Non potrò mai essere tua mamma e nemmeno amarti, ma mi prenderò cura di te e non dovrai mai offender…

Non potrò mai essere tua madre, né potrò amarti come tale, ma mi prenderò cura di te e non dovresti mai sentirtene offeso. Qui con noi ti sarà comunque meglio che in un istituto.

Ricordo ancora quel giorno faticoso. Era il funerale della sorella di Ivan, mia sorella acquisita, Agnese: non era certo un esempio di virtù, ma sempre parte della nostra famiglia. Ivan non la vedeva da quasi cinque anni e questa disgrazia riaprì ferite e rimpianti.

Io, Vittoria, cercai di sostenere mio marito con tutta la tenerezza e la forza possibile, prendendo su di me gran parte delle incombenze di quei giorni neri.

Ma appena terminato il corteo funebre, ci aspettò unaltra questione, forse ancora più grave. Agnese aveva lasciato un bambino piccolo, Carlo. Tutta la famiglia, venuta a salutare Agnese per lultima volta, sembrò chiaramente scaricare la responsabilità sulle spalle del fratello minore.

Chi, se non lo zio, poteva occuparsi di quel bambino? Nessuno pose domande, era accettato senza discussioni che questa fosse la sola soluzione.

Io comprendevo il peso, e non mi opposi davvero. Ma cera un ma. Non avevo mai desiderato figli. Ne miei, ne tantomeno altrui.

La mia decisione lavevo presa anni addietro. Prima di sposarci, fui sincera con Ivan: non volevo figli, punto. Lui non diede peso alle mie parole, ci si sposa a ventanni pensando alla felicità, non certo ai bambini. Viviamo per noi, decidemmo con leggerezza dieci anni prima.

Ora però mi trovavo a dover accogliere un bambino che non era mio in nessun modo. Daltra parte, Ivan non avrebbe mai permesso che Carlo finisse in istituto, e io non avrei mai trovato la forza per discutere davvero tale ipotesi.

Sapevo che non avrei mai potuto amare quel bambino né dargli ciò che una madre regala. Carlo pareva più maturo e intelligente della sua età, e così scelsi di essere schietta con lui.

Carlo, dove preferisci vivere: con noi o in istituto?

Vorrei vivere a casa, da solo.

Ma non puoi, caro, hai solo sette anni. Devi scegliere.

Allora con lo zio Ivan.

Bene, verrai con noi. Ma voglio che tu sappia: non potrò essere tua madre né amarti come tale, però mi prenderò cura di te e non dovresti sentirti respinto. Vedrai che qui starai meglio che in istituto.

Così, esaurite le formalità, finalmente tornammo nel nostro appartamento a Firenze.

Dopo quella conversazione, pensavo di potermi mostrare con Carlo senza forzature: sarei stata schietta, eseguendo il mio dovere cucinare, lavare, assisterlo con i compiti ma senza consumare il cuore.

Il piccolo Carlo però non dimenticava un istante che non era amato; per non finire in istituto, si comportava educatamente e con attenzione.

Gli destinammo la stanza più piccola. Serviva rimodernarla a misura di bambino.

La scelta degli arredi, dei colori e dei dettagli era proprio ciò che amavo: mi buttai con entusiasmo nella progettazione della cameretta. Permisi a Carlo di scegliere la carta da parati, ma il resto lo decisi io. Per la spesa non feci economia, del resto non che fossi avara: semplicemente i bambini non li amavo. Il risultato fu una stanza davvero bella.

Carlo era felicissimo! Peccato solo che sua madre non potesse vedere quanto fosse speciale la sua stanzetta. Se solo Vittoria riuscisse ad amarmi È gentile, brava, solo col cuore chiuso ai bambini. Questo pensiero tornava spesso a Carlo la sera prima di dormire.

Carlo sapeva godere delle piccole cose: il circo, il giardino zoologico, le giostre ogni volta che lo stupivo con una sorpresa, si apriva in un entusiasmo genuino che quasi mi contagiava. Mi piaceva vedere la sua reazione: il suo stupore e la sua gioia erano per me una sorpresa inaspettata.

Ad agosto dovevamo partire al mare: Ivan ed io avevamo pianificato una vacanza in Liguria, lasciando Carlo a una parente stretta per dieci giorni.

Quasi allultimo però cambiai idea. Sentii, improvvisa, la voglia che anche Carlo vedesse il mare. Ivan fu sorpreso dal mio ripensamento, ma in fondo so che ne fu felice: si era molto affezionato al bambino.

E Carlo fu quasi felice! Se solo riuscissero ad amarmi pensava spesso, ma almeno avrebbe visto il mare!

Fu una vacanza perfetta: il mare era caldo, la frutta succosa e laria spensierata. Ma tutto ciò di bello finisce, e anche le ferie ebbero fine.

Riprese la vita di ogni giorno lavoro, casa, scuola ma qualcosa nella nostra piccola famiglia era cambiato: come se si fosse insinuata una lieve aspettativa di gioia, la promessa di un piccolo miracolo a venire.

E il miracolo avvenne. Dal mare tornai con una novità: una vita che cresceva in me. Non sapevo come fosse possibile, dopo tanti anni di cautela e, francamente, di scelte contrarie.

Non sapevo come muovermi: dire tutto a Ivan, o decidere da sola? Dopo larrivo di Carlo, non ero nemmeno sicura che Ivan volesse davvero restare senza figli. Lo vedevo innamorato del bambino, pronto a tutto, fino a coinvolgerlo nelle sue domeniche allo stadio.

No, una fatica come quella lavevo già affrontata e non ero pronta a ripeterla. Decisi da sola.

Ero in clinica, in attesa, quando ricevetti una chiamata dalla scuola: Carlo era stato portato durgenza in ospedale con sospetto di appendicite. Tutto si fermò.

Entrai di corsa in pronto soccorso. Carlo era pallido, tremante sulla barella; appena mi vide scoppiò in lacrime.

Vittoria, ti prego, non andare via. Ho paura. Puoi essere mia mamma, solo per oggi? Solo oggi, e mai più. Te lo giuro.

Stringeva la mia mano con forza, le lacrime scendevano copiose. Sembrava preso da una crisi. Mai lavevo visto piangere, salvo il giorno del funerale.

Ora era come se avesse ceduto tutto il controllo.

Portai la sua mano alla guancia.

Piccolo mio, resisti ancora un po. Arriverà il dottore, vedrai che passa. Sono qui, non mi muovo.

Oh Dio, quanto lo amai in quel momento! Quegli occhi pieni di meraviglia Era la cosa più importante.

Childfree, che sciocchezza. Quella sera avrei detto tutto a Ivan riguardo al bambino che aspettavo. La decisione arrivò in quellattimo, quando Carlo strinse forte la mia mano dal dolore.

Sono passati dieci anni.

Oggi è quasi una data rotonda per me: ho compiuto quarantacinque anni. Presto arriveranno amici e parenti con auguri e regali, ma per ora, davanti al caffè, rifletto.

Quanto sono volati questi anni! Sono passati la giovinezza, la spensieratezza. Ora sono una donna, una moglie felice e una mamma di due meravigliosi ragazzi. Carlo ha quasi diciotto anni, Sofia ne ha dieci. Non rimpiango nulla.

Anzi, sì, una sola cosa la rimpiango davvero: quelle parole buttate lì tanti anni fa, sulla mancanza di amore. Vorrei che Carlo non le ricordasse, che le avesse dimenticate, perdonate e mai più ripetute.

Dopo quellepisodio in ospedale, ho cercato di dirgli ti voglio bene il più spesso possibile. Ma se lui ricorda ancora la mia prima confessione, non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo.

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