— Sei una mamma irresponsabile, vai a fare figli da un’altra parte.

Sei irresponsabile, mamma. Vai a fare figli altrove.

Avevo solo diciassette anni quando sposai Riccardo. Uscito direttamente dal liceo, con lanello al dito e la pancia che cresceva così alla svelta che le signore del condominio si scambiavano sguardi dintesa. Sicuro era incinta già prima, bisbigliavano tra un caffè e laltro.

Nacque la nostra bambina, la chiamammo Lucia, e andai a vivere nella casa della suocera. Anche se mia suocera, Rosaria Conti, abitava in un altro appartamento, a due fermate di tram da lì, sentiva comunque il dovere di controllare ogni nostro passo. La casa dove ci sistemammo, grande, tre camere con i soffitti altissimi e i mobili vecchi che Rosaria aveva comprato nei tempi doro, mi faceva sentire sempre ospite di passaggio, anche se poi ci rimasi per anni.

Con Lucia, la mia piccola, avevo entusiasmo e pazienza. Fasciatoio, body, notti senza dormire, il primo dentino, i suoi primi passi, la prima volta che disse mamma, e io che sentivo il cuore sciogliersi dalla tenerezza. Ma Lucia cresceva non solo con me, bensì anche con la nonna Rosaria, che veniva quasi ogni giorno, e con la zia Claudia, la sorella di Riccardo, che viveva ancora lì in una stanza vicina alla cucina. Claudia era di cinque anni più grande di Riccardo, magra, capelli sempre legati e laria di chi annusa qualcosa di sgradevole intorno. Sia Rosaria che Claudia erano donne precise, inflessibili sempre pronte a spiegarti come si gestisce una casa, come si educano i figli, come si cucina il ragù, come si stira una camicia, come si tratta un marito.

Ma come, Anna, lascialo andare in garage con gli amici? mi diceva Rosaria stringendo le labbra. Mio marito, pace allanima sua, dopo il lavoro tornava sempre a casa. Famiglia, prima di tutto.

E io zitta, perché con lei inutile discutere; stroncava qualsiasi conversazione con uno sguardo. Claudia aggiungeva:

Soprattutto attenzione a Lucia: controlla che cresca come si deve. Le ho preso dei libri adatti alletà. Oggi i bambini fan come gli pare, ma la colpa è tutta delle madri.

E io seguivo il copione: Lucia leggeva i libri della zia, andava ai musei con la nonna, faceva inglese con linsegnante che le aveva trovato Rosaria. Era una bambina seria, studiosa, come la nonna da ragazza, dicevano i vicini.

Riccardo era un uomo discreto, riservato, faceva lingegnere in una fabbrica, adorava birra e calcio. Io lo amavo con quella tenerezza abitudinaria che si costruisce dopo dieci anni insieme, quando hai urlato, pianto, già detto tutto e nessuno fa più finta. Anche lui mi voleva bene, ma lo dimostrava goffamente: mi portava il tè a letto la domenica, si alzava presto per prepararmi la colazione.

Rosaria trattava Riccardo come fosse rimasto un bambino, sempre con quellaria di severa compassione. Non perdeva occasione, davanti a me, per fargli la morale:

Riccardo, datti una svegliata, sembri unombra! Tua moglie ti guarda e si chiede se sei uomo o ragazzo.

Lui abbassava le spalle in silenzio. E io, di notte, gli passavo la mano tra i capelli, bisbigliando: Non ascoltarle, sei il mio uomo migliore di tutti. Mai rispose, solo sospirava e si addormentava. E io, occhi fissi al soffitto, pensavo a quanto fosse strano ami una persona, ma non riesci a proteggerla neanche dalla sua stessa madre, per paura, perché la casa non è tua, perché resti sempre unospite.

Quando Lucia aveva tredici anni, Rosaria si ammalò gravemente. Tumore al pancreas. Lei, saputo il verdetto, non pianse: serrò le labbra, andò dal notaio a fare testamento. Divise tutto come credeva giusto: il suo bilocale in centro alla figlia Claudia, lappartamento dove stavamo noi a Riccardo. Così nessuno fuori posto.

Capitò però limprevisto. Tre settimane dopo il testamento, Riccardo uscì come sempre dalla fabbrica, si avviò alla fermata, e una macchina lo travolse sulle strisce. Alla guida cera una donna distratta, così scrissero nel verbale. La notizia arrivò da Claudia. Piangeva al telefono:

Anna, Riccardo non cè più. Incidente. Ambulanza, ma ormai era troppo tardi. Devi andare a riconoscere il corpo.

Non ricordo come ho attraversato la città, come ho guardato il suo volto, firmato le scartoffie, tornata a casa guardando per tutto il tempo la strada. Lucia quel giorno dormiva dalla nonna; io entrai in casa, mi sedetti sul divano e vi rimasi fino allalba.

Rosaria seguì Riccardo dopo due mesi. I medici dissero che la malattia avanzò rapidamente, le cure non servirono; ma io pensai che semplicemente non volle più vivere. Per quanto lo rimproverasse, Riccardo era suo figlio, il suo ragazzo. Senza di lui qualcosa si era spezzato. Si spense in poche settimane e, in ospedale, rifece testamento: lasciò la casa a Lucia, sua nipote.

A Lucia, la casa, sussurrò a Claudia, lì accanto al letto. A te il tuo appartamento, come già detto. Vigila su Lucia, che non faccia sciocchezze come sua madre. Anna è buona donna, ma troppo debole; a Lucia serve una mano ferma.

Claudia annuì, impassibile piglio di famiglia.

Rimasi sola con mia figlia, ufficialmente in un appartamento intestato a Lucia, ma lei aveva quattordici anni e io risultavo tutrice. Comunque dovevo arrangiarmi, lavorare per entrambi, portando avanti la vita che prima conducevamo in due.

Cinque anni passarono tra lavoro e fatica, senza mai fermarsi. Volevo che Lucia avesse tutto: vestiti belli, telefono, insegnanti privati. Non mi lamentai mai: non era nel mio carattere. E quando Lucia passò il test per la facoltà di lettere alla Statale, gratis, provai orgoglio e sollievo, piansi persino. Tutto servito: sforzi, sacrifici mia figlia era cresciuta bene, colta, con il futuro davanti. Lei, poi, già lavorava part-time traducendo dallinglese; grazie alla nonna e alla zia Claudia, che pretesero le lezioni extra da bambina.

Quando finalmente la vita si fece meno aspra e pensai che potevo anche pensare a me stessa, conobbi Stefano. Per caso, sullautobus: mi aiutò con la borsa piena, iniziammo a parlare. Scoprii che lavorava nello stabile accanto, che aveva tredici anni più di me, due figli grandi, e la moglie bloccata in carrozzina dopo un ictus da cinque anni. Lui si occupava di tutto.

Non sono un eroe, mi confidò la terza volta che ci vedemmo, seduti su una panchina. Non posso lasciarla. Dopo tutto questo tempo, dopo avermi dato due figli… Però mi sono dimenticato cosa vuol dire desiderare, essere felici. Con te lho ricordato.

Capivo benissimo. Avevo trentotto anni, a quelletà non cerchi il principe azzurro. Prendi quello che la vita passa.

Allinizio non lo dissi a Lucia. Trovavo scuse, dicevo che lavoravo di più o che dormivo da amici. Ma Lucia era sveglia; notò subito che qualcosa cambiava in me. Avevo un altro sguardo, sorridevo di più. Un giorno mi beccò con un vestito nuovo appena comprato per vedermi con Stefano. Mi fissò negli occhi e, seria, domandò:

Mamma, cè qualcuno? Ti vedo cambiata, vestiti nuovi, profumo. Dimmelo.

E io, imbarazzato come un ragazzino, le raccontai tutto: di Stefano, della moglie malata, del fatto che lo amassi.

Ascoltò, diventando sempre più rigida, lo sguardo gelido. Quando finii, mi rispose tranquilla, ma con un tono adulto che avevo sentito solo da mia suocera:

Luisa, ti rendi conto di quello che fai? Parli di un uomo sposato. Proprio tu che da sempre mi hai insegnato la correttezza, ora corri dietro a un altro uomo? Ma ti ascolti?

Lucia, non puoi capire, cominciai, ma lei mi interruppe:

Capisco benissimo. Sei sola, stai male, cerchi affetto. Ma ci sono regole. Un uomo sposato è off limits. Non hai più diciotto anni per queste storie.

Ci rimasi male, scoppiai a piangere, ma pensai fosse questione di età. Lucia viveva ancora nel suo mondo in bianco e nero, senza sfumature.

Continuai a vedere Stefano di nascosto nella casetta del suo amico andato in trasferta, in un appartamento preso in affitto per poche ore. Sapevo che non era una storia da romanzo rosa, ma ormai apprezzavo ogni minuto con lui.

A volte penso di non meritarmi questa felicità, mi diceva. Sto accanto a mia moglie, eppure sono qui con te. Non è sleale?

Sì, rispondevo, ma io non ti giudico. Chi sono io per farlo?

Sei la cosa più bella che mi sia capitata. Non ti lascio, ci sarò sempre.

E io gli credevo, avevo bisogno di credere. Dopo cinque anni di solitudine, di fatica, avevo bisogno che qualcuno mi dicesse sei brava, sono con te.

Quando scoprii di essere incinta, mi mancò la terra sotto i piedi. Non volevo crederci: tre test, poi ginecologa e analisi. Gravidanza, sei settimane, battito si sente, tutto bene, disse la dottoressa, distratta. Uscii e crollai su una panchina davanti alla clinica, piangendo tra paura e speranza.

Come dirlo a Stefano? Pensai e ripensai: sarebbe felice, spaventato? Lui era responsabile, non mi avrebbe mai lasciata, ma sentivo che avrebbe avuto paura. Aveva già figli grandi, una moglie da accudire, troppe responsabilità.

Ma ancor di più temevo dirlo a Lucia. Rimandai, rimandai, ma alla fine decisi di affrontare la situazione. Una sera, a cena, durante il solito silenzio in cucina, dissi decisa:

Lucia, devo dirti una cosa. Sono incinta.

Lucia rimase con la tazza sospesa tra le mani.

Di un uomo sposato? chiese piano.

Di Stefano, sì. Lui è il padre.

Lo sapevo, accennò un sorriso amaro. Mamma, ma sei impazzita? Hai trentotto anni, lavori da mattina a sera, io sono appena entrata alluniversità, pensavamo finalmente di tirare il fiato e tu fai un altro figlio? Da un uomo che non lascerà mai la moglie?

Lucia, per favore la voce mi tremava. Questa è la mia vita, la mia scelta. Non ti chiedo il permesso.

E non devi, si alzò rigida. Però ti dico una cosa: in questo appartamento, mio, non ti permetto di far nascere figli su figli. Questa casa è mia, la nonna lha lasciata a me, non a te.

Mi sentii morire. Guardavo mia figlia quella stessa bambina che avevo cresciuto facendo sacrifici, portandola ovunque, lavorando in due posti per farla studiare e non la riconoscevo. Sembrava Rosaria, sembrava Claudia, mi trattava come unestranea.

Lucia, ma che dici? Questa è casa nostra, abbiamo vissuto qui tutte e due, ti ho cresciuta io

Hai vissuto qui perché papà era vivo, mi gelò. Poi la nonna ti ha tenuta solo perché dovevo crescere. Ma questa casa è mia, capito? Mia. Non ti caccerò, non sono una bestia. Ma qui figli da uomini sposati, qui nuove famiglie no. Se vuoi unaltra famiglia, va da lui, che sia lui a mantenerti.

Ma come puoi piangevo ormai senza freni. Ti ho avuta giovane

E hai sbagliato allora, disse tagliente. Ora ci ricaschi. Che farai se lui scappa? Resterai sola con un neonato, ma ora hai quasi quarantanni, non diciotto. Io non ti aiuto, ho la mia vita.

Non vuoi aiutarmi? la guardai, col cuore straziato. Sei mia figlia, pensavo che saresti stata felice per un fratellino o sorellina

Felice? rise, ma fu un riso cattivo. Devo gioire? Chi lo crescerà? Tu, che lavori sempre? Lo molli al nido appena nato, poi sarò io a doverlo accudire? Ma no, mamma, non sono affari miei. Scegli tu per te, ma non trascinarmi nelle tue storie. Pensi a te stessa, non alla famiglia.

Ormai assomigli alla zia, sussurrai. Anzi, alla nonna. Loro sempre con la morale in bocca, per loro sono sempre stata unintrusa.

Basta, mamma, fece una smorfia, come chi si punge. Non farmi passare per cattiva. Ti voglio bene, ma questa è casa mia. E qui figli non ce ne saranno. Se vuoi tenerlo, dovrai trovarti unaltra sistemazione. Io ho i miei programmi.

Mi sedetti stremata, le gambe molli, davanti a lei che incrociava le braccia, stringeva le labbra proprio come sua nonna, tutte e due rigide, convinte.

Metà di questa casa sarebbe stata mia se papà fosse vissuto due mesi di più, sussurrai con amarezza. Avrei ereditato anchio, ero sua moglie, erede diretta. Se la nonna non avesse cambiato il testamento

Ma lui non cè più, mi stoppò dura. La nonna ha scelto. Ha lasciato la casa a me, non a te. Sapeva come sei: sbadata, sempre in crisi. A diciotto hai fatto la sciocchezza, ora la rifai. Se la casa fosse toccata a te lavresti già persa. La nonna ha puntato su di me. E lonorerò.

Lonorerai, ripetei svuotata. Ormai il filo che mi univa a mia figlia si era spezzato. Sei diventata già lei, Lucia. E hai ragione: in questa casa non conto niente. Sono qui solo perché lo permetti.

Basta, mamma, non fare scenate, sospirò come unadulta stanca. Nessuno ti caccia, ma devi capire che ognuno ha la sua vita. Non starò dietro alle tue decisioni. Cerca Stefano, che sia lui a preoccuparsi.

Non potrà, mi sfuggì.

Lo vedi? rise amaro. Ti sei messa con uno che non ti può offrire nulla. E io dovrei farmi carico delle tue scelte? No, grazie.

Non ti chiedo di fare la baby-sitter, sussurrai. Solo di capire, di non buttarmi fuori.

Non ti caccio, ripeté. Qui vivrai sempre. Ma da sola. Se vuoi il bambino, trova unaltra casa. Hai tempo fino a che nasce. Ma in questa casa non crescono altri figli.

Andai piano in camera, chiusi la porta e mi rannicchiai sul letto, quasi volessi sparire.

Dentro sentivo una lacerazione, la stessa che una madre crede indistruttibile. Eppure anche quella si spezzò, lasciando un buco nero dove si dissolsero ricordi di Lucia bambina, di quando mi chiamava mamma, di tutti gli abbracci e i ti voglio bene più di ogni altra cosa.

Io non sono stato un errore, sussurrai nel cuscino, ma la voce era così flebile che nemmeno la sentii.

Dalla sala la musica esplodeva: Lucia aveva acceso la tv a tutto volume. Capivo che il discorso era finito. Lei aveva detto la sua, ora era già oltre, senza sensi di colpa.

Rimasi lì, poi quasi senza rendermene conto presi il cellulare, composi il numero di Stefano. Rispose subito, accanto alla moglie.

Stefano, dissi piatta. Sono incinta. E ho bisogno di una casa. Puoi farmi vivere con te? Avere un tetto, un aiuto economico, almeno il primo anno con il bambino? Sii sincero.

Lo sentii respirare a fatica. Poi iniziò a parlare rapido, impacciato:

Anna, lo sai la situazione Non sono pronto. Mia moglie, le spese, la badante, i figli mi aiutano, ma la vita è quella che è. Non posso lasciarla, capisci? Una casa in affitto poi, mantenerti, il bambino non ce la faccio davvero. Ti aiuterò come potrò, ma solo un po, non posso di più

Solo un po, ripetei. Capisco.

Anna, aspetta, vediamoci, parliamone, qualcosa si troverà

Chiusi la chiamata senza salutarlo. Rimasi al buio, il cellulare sul comodino, ascoltando solo il silenzio e il ronzio del frigorifero, lontano lasciava abbaiare un cane. Quando fuori iniziò a schiarire, mi alzai, mi vestii, presi documento e tessera sanitaria, e uscii di casa senza far rumore.

In consultorio aspettai due ore, seduto su una sedia dura senza più lacrime. Quando la dottoressa sempre quella mi domandò se volevo aprire la cartella per la gravidanza, le risposi calma, con voce ferma:

No, interrompo.

Lei sospirò soltanto, poi mi diede appuntamento. Uscii, respirai laria fredda che mi punse il petto. Sulle scale della clinica piansi a capo chino, mentre intorno passavano mamme con la pancia, passeggini, ma nessuno mi notò.

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