Ricominciare a Cinquant’anni: La storia di Natalia, tradita tre volte dal marito, e della sua rinasc…

Rimanere sola a cinquantanni

«Mi manchi, gattino mio. Quando ci vediamo di nuovo?»

Paola si lasciò cadere confusa sul bordo del letto, il cellulare del marito tra le mani. Gianni se lera dimenticato sul comodino, e proprio mentre passava lei zac! si illumina lo schermo per un messaggio in arrivo. Nome sconosciuto. Femminile. Paola scorreva la chat e, con ogni frase zuccherosa letta, trentanni di matrimonio sembravano sbriciolarsi davanti ai suoi occhi. Tenerezze. Foto. Programmi per il weekend, mentre lui diceva di andare a pesca con gli amici.

Posò il telefono, con la delicatezza con cui si maneggia una bomba, e rimase seduta un po così, fissando il vuoto. In cucina ticchettava lorologio, il solito rumoreggiare della TV dei vicini, e Paola pensava che già sapeva tutto. Ogni scusa. Ogni sbuffo. Tutto già visto. Due volte.

Gianni tornò a casa verso le undici di sera, visibilmente stanco e già mezzo nervoso. Abbandonò la borsa in corridoio e venne in cucina, dove Paola stava preparando una camomilla.

Ciao, Pà. Cè qualcosa da mettere sotto i denti?

Lei scivolò silenziosa il suo cellulare sul tavolo, schermo rivolto verso lalto. Gianni fece per prenderlo, poi capì. La sua faccia cambiò in un secondo.

Paola, io…
Risparmiami la balla del lavoro, disse lei senza voltarsi, girando la schiena verso i fornelli Ti prego, almeno questa volta.

Gianni tacque, si sedette, perse lo sguardo tra le mattonelle. Paola si appoggiò al ripiano e lo fissò.

Chi è?
Nessuno. Una stupidaggine… balbettò lui, e studiò intensamente il pavimento. Mi è scappata la mano, una cavolata.
Una cavolata, ripeté lei. Ho capito.

Due giorni dopo Gianni si presentò a casa, aggrappato a un mazzo di rose gigante, rosse e costose, pure incartate con lo spago figo. Le lasciò sul tavolo, e Paola notò che gli tremavano le mani.

Pà, parliamone. Per favore, fammi spiegare.

Si sedette davanti a lui con un bicchiere dacqua.

Dimmi.
Lo so, sono in torto. È la terza volta, sì, so bene che tu le conti. Ma siamo una famiglia, insieme da una vita, i figli sono grandi proprio niente per te?

Paola taceva, massaggiando il vetro del bicchiere tra le dita.

Prometto che non succederà più. Giuro. Non so nemmeno io come ci sono finito, ma ti amo davvero Gianni le prese la mano, Paola la tolse senza dir nulla. Ma pa, dove pensi di andare? A cinquantanni vuoi restare sola? Ma lascia stare, ricominciamo da capo.

Lei guardava le rose. Suo marito. La fede che lui ancora portava. Ricordava tutte le promesse: due anni fa, quattro anni fa… Ogni volta, stessa storia. E sperava sempre che fosse davvero lultima.

Ci penserò, disse infine.
Solo per chiudere il discorso.

Le settimane seguenti furono unalternanza di convivenza surreale. Gianni ce la metteva tutta: tornava presto, aiutava in casa, persino premuroso. Ma Paola aveva imparato a riconoscere certe piccole cose. Come lui girava il telefono a faccia in giù se lei entrava. Come sobbalzava a ogni notifica. Come gli occhi gli scivolavano, un po a rallentatore, sulle cassiere giovani al supermercato.

Ma che guardi? sbottò un giorno Paola, in coda alla cassa.
Io? Nessuno! Gianni cambiò espressione in un nanosecondo Dai, andiamo, che la macchina si raffredda.

Col tempo, però, Gianni perse presto la pazienza. Si infastidiva per niente, ringhiava se lei entrava in sala mentre era al telefono. La chat andava avanti, solo più nascosta. Paola non controllava più nulla. Che senso aveva? Sapeva già tutto.

La notte Paola restava sveglia fissando il soffitto, ascoltando il respiro pesante del marito. E pensava. Non a lui. A sé stessa. Cosa la tratteneva ancora lì? Amore? Non ricordava nemmeno quando fosse stata davvero felice con Gianni. Abitudine? Trentanni di vita insieme, ricordi comuni, figli cresciuti. Paura? Ecco, quella era la risposta. Paura. Aveva quarantotto anni. Cosa avrebbe fatto, da sola?

Una sera, Paola chiamò sua figlia. Silvia rispose dopo tre squilli.

Mamma? Tutto bene?
Sì, sì… Paola chiuse gli occhi Silvia, posso parlarti chiaro?
Certo, dimmi.

E Paola parlò. Della chat. Del fatto che era la terza volta. Delle rose, delle promesse, di quanto si sentisse persa.

Silvia ascoltava senza interrompere.

Ma tu, mamma, cosa vuoi DAVVERO?
Non lo so, ammise Paola Sul serio, non lo so.
Allora ascolta: non sei obbligata a sopportare tutto questo, chiaro? Trentanni di sacrifici non sono una condanna a vita. Lui sbaglia, non tu. E se vuoi, vieni qui da me. Ho una stanza libera. Ti sistemi, ti rilassi, pensi a te. Troviamo un altro lavoro, sei bravissima come ragioniera, qui ne cercano sempre. E una casa per conto tuo la troviamo. Mamma, non stai finendo la vita: la stai ricominciando da qualche altra parte. Se ti va, ovviamente.

Paola ascoltava in silenzio, il telefono caldo contro lorecchio.

Pensaci, sussurrò Silvia Qualunque cosa decidi, io sono con te.

Silvia non fece pressione. Raccontò che nelledificio accanto affittavano un bilocale a buon prezzo, la padrona era una tipa tranquilla. I nipoti sarebbero impazziti di gioia a vedere la nonna tutti i giorni, non solo il 15 agosto o a Natale. E che proprio nellambulatorio a due passi cercavano una ragioniera affidabile.

Mamma, capisci che meriti una vita normale? Senza vivere sempre con la paura di perdere il poco che hai.

Nel sentire la figlia, le venne una sensazione nuova. Da anni qualcuno finalmente le diceva che aveva diritto non solo a sopportare, o perdonare, o tenere insieme la famiglia a ogni costo. Ma anche incredibile! a essere felice.

La conversazione con Gianni la rimandò tre giorni, si caricò, si scrisse delle frasi, si svegliava allalba col cuore in gola. Ma poi, una mattina, tra la frittata e il caffè, lo disse.

Sto chiedendo il divorzio.

Gianni rimase col cucchiaino a mezzaria. Per qualche secondo la guardò come se parlasse sanscrito.

Che hai detto? Paola, ma sei seria?
Serissima.
Ma dai! Lasciò la tazza e provò a ridere, ma la risata era strangolata. Abbiamo litigato, tutto qui. Serve il divorzio per una lite?
Non è una lite, Gianni. È la terza volta in cinque anni. Sono stanca.
Stanca la risata gli morì in faccia E io, secondo te, trentanni con te? Pensi siano facili?

Paola non ribatté. Finì il tè e si alzò dal tavolo.

Ma dove vai? Gianni le sbarrò la porta Paola, che stai facendo? Dove vuoi andare? Ma chi ti prende a cinquantanni?
Io mi prendo.
Tu! scoppiò a ridere, ma era un ghigno cattivo. Ma ti sei vista? Chai quasi cinquantanni. Ma chi credi di trovare, la fila fuori casa?
Non minteressa la fila.
E allora che ti serve? Gianni si portò a pochi centimetri, col tono da duce Ma io almeno ti ho dato da mangiare, i vestiti, una casa. E tu? Tu coshai mai fatto per farmi desiderare di tornare qui ogni sera?

Paola lo fissava. Suo marito, rosso in faccia, la vena sulla tempia che pulsava, la bocca infuriata.

Quindi sarebbe colpa mia, se tu mi tradisci?
E di chi se no? Guarda come sei: vestaglia, ciabatte, i tuoi brodi. Noia mortale. Con te, nemmeno una conversazione Si interruppe scocciato Sei stata tu a ridurmi così, e ora mi fai pure la diva.

Paola si mosse indietro di un passo. Per cinque anni aveva cercato il pentimento, uno sguardo di vero rimorso. Mai visto. Gianni non era triste per lei. Era arrabbiato perché perdeva la comodità: camicie stirate, cena calda, casa pulita.

Sai una cosa, disse piano Paola Grazie.
Grazie di cosa?
Di questa conversazione. Avevo dei dubbi. Ora non ne ho più.

Lo aggirò ed uscì dalla cucina. Gianni urlava di ingratitudine, di anni buttati, che si sarebbe pentita per sempre. Paola non ascoltava. Stava scegliendo i vestiti da mettere in valigia.

…Un mese dopo era in un piccolo appartamento al terzo piano, due fermate dal portone di Silvia. Dal corridoio si sentiva il rumore timido del frigo, odore di pittura fresca e chissà come di mele. Scatoloni ovunque. Vita nuova. Sembrava assurdo, spaventoso. Eppure Paola si accorse che, dopo tanto, respirava a pieni polmoni.

I nipoti arrivarono la sera stessa. La piccola Martina, cinque anni, esplorò la casa con aria esperta, e decretò: Qui manca proprio un gatto. Francesco, otto anni, portò la sua vecchia coperta per nonna: Così non prendi freddo!. Silvia arrivò col minestrone fatto in casa e una bottiglia di prosecco.

Per la casa nuova, mamma.

Paola rideva. Ma davvero, rideva così dal cuore Da quanto tempo non succedeva, senza preoccuparsi che il marito si lamentasse per il rumore?

…Sei mesi dopo si trasferì in città anche il figlio Luca, con la moglie e il piccolo di un anno. Trovarono casa vicino, lavoro e il pranzo della domenica da Paola divenne la nuova tradizione. Cucina affollata, chiacchiere, bimbi che corrono ovunque, Silvia che litiga con Luca sulla politica

Paola girava il ragù nella pentola e si accorgeva che la solitudine, quella vera, era una bufala. Un fantasma che si era inventata da sola, barricandosi nella sua prigione per trentanni. La famiglia vera era qui. Dove la amavano senza condizioni, e la volevano per sé, non solo per i suoi servizi.

Gianni ogni tanto chiamava. Chiedeva di tornare. Giurava che era cambiato, che aveva capito tutto. Paola ascoltava, sorrideva, augurava ogni bene e riattaccava. Senza odio né rancore. Era semplicemente qualcuno che ora non la riguardava più.
Martina la prese per il grembiule:

Nonna, domani andiamo ai giardini? Sono tornate le papere!
Certo che andiamo!

E Paola sorrise. La vita, finalmente, stava prendendo la piega giusta.

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