: portava a casa poche decine deuro che bastavano appena per le bollette e la benzina della sua Fiat.
Tutti i pesi della spesa e della casa erano ricaduti sulle mie spalle. Facevo doppi turni in medicina, lavoravo il sabato, tutto pur di non farci mancare il minimo. E Marco Marco rientrava dal lavoro stanco, si buttava sul divano e inveiva contro le ingiustizie del mondo, aspettandosi comunque una cena completa, dallantipasto al dolce.
Arrangiati mormorai fissando la bottiglia vuota dellolio. Chissà ancora quanto dovremo tirare la corda, ormai sè sfilacciata.
La sera dopo il lavoro, come sempre, feci un salto alla Coop. Rilessi i prezzi dei tagli di carne, con un languore nello stomaco, ma alla fine optai per i soliti stomaci di pollo. Economici e riempiono. Presi il resto degli spiccioli dal portafoglio, svuotandolo del tutto. Fino allacconto, mancavano ancora tre giorni, e il portafoglio era una landa desolata.
La sera, con gli stomaci a sobbollire in pentola, decisi di spolverare lingresso. Marco si era già addormentato, sazio dopo la cena e due bottiglie di birra, comprate a suo dire con qualche centesimo risparmiato.
Presi il suo giubbotto per sistemarlo meglio nellarmadio e sentii qualcosa nella tasca interna. Pur sapendo che non si frugano le tasche degli altri, la mia abitudine di svuotare prima di lavare ebbe la meglio. Toccai un foglietto piegato.
Era uno scontrino. Ma non della spesa: quello era della banca, stampato proprio quella sera, alle 18:45. Lo aprii e le gambe mi si fecero molli.
Saldo disponibile: 3.200 euro.
Strizzai gli occhi, credendo di aver letto male. Ma le cifre erano chiare, senza equivoci. Poco sopra: Accredito stipendio: 700 euro.
Settecento euro. E a casa ne aveva portati cento. Dissero che era tutto.
Mi lasciai cadere sullo sgabello. La testa ronzava. Ricordai i giorni in cui uscivo con le scarpe bucate che lasciavano entrare lacqua, perché Marco aveva detto che bisognava stringere la cinghia. E quando rimandavo il dentista, calmando il dolore con tachipirina. E i giorni dei fegatini.
Un sentimento acido, quasi corrosivo, mi invase il petto. Non era solo rabbia: era il senso di essere stata tradita. Mentre io facevo economia persino sul tè, lui accumulava migliaia di euro. Per cosa? Una macchina nuova? Unaltra donna? O era solo avarizia, lidea che la moglie deve cavarsela da sola?
Ripiegai lo scontrino e lo rimisi dove lavevo trovato. Avrei voluto irrompere in camera, svegliarlo, spiattellargli il foglio in faccia. Far volare i piatti, dirgli di sparire. Ma mi trattenni: una scenata non avrebbe risolto nulla. Avrebbe mentito, tirato fuori la storia di un regalo a sorpresa, la scusa di un errore in banca.
No, bisognava agire in modo diverso.
Tornai in cucina e spensi il gas. Quei fegatini ormai mi avevano tolto la fame. Li misi in un contenitore, che però non lasciai in frigo: finì nella mia borsa, quella per il lavoro.
Se i soldi sono finiti, sono finiti, pensai con un filo di ironia.
Il giorno dopo uscii di casa presto, senza lasciare a Marco neanche un caffè sul tavolo. Solo un piatto vuoto e un biglietto: Scusa, non ci sono più provviste. Niente soldi. Bevi un bicchiere dacqua.
Passai lintera giornata allambulatorio come in trance. A mensa, per la prima volta da mesi, presi un vero piatto arrosto, purè, pane e perfino un dolce. Mi sedetti e mangiai con calma, un piacere dimenticato.
La sera rientrai a casa con le mani vuote, niente borse pesanti. La schiena dritta.
Marco mi aspettava davanti alla porta, imbronciato.
Giulia, come mai tardi? Ho una fame da lupo. In frigo non cè nulla, neppure le uova. Sei andata al supermercato?
Mi tolsi il cappotto, le scarpe, senza scomporre la voce:
No, Marco, non ci sono passata.
Come no? E la cena?
Niente cena, mi sedetti sul divano col libro. Te lho detto: niente soldi. Lacconto arriva dopodomani. Oggi al lavoro ho bevuto acqua, farò così fino ad allora. Abbi pazienza anche tu. Daltronde, è crisi.
Marco restò a bocca aperta.
Ma il minestrone? E il secondo? Ti sei sempre inventata qualcosa!
La fantasia è finita. Dallaria non si ricavano polpette. Con i miei centesimi ho pagato luce e mezzi pubblici. Basta così.
Rimase in piedi, spalancando e richiudendo la bocca, sorpreso che io non trovassi una soluzione magica. Di solito mi aspettavo che prendessi in prestito, che scovassi qualche scorta miracolosa nei cassetti.
Ma dai disse piano. E ora?
Bevi un po dacqua. O vai a dormire presto: a stomaco vuoto si prende sonno più facilmente.
Marcò il passo, sbattendo la porta, e si rifugiò in cucina. Lo sentii rovistare nel mobile della pasta e nel frigorifero. Alla fine dovette trovare solo penne secche, perché dopo poco la casa profumò di pasta scondita. Sorrisi. Penne senza olio né wurstel: degno pasto per un risparmiatore da tremila euro in banca.
Il giorno dopo fu la stessa cosa: pranzai bene in mensa, mi concessi perfino un pasticcino al bar e rientrai rilassata. Marco, stavolta, aveva lo sguardo scontroso.
Giulia, non fai più ridere! Sono due sere che mangio pasta in bianco! Stai esagerando! Sei tu la padrona di casa o no?
Sono tua moglie, Marco, non un prestigiatore. Senza soldi, niente spesa. Dammi del denaro e ti cucino polpette, arrosti, quello che vuoi. Che problema cè?
Ti ho detto che non ne ho! gridò, ma lo sguardo gli guizzò nervoso. Ritardo!
Anche io non ne ho. Quindi, dieta sana. Fa bene.
Più tardi uscì di casa e tornò solo dopo unora, con addosso odore di pizza al taglio. Non portò nulla per noi. Anzi, notai che per un trancio e una birra i soldi li aveva trovati.
Così passò una settimana. Un silenzio glaciale invase casa nostra. Io smisi di cucinare, di lavare i piatti di Marco (che lasciava volentieri sul tavolo), di fare il bucato per lui.
Non cè più detersivo, rispondevo tranquilla ai suoi lamenti su camicie sporche. E non ci sono soldi per comprarlo.
Marco si indispettiva, cercava di impietosirmi, poi di colpevolizzarmi.
Sei diventata di ghiaccio! urlava il venerdì sera. Lavoro, torno a casa e sembra uno stallo! Niente da mangiare, maglie stropicciate! Che moglie sei?
E che marito sei tu, allora? risposi fissandolo negli occhi. Uno che non assicura il pane alla famiglia e il detersivo? Lavoro anchio, Marco. Faccio turni massacranti. Ma la cura della casa e della tavola sembra solo affar mio.
Perché sei una donna! È il tuo dovere!
Il mio dovere è amare e prendermi cura quando lo fanno anche con me. Un gioco a senso unico è finito.
Il sabato mi svegliai con il profumo di uova strapazzate e salame. Uscii dalla stanza: Marco, seduto a tavola, divorava con gusto una montagna di frittata con pomodori e salame Napoli, davanti a una tazza di caffè fumante e pane fresco.
Scorgendomi, deglutì con imbarazzo ma si riprese subito.
Oh, ti sei svegliata. Siediti, se vuoi. Ho trovato qualche spicciolo nella giacca invernale e sono passato dal panettiere.
Mi sedetti. Sul tavolo, una confezione di affettati di qualità, un pezzo di grana, dieci belle uova fresche. Spiccioli, pensai amaramente.
Grazie, non ho fame, mentii. Avevo voglia di vedere fino a dove sarebbe arrivato. Mangia pure, che ti servono le energie.
Marco trangugiava senza guardarmi, ma si capiva che si sentiva a disagio.
Senti, Giulia, disse dopo aver finito il panino, basta con questa sceneggiata. Ho chiesto cinquecento euro in prestito a Stefano. Tieni, fai la spesa, cucina qualcosa di serio. Non si può andare avanti così.
Lasciò la banconota sul tavolo. Io la presi in mano, la rigirai.
Prestato da Stefano? ripetei. Che bravo Stefano. Ma come pensi di restituirli? Lo stipendio dovè?
Li restituirò! scattò lui. A te che importa? Vai a fare la spesa.
Guardai i soldi, poi lui.
Daccordo. Andrà a comprare solo quello che serve a me. Tu appoggiati a Stefano, già che è così generoso.
Ma cosa dici?! Marco si alzò di scatto, rovesciando la sedia. Ti ho dato soldi! Sono della famiglia!
Famiglia? mi alzai anche io. La voce mi tremava come una corda di violino. E i settecento euro di tre giorni fa, quelli erano di chi? Personali? E i tremila e passa sul conto, sono il fondo di supporto ai mariti affamati?
Sul volto di Marco si alternarono il pallore e il rossore, tra confusione e rabbia. Aprì e richiuse la bocca più volte.
Hai curiosato nelle mie tasche? Hai spiato?
Non cambiare discorso, Marco. Ho trovato lo scontrino mentre mettevo via la tua giacca. E sai cosa fa più male? Non tanto che ti nascondi i soldi, ma che mi guardi lottare con la spesa, patchworkando le monete, tirando avanti coi fegatini, mentre tu vivi allegramente col mio stipendio! Non ti vergogni?
Stavo mettendo da parte! urlò, dando un pugno sul tavolo. Per comprarci la macchina! Quella che ho ora è da buttare! Volevo farti una sorpresa! Tu sei solo attaccata ai soldi!
Una sorpresa? scoppiai in una risata amara. Una sorpresa è una macchina comprata insieme, non mentre faccio la fame! Una sorpresa è un progetto comune, deciso insieme. Quello che fai tu è egoismo puro. Vivi sulle mie spalle, spendi i miei soldi in casa mentre accumuli i tuoi. Parassitismo!
Ma che ne capisci tu! Sono uomo! Mi serve una macchina degna! E tu con le tue solite lamentele sui fegatini Abbiamo risparmiato un mese, non è la fine del mondo!
Non sono morta, annuii. Ma qualcosa è morto dentro di me. Il rispetto. La fiducia.
Posai i cinquecento euro sul tavolo.
Prendili. E comprati un biglietto.
Dove me ne vado?
Nel tuo futuro. Da tua madre. In affitto. Non mi interessa. Ma io non voglio più stare con chi mi considera una serva e una stupida.
Mi cacci via? Per i soldi?
Non per i soldi. Per il rispetto. Fai le valigie.
Marco non se ne andò subito. Seguirono litigi strazianti, urla e accuse, poi offerte di pace e promesse (Ti compro un cappotto di pelliccia!), poi di nuovo rabbia. Io ero irremovibile. Lo guardavo come se fosse uno sconosciuto: avaro, meschino, isterico.
A sera raccolse la borsa.
Te ne pentirai! sbraitò sulla porta. A quarantacinque anni sarai una zitella con i tuoi gatti! Troverò qualcuna che sappia apprezzare un uomo!
Buona fortuna, mormorai. Richiusi la porta.
Quando sentii il chiavistello, mi lasciai scivolare a terra, svuotata di ogni energia. Non riuscivo nemmeno a piangere: solo un silenzio assordante e vuoto.
Andai in cucina. Sul tavolo giaceva la confezione di salame appena comprato da Marco: la buttai nel secchio. Aprii il frigorifero, ormai vuoto, a parte il mio contenitore di fegatini dimenticati.
Pazienza, mi dissi piano. Ora so davvero dove finiscono i miei soldi.
Passò un mese.
Tornavo dal lavoro con passo lento. Era inizio maggio laria profumava di glicine, fresca e leggera. Entrai alla Esselunga, e passeggiai senza fretta tra gli scaffali.
Sceglietti una scatoletta di tartufo in offerta, una porzione di gorgonzola, una bottiglia di Pinot Grigio, verdure fresche e un trancio di branzino.
Alla cassa pagai col bancomat. Ora il mio conto era sempre pieno. Vivere da sola si rivelò molto più semplice: le bollette erano quasi dimezzate, la spesa durava il doppio. Niente più birre, sigarette, mi dai venti euro per il distributore? e per le gomme?. Niente elemosine.
Tornai a casa, misi la musica che preferivo. Preparai il pesce, un bicchiere di vino. Mi sedetti alla finestra, a guardare il tramonto.
Il telefono vibrò. Un messaggio da Marco.
Ciao Giulia. Come stai? Ci vediamo? Ho capito tante cose. La macchina non lho presa, i soldi sono ancora lì Possiamo ricominciare? Mi manchi.
Guardai lo schermo, feci un sorso di vino. Richiamai alla mente il suo viso mentre gridava dei fegatini. Mi ricordai lumiliazione di chiedere i soldi per il detersivo.
Cancellai il messaggio e bloccai il numero.
Anchio sentivo la mancanza, dissi al mio riflesso, di me stessa. Della vita vera. E a questo, non rinuncerò mai più.
Il giorno dopo comprai un paio di stivali nuovi, morbida pelle italiana, e prenotai una settimana alle terme. I soldi messi via da quando ero libera bastavano a coprire ogni desiderio.
La vita, scoprii, non finisce col divorzio. Anzi: diventa più piena. E, finalmente, onesta.


