Marito per il fine settimana
La polpetta era sistemata proprio al centro del piatto. Guardandola, mi accorsi che lo stomaco brontolava in modo imbarazzante.
Cecilia, posso farmi un panino? Ho davvero fame.
Carlo, la cena è pronta tra venti minuti. I secondi si freddano.
Solo una fetta di pane, davvero. Sono solo le sette.
Non puoi aspettare venti minuti? Ho contato tutto al minuto: le patate saranno pronte alle sette e un quarto, il pollo alle sette e venti. Se adesso ti togli la fame, poi non mangi come si deve.
Mi sedetti silenziosamente a tavola. Cecilia era al frigorifero, riposizionava con precisione maniacale i prodotti appena presi al mercato. Ogni confezione con un proprio posto: il latte sul secondo ripiano a destra, il formaggio nel cassetto dei formaggi, gli yogurt ordinati per scadenza, i più vecchi davanti.
Almeno posso farmi una tazza di thè?
Sì, ma solo un cucchiaino di zucchero.
Cecilia, sono un uomo adulto.
Hai il diabete in famiglia. Tuo padre, tuo nonno. Uno solo.
Mentre mi avvicinavo al bollitore, lei già era lì: mi ha preso la tazza, versato il thè, messo il cucchiaino esatto di zucchero, posato la tazza davanti a me.
Ecco. Bevi.
Guardo la tazza, poi la sua schiena rivolta al frigo. Prendo un sorso. Il thè è troppo leggero, quasi senza zucchero. Non dico nulla.
Fuori si sta già facendo buio. Ottobre a Milano scende rapido, e nel nostro quartiere dormitorio, coi palazzoni sistemati come scatole di fiammiferi in una vetrina, il buio arriva ancora prima. I lampioni danno luce stabile, le auto parcheggiate sempre allo stesso posto. Tutto identico al solito.
Io e Cecilia abbiamo cinquantasette e cinquantacinque anni. Insieme da trentanni. Casa pulita come una sala operatoria e silenziosa come una biblioteca.
***
Il sabato da noi comincia alle otto. Non per imposizione, ma perché alle otto prende il via la lista delle cose da fare. Cecilia la prepara il venerdì sera, scrivendo ordinato su un quaderno a quadretti.
Otto zero zero. Colazione.
Otto e trenta. Pulizie umide.
Dieci zero zero. Spesa. Alimentari in via Lomellina, detersivi a parte.
Dodici zero zero. Pranzo.
Tredici zero zero. Riposo, unora.
Quattordici zero zero. Visita alla zia Carolina.
Diciassette zero zero. Ritorno a casa.
Diciassette e trenta. Cena.
Diciotto e trenta. Televisione o libro.
Venticinque zero zero. A letto.
Questa lista la so a memoria. Non perché la legga, ma perché da almeno quindici anni è sempre uguale. Cambia solo il giorno della visita ai parenti, e talvolta il negozio.
Lavo il pavimento del corridoio spingendo lo straccio avanti e indietro, pensando alla pesca. Ci penso e basta. Da quanto non vado a pescare? Otto anni, forse. Lultima volta con Antonio, un collega, al Lago di Como. Abbiamo preso tre persici miseri e una scardola. Siamo rimasti fino a tardi a cucinare una zuppa di pesce su un fuoco improvvisato, usando una vecchia latta. Antonio raccontava barzellette, ridevamo così tanto che le anatre sono volate via impaurite.
Sono tornato che era già notte. Cecilia era sveglia.
Sai che ora è?
Sì, Cecilia. Siamo rimasti un po.
Un po. Ti ho chiamato otto volte. La cena è in frigo. Ormai è fredda e insipida.
Scusa.
Sai quanto mi sono preoccupata?
Scusa, Cecilia.
Dopo quella volta non sono più andato a pesca. Non perché lei mi abbia vietato. Accadeva sempre qualcosaltro: faccende, visite, lavori. Poi ho semplicemente smesso di proporlo. Più facile così.
Carlo! Stai strizzando bene lo straccio? Non troppa forza, restano le macchie.
Lo strizzo come dice lei, anche se per me non cè differenza. Il pavimento brilla. Cecilia è fiera della sua casa. Una volta, ho sentito che diceva al telefono: Da me si può mangiare dal pavimento. E io ho pensato che, nella mia vita, mai vorrei davvero mangiare per terra, fosse anche pulitissimo.
La spesa va secondo programma. Pranzo secondo programma. Zia Carolina ci offre torta salata; bruciacchiata sotto, ma Cecilia, gentile ma udibile da tutti, commenta: Carolina, forse il tuo forno scalda male. Io ne mangio tre e sono buoni proprio perché sono bruciacchiati.
Siamo di ritorno alle diciassette e venti. In anticipo, dieci minuti.
Cecilia tira fuori la teglia dal frigo: sformato di ricotta tagliato in sei pezzi uguali, perfetti.
Mi siedo a tavola, guardo quel dolce e sento crescere dentro una specie di panico silenzioso. Non per il dolce. Per tutto insieme. Perché so cosa succederà domani, dopodomani, tra una settimana, tra un anno.
Bevo, mangio tutto. Poi guardo la televisione.
***
Il mercoledì sera si rompe laspirapolvere. Di punto in bianco, non aspira più. Lo smonto sul tavolo in cucina: filtro intasato, una spazzola rotta, nientaltro. Roba semplice. Faccio lingegnere in una ditta elettronica a Sesto San Giovanni da ventidue anni: aggiustare una scopa elettrica è un gioco da ragazzi.
Cecilia entra in cucina, si blocca sulla soglia.
Che fai?
Aggiusto. Guarda qui, il filtro era intasato e questa parte si è rotta.
Carlo, chiama un tecnico. Non devi fare tu.
Ma dai, è roba che faccio ad occhi chiusi.
Anche il ferro da stiro volevi aggiustare tu, e il primo si è rotto del tutto, il secondo scaldava solo da una parte.
Era un altro caso. Questa volta vedo la causa.
Carlo.
Cecilia, sono un ingegnere.
Ingegnere alla fabbrica, non tecnico di elettrodomestici. Se rovini tutto, dopo ci costa il doppio.
Qualcosa dentro di me cambia, silenzioso e pesante, come un sasso che dopo tanti anni decide di rotolare. Guardo laspirapolvere smontato, le mie mani, il volto di Cecilia, così serena, così sicura.
Lo aggiusto io, Cecilia.
Carlo
Lo. Aggiusto. Io.
Mi fissa sorpresa, poi infastidita, poi esce senza aggiungere altro.
Ci sto unora. Laspirapolvere riprende ad aspirare, anzi, meglio di prima. Sistemo tutti i pezzi, rimetto a posto, la riaccendo solo per sentire il rumore regolare e perfetto.
Cecilia passa, guarda, annuisce, non dice nulla.
Aspettavo almeno un Bravo.
***
Ho trovato lannuncio su un palo davanti al metrò: Riparo vecchi elettrodomestici, apparecchi, cavalletti e altro. Cera indirizzo e telefono. Il mio vecchio giradischi, un Sony anni Ottanta, era sullo scaffale da tre anni, inutilizzato. Cecilia da tempo proponeva di buttarlo via. Io dicevo sempre dopo, e lo rimettevo a posto.
Quel giradischi lavevo comprato ancora prima di sposarmi. Mio padre mi aveva dato i soldi. Lì ascoltavo De André e Guccini, i vinili ordinati sul tavolino della cucina. Da quando sono con Cecilia, lei li ha messi in una scatola: Fanno polvere. Io ogni tanto apro la scatola, li controllo, solo per assicurarmi che ci siano ancora.
Il telefono dellannuncio non rispondeva. Decido di andare personalmente. Lindirizzo è zona Porta Romana, in un palazzo vecchissimo dalla facciata spelata e dai portoni in legno scuro.
Trovo la porta giusta al terzo piano. Suono. Silenzio, poi rumori, e la porta si apre.
Davanti a me una donna sui miei anni, col grembiule di lino imbrattato di tempera blu e gialla. Capelli raccolti a caso, una ciocca verde le colora la guancia.
Buongiorno. È qui per lannuncio?
Sì, volevo sapere se
Entrate, entrate. Io sono Valeria. Ma chiamami Vale. Attento al cavalletto nel corridoio, non inciampare.
Entro e mi blocco.
Un caos creativo mai visto: tele ovunque, alcune bianche, altre con schizzi, altre dipinte e ridipinte. Pennelli nei barattoli sul davanzale, tubetti sparsi. I giornali si incrociano per terra, stampati di colore. Un enorme gatto rosso mi fissa dal divano con aria regale.
Profuma di colori a olio, caffè e qualcosaltro che sa di vita.
Mi scusi per il casino, ride Valeria, Stamattina ho lavorato, non ho avuto tempo per mettere a posto.
Nessun problema, dico, e lo penso davvero.
Che deve essere aggiustato?
Un giradischi Sony anni Ottanta. Non gira. Secondo me è il motore.
I Sony vecchi: spesso sono solo i contatti dei cavi, o la batteria del telecomando?
Sono sicuro che sia più grave, ho controllato.
Vale si fa pensierosa.
Lha portato?
No, ero solo venuto per informarmi. Al telefono non cera nessuno.
Eh, il telefono lo perdo sempre, ieri era sotto il divano. Porta il giradischi e vedo cosa si può fare. Già che sei qui, mi dai una mano con il cavalletto? Ti faccio uno sconto.
***
Il cavalletto è nella stanza più grande, vicino alla finestra. Vecchissimo, gambe di legno allentate. Il supporto della tela non tiene langolo e scivola giù.
Qui, mi mostra, il bullone si è perso e ho provato con una vite, ma è troppo piccola e balla.
Mi abbasso, chiedo un cacciavite. Vale torna con tre diversi, non sapendo quale sia giusto. Scelgo quello che serve, tolgo la vite, chiedo nastro, avvolgo qualche giro e riavvito. Il cavalletto tiene.
È temporaneo, le spiego. Serve un bullone M6, puoi trovarlo in qualunque ferramenta. Meglio con il dado.
M6, ripete come se dovesse impararlo a memoria. Meglio se lo scrivo?
Prende un pennello, bagna nella vernice nera e scrive su un pezzo di giornale: Bullone M6 con dado!!.
Scoppio a ridere, distinto.
Se butti il giornale poi te ne dimentichi.
No no, lo metto sul frigo. Vieni a bere un caffè? Ho anche dei panzerotti di ieri, secco ma buonissimi.
Vorrei rispondere che devo andare. Che a casa mi aspettano. Che Cecilia
Volentieri.
***
Beviamo in cucina: minuscola, vista su un cortiletto. Sul davanzale germogliano piantine misteriose in vasi diversi. I panzerotti sono ammonticchiati su un piattino, ne prendo uno. È raffermo ma sa di casa: cavolo, uova e cipolla, come li faceva mia madre.
Che buoni, dico.
Davvero? Non sono brava in cucina. Mia figlia mi ha insegnato prima di partire. È a Venezia, studia arte. Ha ventidue anni, già adulta, seria, non come me.
Abiti qui da tanto?
Venticinque anni. Una volta ero con mio marito, ci siamo lasciati lanno scorso. Ora io e il gatto. Il gatto si chiama Gino.
Gino, accarezzato dal nome, solleva la testa e si rimette giù.
Ti è dispiaciuto?
Del divorzio? Allinizio sì. Poi sai come quando porti scarpe troppo strette, e solo tolte ti accorgi del male che ti provocavano. Così.
Guardo fuori. Un grande platano, quasi senza foglie, poche gialle resistono.
Sei un ingegnere?
Sì. Alla ditta elettronica a Sesto.
Ti piace?
È lavoro. Ma una volta mi piaceva smontare le cose, riparare. Anche andare a pesca
Pesca? Raccontami.
Sono sorpreso: di solito appena accenno alla pesca, la conversazione cambia. Cecilia diceva: Che vuoi dire, stai lì e aspetti. Invece Vale mi ascolta davvero attenta.
Da giovane andavo sempre, ogni estate, con papà. Partivamo allalba, nellaria fresca. Ricordo lodore dellacqua, il silenzio tanto profondo che sentivi il pesce muoversi.
Lei ascolta con appoggio della guancia.
Poi ho fatto qualche uscita con gli amici, una volta ad Arona abbiamo preso una carpa gigante
Racconto, racconto, mi accorgo che sono quasi le nove. Devo correre.
Cavoli, è tardissimo! Devo andare.
Vai, vai. Grazie per il cavalletto. E per la pesca, anche.
Per la pesca?
Perché lhai raccontata. Sembrava di sentirla.
Scendo al metrò. Mi chiedo: ma da quantè che nessuno mi ascolta davvero?
***
Cecilia è seduta in cucina quando rientro. In tavola una cotoletta fredda protetta da un piatto. Ha il viso di chi sta per lanciarsi in una lunga discussione.
Dove eri?
Sono andato per il giradischi. Una signora pittrice, aveva bisogno daiuto con un cavalletto. Sono stato lì.
Non mi hai avvisata.
Non pensavo di restare così tanto.
Ti aspettavo alle sette. Le cotolette si sono freddate, scaldate due volte, adesso sono secche.
Guardo il piatto, poi lei.
Scusa per le cotolette.
Non è per le cotolette! È questione di rispetto. Devi avvisare se non arrivi.
Non ci ho pensato.
Non ci pensi mai. Nemmeno la spesa: ho scritto ricotta magra e hai preso quella normale. Ho dovuto buttarla.
Appendo la giacca. Le mani sono ferme, e dentro mi sento schiacciato da una molla invisibile.
Ho mangiato lì. Panzerotti.
Panzerotti.
Sì.
Carlo, sei partito per un giradischi e torni alle nove con i panzerotti? Ti rendi conto?
Ho aiutato una persona e bevuto un caffè. È una donna sola, una pittrice, aveva bisogno.
Che donna è?
Valeria, cinquantacinque anni, insegna arte, divorziata da un anno.
Hai già raccolto tutta la biografia allora.
Si è parlato davanti a un caffè, Cecilia. Tutto qui.
Si alza, rimette la cotoletta in frigo con movimenti secchi.
Quando hai fame, scaldala. Io vado.
Esce. Resto in silenzio. Fuori piove. E penso che nemmeno la pioggia segue lorario.
***
Più volte ancora sono tornato da Valeria, portando alla fine il giradischi. Lei in due giorni lo ripara, grazie a un amico suo. Beviamo caffè. Questa volta porto una crostata alla ciliegia.
Poi torno, solo per chiederle se aveva preso il bullone giusto. Ha comprato il M4 invece di M6, ride. Io rido pure mentre glielo sistemo, portandomi entrambi i formati dietro.
A Cecilia accenno che vado dalla pittrice, senza dettagli. A lei forse basta sapere che rientro in orario (o quasi).
Una sera tardo ancora: Valeria mi mostra un album di Cézanne, spiega la luce dei suoi quadri e il tempo vola. Mi accorgo che nessuno mi aveva mai spiegato nulla così, e mi sembrava interessante.
Cecilia mi aspetta.
Cotoletta
Cecilia, ascolta.
Mi guarda. Stavolta ha paura, non è solo infastidita.
Carlo, che succede?
Niente. Vado da unamica. Chiacchieriamo, la aiuto. Mi trovo bene.
Ti rendi conto di cosa stai dicendo?
Sì. Non cè niente niente di male. Parliamo solo.
Solo parlate.
Sì.
Carlo, trentanni insieme. Io tengo questa casa, mi occupo dello stipendio, della salute. Sono responsabile in uno studio. Faccio tutto per noi due.
Lo so, Cecilia.
Allora perché vai da una pittrice invece di stare qui?
Non trovo risposta. O magari ce lho, ma non posso dirla senza ferirla.
***
Vado via un venerdì sera. Metto due camicie in borsa, un rasoio, un libro. Cecilia mi guarda dalla porta.
Dove vai?
Ho bisogno di stare solo. Di pensare.
Carlo, è una stupidaggine.
Forse. Ma devo andare.
Vai da lei.
Vado da me stesso.
Carlo!
Chiudo la borsa. Le sue mani vigili, vestaglia perfetta, sguardo smarrito di chi vede andare in frantumi ogni certezza.
Ti chiamo, le prometto.
E me ne vado.
***
Valeria non chiede nulla. Chiamo solo per sapere se posso fermarmi qualche notte. Ma certo, il divano è libero, dice.
Dormo in salotto, fra tele e cavalletti. Gino, il gatto, mi si accuccia ai piedi. Valeria prepara il caffè nella moka piccola, con cardamomo, la mattina, e restiamo in cucina ad ascoltare la radio. Niente di grave, solo il cielo, il tempo, Gino che gioca con i fiori sul davanzale.
Cecilia telefona. Allinizio spesso, poi meno. A volte rispondo. La sua voce: attenta, misurata.
Carlo, hai preso la medicina per la pressione? Ce lhai con te?
Sì, Cecilia.
Hai preso la giacca pesante? Danno freddo settimana prossima.
Lho presa.
Martedì hai la visita dal medico, alle quattro. Non dimenticare.
Va bene.
Carlo, non puoi semplicemente tornare a casa? Che ti manca?
Resto in silenzio un attimo.
Cecilia, ti richiamo.
Poi arrivano messaggi dallamica sua, Maria: Carlo, ma siete impazziti? Cecilia non sta bene. Poi dal mio capo, Marco, che mai avrei pensato: Carlo, tutto bene? La signora Cecilia mi ha chiamato preoccupata. Poi da suo cugino Gabriele.
Leggo tutto e penso che Cecilia gestisce tutto come sempre, anche ora: raccoglie le forze e fa squadra, come sempre. Solo che, stavolta, lobiettivo sono io.
Come va? chiede Valeria una sera.
Strano, ammetto, un po pauroso. Insolito.
È normale.
Stamattina, sai, non sapevo che mettermi. Ho scelto io la camicia, non bianca, non grigia, ma blu scura. E mi sono accorto che sono ventanni almeno che non decido io cosa mettermi.
Sceglieva lei?
Prepara tutto la sera prima. Diceva che altrimenti combino pasticci. Ormai ero abituato.
Valeria tace.
Lei mi vuole bene, lo so. A modo suo.
Ci credo.
Ma con lei sono scomparso. Sono finito nel suo programma.
***
La domenica Cecilia arriva. Ha trovato lindirizzo, non so come. Apro la porta, la guardo un istante senza riuscire a parlare.
Posso entrare? chiede.
Mi sposto. Lei entra, osserva la casa. Ha un moto di nervosismo: le scarpe di Valeria in disordine in ingresso, la sciarpa colorata appesa, la giacca macchiata dipinta, la tela che spunta dalla stanza.
Valeria esce dalla cucina. Si guardano per un istante.
Buongiorno, dice Cecilia severa.
Buongiorno, fa Valeria, sommessa.
Cecilia si volta verso di me.
Stai bene?
Sì.
Prendi le medicine?
Cecilia
Chiedo solo.
Appare in cucina: ho appena affettato un cetriolo, i pezzi sono tutti storti, grandi, irregolari. Cecilia impallidisce: i cetrioli andrebbero tagliati in modo perfetto.
Cecilia, non dovevi venire.
Carlo, ti ho dato la vita, la voce le trema. Ti ho accudito per trentanni. Tutto quello che ho fatto, lho fatto per te.
Lo so.
E allora perché?
Valeria si avvicina, in tono dolce dice:
Cecilia, posso dire una cosa? Non come nemica, solo da spettatrice.
Parli pure, risponde Cecilia, senza guardarla.
La cura è buona quando chi la riceve ci sta bene. Può essere se stesso, respirare. Se invece uno con te non respira più, non è più cura. Voi non gli avete lasciato respiro, Cecilia.
Cecilia tace a lungo.
Non conoscete la nostra vita, replica infine.
No, ammette Valeria.
Le prendo la mano, non la ritrae.
Cecilia, chiedo il divorzio. Ho deciso. Non perché non ti voglia più bene. Ma così, io, non posso più.
Lei guarda la nostra stretta, poi pianissimo scioglie le dita. Va a prendere la borsa dallingresso, con la schiena diritta, come sempre.
Non dimenticare le medicine, dice andandosene. Le trovi nel cassetto blu in alto.
La porta si chiude.
***
Il divorzio dura sei mesi. Lascio la casa a lei, senza discutere. Affitto una stanza vicino Porta Romana, nello stesso quartiere di Valeria, praticamente al civico accanto. Fa sorridere ma va così.
La vita riparte lenta, come un palazzo antico che si restaura pietra dopo pietra.
Nei primi mesi faccio cose insolite: compro il pane che mi va senza lista, mangio in piedi, mi addormento quando voglio, resto fino alluna di notte a guardare un film vecchio solo perché mi va, e provo una felicità quasi infantile.
Con Valeria non ci precipitiamo in nulla. Entrambi lo sentivamo importante, e per questo senza fretta.
In primavera andiamo a pescare.
Affitto le canne, guidiamo fino a un laghetto vicino Pavia con la sua vecchia Panda rossa, rumorosa e sgangherata. Valeria non è mai andata a pesca e lo confessa subito.
Siamo in riva al lago. È gelido, lerba umida, e mi accorgo là di aver scordato il termos di caffè a casa.
Ho scordato il termos!
Pazienza, ride Vale. Guarda che nebbia sullacqua.
Guardo. La nebbia è bianca, leggera, si stende come un velo. Il sole è basso, rosa allorizzonte.
Bello, vero? sussurra Valeria.
Sì. Bellissimo.
Pesco un persico piccolo ma vivace. Vale sgrana gli occhi e mi fa ridere, mi supplica di rimetterlo in acqua.
Torniamo senza pesci, sporchi di fango: sono scivolato, trascinando lei con me, e ci mettiamo a ridere tanto da spaventare tutte le anatre.
La giacca è irrecuperabile.
Amen, ride lei. Ma che mattina!
La guardo, col viso sporco, i capelli scarmigliati, e penso: questa è la vita. Quella vera. Non il programma, ma la giacca sporca e la nebbia rosa.
***
Ci sposiamo in autunno, un anno e mezzo dopo. Piccola cerimonia informale, pochi amici: Antonio del lavoro, lamica di Valeria, Irene, come fotografa, e Gino che, dal davanzale, ignora tutti con aria da re.
La vita con Valeria è viva e un po pazza. Lei spende mezzo stipendio per colori, dimenticando il pane. Io smonto radio antiche facendo caos. Lei perde le chiavi due volte a settimana. Io lascio attrezzi ovunque, una volta trova una pinza nel frigorifero.
Litighiamo. Sul serio, a volte: per soldi, per i suoi pennelli lasciati in giro a seccarsi, per i miei strumenti che vanno a finire dove non dovrebbero. Ma nessuno fa la conta delle colpe. Quando uno mette su la moka, vuol dire pace. Laltro si aggiunge. E si ricomincia.
***
Cecilia viene a sapere del matrimonio da Maria, che sa tutto di tutti.
Per un po va avanti dinerzia. Casa pulita, cena puntuale, lavoro in studio, risposte precise.
Ma la sera casa è troppo silenziosa. Troppo grande. Si ritrova a mettere in tavola due tazze di tè per abitudine. Ne toglie una. E questo le fa male.
A lavoro la capo, Stefania, laffronta:
Cecilia, che succede?
Niente.
Da due mesi vedo che qualcosa non va.
Questioni di famiglia.
Tuo marito se nè andato?
Lei la guarda.
Da cosa lo deduci?
Non so, ma ci sono passata anchio. Un consiglio: non cominciare la pulizia dalla casa, cominciala dai sentimenti. Parla con qualcuno, non unamica, uno specialista.
Stavolta non risponde.
***
Si trova una psicologa su internet, zona Navigli, studio piccolo, donna di quarantacinque anni. I primi incontri silenziosi, risposte monosillabiche, si sente come a dover stare nuda in un luogo sconosciuto.
La quarta volta la psicologa chiede:
Quando ha avuto davvero paura, Cecilia? Non per suo marito. Per sé stessa.
Ci pensa.
Quando lho visto preparare la valigia. Quando ho capito che non lo fermavo più. Che perdevo il controllo.
Perché doveva tenere tutto sotto controllo?
Un lungo silenzio. Fuori nevica polvere.
Se non tengo tutto in mano, tutto si rompe. Mia madre diceva sempre: Devi essere tu la forte, altrimenti gli uomini scappano. Lo diceva sempre. Mio padre lha lasciata comunque. Ma lei è rimasta così.
La psicologa tace. Non cè silenzio giudicante, solo spazio.
Quindi ha sempre avuto paura di perdere, lasciando andare?
Sì.
E cosha scoperto?
Che restando aggrappata troppo forte, li perdi lo stesso.
Farlo uscire le fa male, ma la alleggerisce.
***
Va a una mostra dacquerelli consiglia da Maria. È domenica, e la casa pesa.
Gli acquerelli le piacciono per la leggerezza, la trasparenza, il bianco lasciato in vista.
Davanti a un paesaggio sul Tevere si ferma un uomo accanto a lei. Poco più grande, sguardo buono, un po distratto. Guarda anche lui quel quadro.
Curioso, mormora, qui lautore ha lasciato apposta bianco questo angolo. Lo vede? Solo carta. È lui che fa lintera scena.
Cecilia guarda.
Non ci avevo mai fatto caso.
In tanti lo ignorano. Mi chiamo Enrico.
Cecilia.
È impacciato. Uscendo, si impiglia col giubbotto nella maniglia, non riesce a richiuderlo: la cerniera non va.
Cecilia, senza pensarci, interviene.
Mi faccia vedere.
Trova il punto, sistema e chiude la cerniera. Sorride, senza sapere perché.
Grazie, lui grato sul serio. Combatto da un mese.
Deve cambiare giubbotto.
Non amo comprare vestiti.
Restano un po sulla porta. Lui insegna chitarra nel centro culturale accanto, va spesso alle mostre.
Mi farebbe piacere rivederti. Domenica prossima vengo ancora.
Lei non promette. Ma domenica, ci va.
***
Con Enrico è strano. Vedovo, la moglie morta tre anni fa. Vive solo, beve tanto tè, suona la chitarra la sera, spesso scorda che giorno sia, può discutere per ore della forma degli alberi sotto casa.
Cecilia prova ad organizzarlo: consiglia unagenda, critica il frigo in disordine, si mette a sistemare i barattoli.
Lui la prende per mano.
Cecilia, io li lascio così apposta. Va bene così.
Lei si ferma. Lui non si infastidisce, non spiega con stizza come sapeva fare Carlo. Solo le tiene la mano.
Scusa, dice lei. Brutta abitudine.
Non è brutta. Ma questa è la mia cucina.
La tua cucina, ripete lei.
E i barattoli restano lì.
Per lei è importante. Si accorge spesso che ha voglia di sistemare, correggere, ma si ferma. Sempre più spesso.
La psicologa le dice:
Può controllare solo sé stessa. Non gli altri. Ed è, tutto sommato, assai più interessante.
Ci riflette a lungo dopo.
Inizia a cucinare dolci. Prima seguiva le ricette alla lettera. Una volta Maria le passa quella di una torta di mele: Con la cannella: mettila a piacere. A piacere. Sta minuti a capire quanto a piacere sia. Ne mette troppa. La torta viene amara ma il profumo è indimenticabile. Ne mangia metà in piedi.
Ora cucini dolci? stupita, Maria.
Sto imparando, risponde Cecilia. A volte sbaglio, ma è divertente.
Maria la osserva.
Cecilia, sei cambiata.
Forse.
In meglio.
Lei non risponde. Ma, uscendo da Maria, si trova a sorridere al viale dautunno.
***
Ci incrociamo due anni dopo, per caso, al Parco Sempione. Io e Valeria diretti al naviglio, lei seduta su una panchina con un libro, aspetta Enrico che è andato a prendere due caffè.
Per prima lo vedo io: passo con Valeria, la camicia blu, lei ride, scherza.
Chiudo il libro.
Carlo si ferma, poi mi si avvicina.
Ciao, Cecilia.
Ciao, Carlo.
Valeria si ferma in disparte, ma non troppo. Lo noto con piacere.
Stai bene, dice lui. Ed è sincero. Sono diversa, lo so.
Anche tu.
Silenzio. Ottobre è tranquillo, le foglie coprono i viali come tappeto giallo.
Come stai? domanda.
Sto bene. Con Valeria si va al sud senza meta: piccole città, quello che capita.
Dove?
Non sappiamo. È questo il bello.
Annuisco. Guardo Valeria, attenta a una pianta lì vicina.
E tu?
Bene. Sai, sto imparando a fare le torte. Ridicolo, vero?
No.
A volte sbaglio. Lultima volta ho esagerato col lievito, la torta si è sbriciolata. Ma se lè mangiata tutta.
Va bene così.
Esco con Enrico, un insegnante. Disordinato. Mi fermo. Imparo a non voler sistemare tutto.
Carlo mi guarda.
Non è facile per te.
No. Ma è interessante.
Si avvicina Enrico con due bicchieri di caffè e un sacchetto, spuntano cornetti.
Cecilia! sorride. Cerano solo cornetti alla cannella e alluvetta, ho preso tutti!
Sorrido. Improvvisamente, leggera.
Carlo mi osserva.
Stai ridendo.
Sì, dico quasi sorpresa.
Arriva Valeria.
Andiamo, dice gentile, non voglio dar fastidio.
Tutto bene, le rispondo. Anche questo, finalmente, è vero.
Ci salutiamo senza rancori, solo un cenno, un sorriso. Valeria mi saluta con la mano, un gesto caldo, pacifico. Li guardo allontanarsi: lui dice qualcosa, lei ride e lo prende sottobraccio.
Enrico mi porge i cornetti.
Prendi, scegli tu.
Prendo quello alla cannella. Morbido, si sbriciola.
Il parco dautunno ondeggia tra le foglie. In lontananza urlano bambini. Il cielo scorre, lento e pacifico.
Seduta sulla panchina, mangio il cornetto caldo e penso: avrei potuto non sapere mai che significa amare e non solo comandare. E non lo avrei saputo, se lui non se ne fosse andato.
Enrico si accovaccia a fianco, trova il suo cornetto e scopre che quello con luvetta non gli piace.
Vuoi? mi offre, con aria colpevole.
Glielo prendo.
Sì, grazie.





