Avevo tradito la memoria di mio padre.
Ricordo ancora quel tempo, era come ieri eppure già lontanissimo. La sera piovosa che mi vidi aggirare tra i cortili di Bologna, come se il tempo si fosse fermato intorno a me. La distanza dalla casa alla panetteria non era nemmeno di cinque minuti, eppure quellinverno mi schiacciava lanima e faceva sembrare tutto più distante. Non cera nessuna fretta di rientrare nel mio appartamento: mi aspettavano solo un bollitore freddo, il pavimento sempre da lavare e il grasso gatto Ernesto, che era ormai lunica creatura a parlarmi davvero, a parte il televisore che accendevo dalla mattina alla sera solo per sentire almeno la parvenza di una voce viva.
Le gambe mi dolevano, il ginocchio sinistro brontolava e lumidità mi penetrava nelle ossa. Nonostante la sera gelida e la pioggerellina fastidiosa, mi fermai ugualmente nellarea giochi dei bambini, ora deserta e bagnata. Mi accomodai in punta di una panchina arrugginita sotto un fungo di ferro, le mani ben affondate nelle tasche del vecchio cappotto di lana che portavo ormai da sette anni. Non avevo motivo di comprarne uno nuovo.
Un tempo, con mio marito Sergio, la vita pareva impossibile da contenere tra quelle mura strette: chiassosa, densa e perfino affollata, perché lì crescevano i nostri due figli il maggiore Luca e la piccola Fiammetta. Ma sono passati i giorni, Sergio ci ha lasciati quindici anni fa, Luca è finito a Torino con la moglie e due bambini quasi coetanei, Fiammetta si è trasferita a Milano, sposando un ingegnere informatico che la porta ovunque, in viaggi e trasferte. E così sono rimasta sola. I figli dicono “auguri mamma, baci” nelle chat alle feste, mandano qualche foto dei nipoti che sono più estranei che altro loro non passano le estati dalla nonna, perché hanno il campus in Inghilterra, la Spagna, le ripetizioni.
Sospirai mentre una cornacchia grassa zampettava sul lastricato alla ricerca di qualcosa. Quando ero giovane pensavo che i figli sarebbero stati il mio sostegno, che la vecchiaia sarebbe stata riempita da voci e abbracci, invece la realtà era un giorno sempre uguale allaltro: sveglia, televisione, pappa per Ernesto, colazione, altra televisione, pranzo, passeggiata, televisione, sonno.
Mi capitava di parlare da sola, commentando le notizie o brontolando ai presentatori se dicevano stupidaggini. Ernesto mi lanciava uno sguardo giallo e del tutto indifferente, tornando a dormire sulla poltrona.
Non volevo rientrare. Lappartamento mera diventato stretto e soffocante. Così restai sulla panchina anche quando la pioggia aumentò e mi strinsi nel cappotto calandomi la berretta sugli occhi.
Lidia? sentii dire a un tratto da qualche parte. Lidia, siete voi?
Mi scossi e alzai lo sguardo. Un uomo alto, curvo, con un vecchio impermeabile marrone e il cappello piantato sulla testa, i capelli ai lati già grigi e gli occhi grigi e profondi. Lo riconobbi subito: era Gennaro Petrucci, il vicino del palazzo accanto che passeggiava spesso nel cortile con il bastone. Di tanto in tanto ci si incrociava nellascensore, qualche parola sul tempo e via.
Gennaro? feci sorpresa. Ma che fate sotto lacqua? Vi prendete un malanno!
E voi? fece lui con un sorriso nascosto sotto i baffi, sedendosi accanto a me dopo aver steso una vecchia Gazzetta sulla panca bagnata. Son già due ore che vi vedo ferma dal mio balcone. Pensavo di scendere per vedere se non vi sentivate bene.
No, niente. dissi facendo un gesto. Non ho voglia di tornare. Una malinconia, Gennaro che quasi fa urlare.
La conosco, annuì, tirando fuori una fiaschetta dal taschino. Brandy precisò, vedendo il mio sguardo. Medicina contro la malinconia. Vuole? Io di solito non bevo, ma un sorso ogni tanto aiuta a scaldare lanima.
Avrei voluto rifiutare, ma in fondo nessuno mi stava guardando. Presi la fiasca, un piccolo sorso: il liquore mi bruciò in gola e sentii il tepore dirmisi sotto la pelle.
Grazie, dissi tornando la fiasca. E voi, sempre solo?
Purtroppo ormai sì, sospirò Gennaro Petrucci. Tre anni che Anna non cè più. I figli sono a Roma, uno a Prati, laltro allEur. Lavorano, hanno famiglia, vengono ogni sei mesi, chiamano la domenica. E voi?
I miei sono lontani, dissi semplicemente. Raramente chiamano. Sergio è morto molti anni fa.
Capisco, annuì lui. Siamo nella stessa barca. Due solitudini.
Stavamo zitti a lungo, ma era un silenzio accogliente. Come se ci conoscessimo da sempre.
Sa Lidia, io la guardavo spesso, sa? ammise Gennaro tutto confuso. Siete sempre così ordinata, fate le vostre passeggiate, e sempre sola Non ho mai avuto il coraggio di fare un passo, fino a oggi. Ma vi ho vista qui sotto la pioggia, come una statua. Ho pensato: è destino.
Lo fissai stupita.
Mi guardavate? E perché?
E cosaltro dovrei fare? sorrise lui. Ormai sono abituato a vederla in cortile a quellora, se manca minquieto quasi.
Fui sorpresa, ma mi sentii improvvisamente leggera, come se qualcuno finalmente mi vedesse davvero.
Allora, che ne dice se da domani passeggiamo insieme? propose lui. In due si fa meno fatica E se serve, la difendo anche con la mia bastone!
Da chi? Dalle cornacchie? risi per la prima volta dopo mesi.
Anche da loro, rise pure lui. Allora, daccordo?
Daccordo, annuii.
Da quella sera, tutto cambiò. Ogni giorno ci incontravamo e vedevamo il tramonto nei giardini. Gennaro era stato ingegnere a Modena, ora si divertiva a scrivere articoli per il Resto del Carlino su storia e misteri di Bologna. Io, da ex ragioniera, lo ascoltavo senza stancarmi, e lui ascoltava le storie sulla mia famiglia, dei sogni di Sergio, della piccola casa di campagna venduta perché i figli non la volevano.
Chiacchieravamo fino a tarda notte. A casa sentivo un calore nuovo: cucinavo per due, pensavo a cosa preparare per lui, Ernesto annusava il sugo e iniziava pure lui a essere più coccolone.
Dopo un mese Gennaro restò a dormire da me per la prima volta. Era tardi, avevamo parlato tanto, e istintivamente gli proposi: “Dormite pure qui, il divano è comodo”. Si portò poi le ciabatte e lo spazzolino. La mattina mi svegliavo e sentivo i suoi passi in cucina: tutto era più leggero, più sereno. La televisione la guardavamo poco: ci bastava parlarci. Ernesto allinizio era geloso, poi si abituò.
Gennaro, domani facciamo gli involtini di verza? proposi una sera. Da sola non li cucino quasi mai.
Volentieri, disse lui. La carne la compro io!
E davvero li preparammo insieme, nella cucina piccola e ingombra. E io pensavo: Possibile che a questa età la vita mi faccia ancora un dono?
Lunica ombra erano i miei figli. Non avevo avuto il coraggio di raccontare a Luca e Fiammetta di Gennaro. Sapevo quanto amassero il loro padre, Sergio, il modello di ogni cosa: ogni telefonata finiva con Papà avrebbe fatto così. Gennaro lo intuiva e non forzava mai la mano.
Sono i tuoi figli, Lidia, diceva. Racconterai quando sarai pronta.
Il tempo passava e si avvicinava il mio compleanno. Di colpo arrivò il messaggio: Mamma, per il tuo settantesimo veniamo tutti! Dicci cosa vuoi in regalo. Restiamo tre giorni. Rimasi felice, poi mi prese il panico. Ero ansiosa, Gennaro mi guardò e capì.
Gennaro, i ragazzi arrivano tra poco con tutti i bambini.
Va bene, disse lui accennando un sorriso mentre finiva il minestrone. Finalmente ci farai conoscere?
È che loro potrebbero non capire. Papà per loro era tutto. Meglio che tu torni da te qualche giorno. Li preparo, poi ti presento.
Lui tacque, posò la forchetta.
Sono il tuo amante da nascondere? Dopo tutto questo tempo insieme?
Ma no, solo qualche giorno per evitare uno shock.
Va bene, tagliò corto lui, stanco. Mi preparo e domani mi trasferisco. Ma ricordalo: ti voglio bene, ma non posso restare un segreto.
Quando se ne andò il giorno dopo, la casa si fece di colpo vuota e fredda. Ernesto vagava confuso. Vennero i figli: Luca con la moglie Lucia e i piccoli, Fiammetta con il marito Armando e la bambina. Chiacchiere, confusione, profumo di caffè e dolci.
La sera, quando i nipoti dormivano, chiamai Luca e Fiammetta in cucina e mi feci coraggio.
Ragazzi, avrei una cosa seria da dirvi
Che succede, mamma? Luca era sempre diretto. Stai male?
No. Ho conosciuto una persona. Da tempo ormai vive con me: si chiama Gennaro Petrucci.
Il silenzio cadde, spesso come polvere. Fiammetta mi fissava gelo; Luca lasciò cadere la tazzina.
Che significa vive? chiese Fiammetta in tono duro. Mamma, sei impazzita? Quanti anni hai?
Sessantacinque, ma non sono morta.
E in questa casa che papà ha comprato, dove siamo cresciuti, porti uno sconosciuto?! tuonò Luca.
Non è uno sconosciuto; è un bravuomo, ex ingegnere
Mi importa poco cosa fosse! urlò Luca. Mamma, tu hai tradito la memoria di papà! Capito? Lhai tradito! Lui viveva per te e per noi e tu lo cancelli così?
Abbassa la voce, sibilò Fiammetta. Ti sei consultata con noi almeno?
Dovevo forse chiedere il permesso di vivere? Sono una donna, anche la mia vita conta!
La sua vita privata a sessantacinque anni, ghignò Luca. Dovresti pensare solo ai nipoti ormai! Che esempio dai? Vieni pure da Bologna a trovarli ma non parlarci di Gennaro.
E si alzarono tutti e due, lasciandomi sola in cucina a piangere come una bambina.
Quella notte non chiusi occhio. Pensavo a Gennaro che mi portava le rose, ai suoi racconti, ed Ernesto che ci si rannicchiava addosso. Pensavo ai figli, alla loro rabbia.
Il mattino dopo avevo la testa pesante ma dovevo preparare la colazione. Entrai in cucina e trovai solo Lucia, che mi chiese piano se stessi bene. Luca entrò e disse:
Mamma, abbiamo deciso: ce ne andiamo. Non festeggeremo.
Ma siete appena arrivati balbettai.
Non voglio che i miei vedano una nonna simile, fu la risposta dura.
Dopo unora la casa era vuota. Rimasi in piedi, guardando i regali e sentendomi accoltellata.
Passai la giornata nella poltrona, davanti a un televisore spento, Ernesto vicino. Verso sera chiamai Gennaro:
Non venire più. Non possiamo vederci.
Lidia, che è successo? Ti hanno costretta?
Sì. Loro o te. Dicono che se continuo a vederti non avrò più nipoti.
E tu scegli loro? lui era amareggiato. Lidia, non vedi che ti ricattano?
Lo so, singhiozzai. Ma sono i miei figli. Tu tu sei straordinario, ma perdonami.
Chiusi la chiamata tra le lacrime più amare che ricordassi dai giorni in cui ho perso Sergio. Allora avevo i figli. Ora nemmeno quello.
Così passarono due mesi: ancora col televisore acceso a coprire il silenzio. Ernesto mi guardava domandando, come se chiedesse: E Gennaro? I figli si fecero ancora più distanti, brevi messaggi di circostanza, qualche foto mandata da Fiammetta senza una parola.
Un pomeriggio, nel vecchio ascensore, incontrai suor Paola, la vicina del quarto, famosa per le sue chiacchiere.
Lidia! Siete rimasta sola? Che ne è di Gennaro? Non lo si vede più Si è ammalato, pare
Malato? ebbi un sussulto. Di cosa?
Non lo so, ma si vede che è molto debole
Quando fui sola langoscia mi prese alle spalle. Che stavo facendo? Aspettavo figli che non venivano più; chi amavo era solo e malato.
Presi il coraggio e gli telefonai, la voce debole dallaltra parte.
Lidia che vuoi? I tuoi ti lasciano chiamare?
Gennaro, lasciamo stare i figli. Sei malato? Vengo ora.
Presi il cappotto e corsi a casa sua nel palazzo accanto. Lo trovai pallido, consumato, ma mi sorrise come sempre.
Sciocco che sei, dissi abbracciandolo. E anchio una sciocca. Mi servi tu. I figli non mi vogliono, tu sì.
Preparai la cena, restai con lui. Lindomani, decisa, chiamai Luca.
Ho fatto la mia scelta: io vivo con Gennaro. Se voi non lo tollerate, pazienza. Sono vostra madre, ma anche una donna. E non tradisco papà. Non giudicatemi, per favore.
Seguì il silenzio, poi lui rispose:
Sei pazza, mamma. Noi ti avevamo avvisato.
Lo so, ma ora scelgo me stessa. Se volete vedermi, sapete dove sono. Comandarmi non potrete più.
E riattaccai, finalmente libera. In pochi giorni arrivò il messaggio di Fiammetta: Mamma, ci abbiamo pensato. Non approviamo, ma se sei più serena così vieni a trovare i nipoti quando vuoi. Di Gennaro però non parlarne.
Lessi e riposi il telefono. Non era vera accettazione, ma almeno avevo vinto uno spazio mio. Ernesto faceva le fusa sulle ginocchia di Gennaro. In casa la televisione era accesa ma nessuno lascoltava: finalmente avevo qualcuno con cui parlare davvero.
Gennaro, gli dissi sorridendo, domani facciamo gli involtini di verza? Ho già preso la verza
Va bene, mi rispose. La carne la porto io!
E la casa, per la prima volta in tanti anni, tornò a profumare di intimità e pace.




