Antonio, è finito lolio doliva, e di detersivo ne è rimasto giusto per un ultimo bucato, disse Giulia, appoggiandosi sulla porta del soggiorno e asciugandosi le mani al grembiule. Servirebbe andare a fare la spesa, la lista si sta allungando.
Antonio, incollato alla televisione dove trasmettevano una partita della Serie A, fece solo un gesto di fastidio con la spalla.
Giuli, lo sai comè la situazione borbottò, senza staccare gli occhi dallo schermo. In fabbrica siamo di nuovo in ritardo con i pagamenti. Il caporeparto ha detto che il premio questo mese ce lo sogniamo. Laltro ieri ti ho dato gli ultimi centoventi euro. Cerca di farli durare.
Giulia sospirò pesantemente. Questo fai durare lo sentiva da sei mesi, come se il bilancio familiare fosse un elastico capace di allungarsi allinfinito. Tornò in cucina, aprì il frigorifero e fissò desolata lunico barattolo di carciofi sottolio e la pentola con il fondo della minestra del giorno prima. Minestra leggera, fatta con ossa di pollo, perché carne vera non ne compravano da settimane.
Giulia lavorava come caposala in una ASL di Torino: stipendio sicuro, ma modesto. Una volta, con Antonio che portava a casa buoni soldi, vivevano dignitosamente: una vacanza al mare ogni estate, vestiti nuovi, frigo pieno. Poi, a detta del marito, lazienda era andata in crisi. Stipendio ridotto, niente premi: ora portava a casa giusto quei pochi euro appena sufficienti per bollette e benzina.
Tutti i costi della casa e della spesa erano ricaduti su Giulia. Faceva turni extra, lavorava nei weekend per arrivare a fine mese. Antonio tornava dal lavoro stanco, si buttava sul divano e si lamentava dellingiustizia del mondo, aspettandosi comunque ogni sera una cena completa.
Fai durare sussurrò Giulia guardando la bottiglia dolio vuota. Non cè più niente da tirare, ormai si spezza tutto.
Il giorno seguente, dopo il turno, fece tappa come sempre al supermercato. Restò a lungo davanti al banco carni, osservando i magri filetti di vitello, ma alla fine scelse un pacco di cuori di pollo: economici e sostanziosi. Se cotti lentamente con la panna, venivano anche saporiti. Alla cassa svuotò il portafoglio fino allultimo centesimo. Allanticipo mancavano ancora tre giorni.
La sera, mentre i cuori di pollo sobbollivano in pentola, Giulia decise di fare un po di ordine allingresso. Antonio già russava, sazio per la cena e le due birre comprate con gli spiccioli risparmiati, secondo lui.
Prendendo la giacca del marito per appenderla meglio, sentì qualcosa nella tasca interna. Sapeva che non si fruga nelle tasche altrui, ma il controllo prima del bucato era ormai un automatismo. Trovò un bigliettino piegato: non era uno scontrino del supermercato, ma una ricevuta del bancomat, stampata giusto poco prima, alle 19:45.
Saldo disponibile: 4.950 euro.
Giulia sgranò gli occhi. Forse aveva letto male? No, le cifre erano chiare. Ancora più in alto, una voce: Accredito stipendio: 1.120 euro.
Millecentoventi euro. E a casa ne aveva portati centoventi. Dicendo che erano tutti.
Giulia si sedette sul pouf allingresso. Nella testa un ronzio. Ricordò il mese scorso, a camminare con stivali bucati perché Antonio aveva detto: Giuli, porta pazienza, soldi non ce ne sono. Ricordò quando aveva rimandato il dentista, lenendo il mal di denti con medicine. Ricordò gli ossi di pollo e i cuori che cucinava per risparmiare.
Lamarezza le bruciava in petto come aceto. Non era solo amarezza: era tradimento. Mentre lei risparmiava anche sugli assorbenti e sul tè, lui accumulava migliaia di euro. Per cosa? Una nuova macchina? Unaltra donna? O solo taccagneria, convinto che la moglie debba pensare a tutto?
Rimise il foglietto al suo posto. Sentiva il desiderio di svegliarlo, sbattergli quella ricevuta in faccia, urlare, rompere piatti, cacciarlo di casa. Ma si trattenne. Le urla non avrebbero risolto nulla. Avrebbe solo inventato scuse o una storia su una sorpresa o errore della banca.
No, bisognava agire diversamente.
In cucina spense il fuoco. I cuoricini profumavano, ma le era passata la fame. Sistemò la cena in un contenitore e la infilò nella propria borsa del lavoro, non nel frigo comune.
Se non ci sono soldi, non ci sono, pensò tra sé.
Il mattino dopo uscì presto, senza preparare la colazione ad Antonio. Lasciò sul tavolo solo un biglietto: Scusa, niente colazione. Finito tutto. Bevi un po dacqua.
Alla ASL lavorò come un automa, la testa sempre al piano serale. Nella pausa pranzo fu la prima volta che si regalò un pasto completo: spezzatino con purè, una crostatina e un bicchiere di acqua fresca, gustandoli con vera soddisfazione.
Tornò a casa a mani vuote e con passo leggero, niente borse pesanti. Antonio la accolse in corridoio con il muso lungo.
Giuli, perché così tardi? Ho una fame boia. Hai visto cosa cè in frigo? Manco un uovo. Sei stata al supermercato?
Giulia si tolse il cappotto con calma, si tolse le scarpe e andò in salotto.
No, Antonio, non ci sono passata.
Come no?! E per cena?
Niente cena, rispose, sedendosi con un libro. Te lho detto due giorni fa: soldi finiti. Lanticipo arriva solo dopodomani. Io oggi ho bevuto solo acqua, così si fa. Uno si adatta. Daltronde, è crisi, no?
Antonio aveva gli occhi sbarrati.
Stai scherzando? E la minestra? Il secondo? Ti inventavi sempre qualcosa!
Linventiva è finita, caro. Le polpette daria non so proprio come si fanno. I miei risparmi li ho spesi per la luce e i mezzi. Basta.
Antonio rimase in mezzo alla stanza, aprendo e chiudendo la bocca. Forse si aspettava il solito miracolo: che lei chiedesse un prestito a una collega, che sganci la solita riserva segreta di ogni donna, che scovi una scatoletta dimenticata.
Non ci posso credere mugugnò. E adesso?
Bevi un po dacqua, o vai a letto presto, così la fame non si sente.
Antonio sbatté una porta e andò in cucina. Giulia lo sentì frugare nei mobili, aprire il frigo, rovistare tra i pacchi di pasta. Alla fine trovò un fondo di pennette. Di lì a poco la casa odore di pasta scotta senza sugo né olio: un pasto da signore con cinquemila euro in banca.
Il giorno dopo la scena si ripeté. Giulia fece pranzo abbondante fuori, si fermò per un caffè e una brioche gustata in piazza, godendosi un attimo di pace. Entrò in casa serena e senza scrupoli.
Antonio la affrontò, stavolta più agitato.
Basta scherzare, Giulia! Due giorni che mangio pasta in bianco! Ma ti prendi gioco di me? Sei tu la padrona di casa o no?
Sono tua moglie, non una maga, rispose calma. Con che cosa dovrei fare la spesa? Dammi dei soldi, vado e preparo tutto quello che vuoi. Dovè il problema?
Ti ho detto che non ne ho! urlò, ma nei suoi occhi cera solo imbarazzo. Sono in ritardo!
E allora anche io. Quindi dieta per tutti. Fa perfino bene, dicono.
Quella sera Antonio uscì furtivo e tornò dopo unora che odorava di panino e kebab. Giulia notò soltanto che per lo street food i soldi li aveva trovati subito. A casa, ancora niente.
Passò una settimana così: la casa divenne fredda, estranea. Giulia non cucinava più, non lavava i piatti del marito (che li lasciava sul tavolo), non puliva le sue camicie.
Il detersivo è finito, rispondeva glaciale. Non ci sono soldi per comprarne altro.
Antonio passò dal broncio al vittimismo.
Sei diventata di pietra! gridò il venerdì sera. Io lavoro, sono stanco morto, torno a casa e sembra una stalla! Non cè niente da mangiare, i panni sono stropicciati. Che ci sto a fare con una moglie così?
E io con un marito che non mi garantisce nemmeno il pane? Anche io lavoro, Antonio. E sono stanca quanto te, ma a quanto pare la spesa e la casa sono un problema solo mio.
Perché sei una donna! È tuo dovere!
Il mio dovere è amare e prendermi cura, quando cè reciprocità. Se è solo a senso unico, basta.
La mattina seguente Giulia fu svegliata dal profumo di uova, pomodori e prosciutto cotto. Sul tavolo in cucina Antonio mangiava di gusto la colazione più ricca degli ultimi tempi. Davanti a lui anche un caffè fumante e panini al formaggio.
Vedendo la moglie, si impappinò, poi riprese sicurezza.
Oh, sei sveglia. Se vuoi siediti, qualche resto di monete lho trovato nella giacca invernale e sono andato al supermercato.
Giulia si sedette di fronte. Sul tavolo confezioni di parmigiano, prosciutto buono, un cartone di uova freschissime. Spiccioli pensò.
Grazie, ma non ho fame, mentì. Voleva vedere fin dove sarebbe arrivato. Tu mangia, ti serviranno le energie.
Antonio mangiava abbassando gli occhi, platealmente a disagio.
Senti, Giulia, disse dopo il panino. Basta con questa pantomima. Ho chiesto cinquecento euro in prestito a Sergio. Tieni, vai a fare una vera spesa e prepara un po di minestrone, che così non si può andare avanti.
Lasciò una banconota da cinquecento euro sul tavolo. Giulia la guardò, poi fissò il marito.
Hai chiesto a Sergio? Che generoso amico. E come pensi di restituirli, senza stipendio?
Vedrò! Ma cosa te ne frega? Vai a fare la spesa!
Giulia prese la banconota e la fece passare tra le dita.
Va bene. Andrò. Ma comprerò solo quello che serve a me. Tu fatti offrire la cena da Sergio, visto che è così gentile.
Ma che dici?! Antonio scattò in piedi, rovesciando la sedia. Ti ho dato i soldi! Sono per tutti! Per la famiglia!
Per la famiglia? Giulia si alzò anche lei, la voce tesa come una corda. E quei millecentoventi euro di tre giorni fa? Erano solo tuoi? E quei cinquemila accantonati… sono il fondo degli uomini affamati?
Antonio si immobilizzò. La faccia impallidì, poi arrossì.
Hai frugato nelle mie cose? sibilò. Mi hai spiato?
Non rigirare la frittata, Antonio. Ho visto il bancomat sistemando la tua giacca. E sai la cosa peggiore? Non è tanto che nascondi i soldi. È che guardavi come tiravo avanti a stento, andavo in giro con scarpe rotte, mentre tu ti facevi mantenere con la mia spesa! Non ti vergogni?
Stavo mettendo da parte! urlò, battendo il pugno sul tavolo. Per comprare lauto! La mia è un rottame! Volevo fare una sorpresa! Ma tu sei solo attaccata ai soldi!
Sorpresa? rise amaramente Giulia. La sorpresa sarebbe stata se avessi comprato la macchina senza farmi patire la fame. La sorpresa è risparmiare insieme per un obiettivo comune. Quello che hai fatto tu è solo vigliaccheria. Hai vissuto alle mie spalle, lasciando la tua busta paga intatta. Hai approfittato di me, Antonio.
Ma che ne sai tu! Sono un uomo! Ho bisogno di una macchina decente, per non sentirmi meno degli altri! E tu coi tuoi cuori di pollo Un mese di sacrifici e già piangi!
Non sono morta, assentì Giulia. Ma qualcosa dentro di me è morto: il rispetto. E la fiducia.
Pose la banconota di nuovo sul tavolo.
Tieni i tuoi soldi. Comprati un biglietto.
Per dove? sussurrò Antonio.
Verso il futuro. O da tua madre. O in affitto. Non mi importa. Non vivo più con chi mi considera una domestica o uningenua.
Mi cacci via per soldi?! gridò Antonio, incredulo. Per lui era solo furberia, un piccolo segreto per il “bene comune”.
Non è una questione di soldi, Antonio. È questione di rispetto. Prepara le tue cose.
Antonio non sparì subito. Ci fu una lunga, logorante lite. Urlò, accusò, tentò di mediare, promise pellicce (con quei soldi accumulati), poi ancora urla. Giulia rimase salda. Improvvisamente gli parve un estraneo, tirchio e infantile.
Alla fine della giornata lui se ne andò con la valigia.
Te ne pentirai! disse sulla soglia. A quarantacinque anni chi vuoi che ti prenda? Resterai coi gatti! Io troverò qualcuna che sappia apprezzare un uomo!
Buona fortuna, replicò Giulia chiudendo la porta.
Quando il chiavistello scattò, si lasciò cadere a terra, stremata. Nessuna lacrima: solo una sensazione di vuoto.
Andò in cucina: la confezione di prosciutto comprata da Antonio giaceva sola. La prese e la buttò. Aprì il frigorifero: ancora quasi vuoto, se non fosse stato per il contenitore col pollo che aveva dimenticato.
Va bene così, disse a voce alta. Da adesso so dove va ogni mio euro.
Un mese dopo.
Giulia tornava a casa con calma. Era maggio, la città profumava di glicine e aria fresca. Si fermò al supermercato preferito; con calma passò tra i banchi.
Mise nel carrello: una piccola confezione di bottarga in offerta, un buon gorgonzola, una bottiglia di Vermentino, verdura fresca, un filetto di branzino.
Pagò con la carta: ora bastava per tutto. Vivere da sola costava meno: bollette più basse, niente spese per birra, sigarette o dai un contributo per la benzina.
A casa accese la musica. Cucinò il pesce, versò il vino, si sedette davanti alla finestra.
Il telefono vibrò: un messaggio da Antonio.
Ciao Giulia, come stai? Possiamo rivederci? Ho capito tutto. Avevi ragione tu. La macchina alla fine non lho presa, i soldi ci sono. Proviamoci di nuovo? Mi manchi.
Giulia guardò lo schermo, bevve un sorso di vino freddo. Ricordò la scena dei cuori di pollo, le richieste di denaro per la spesa.
Cancellò il messaggio e bloccò il numero.
Anche io mi sono mancata, disse al riflesso nelloscurità del vetro. Mi era mancata la mia serenità. E adesso non la cedo più a nessuno.
Il giorno dopo si concesse nuovi stivali, di vera pelle, italiani. E prenotò due settimane in una spa, con i risparmi finalmente liberi.
La vita, scoprì, dopo un addio non finisce. A volte inizia davvero, più leggera e onesta di prima.
La vera ricchezza, capì Giulia, non era nei soldi: era nella dignità di essere se stessa, senza dover rendere conto a chi non la sapeva amare.



