Il muro a suo favore

Un muro a suo favore

Caterina, perché ti intrometti sempre in queste discussioni? chiese Vittorio, senza nemmeno voltarsi verso di me. Era in piedi vicino alla finestra con un bicchiere di Chianti, largo di spalle, sicuro di sé come sempre, e parlava a voce bassa, quasi affettuosa il che era pure peggio. Marco ha chiesto a me, capisci? A me. Non riempirgli la testa con le tue idee.

Marco Benassi, nostro ospite e nuovo socio di Vittorio per una faccenda di logistica, osservava assorto il piatto. Il suo disagio era palpabile: si spostò appena sulla sedia e prese la forchetta, anche se era evidente che non voleva continuare a mangiare.

Ho solo detto che nel centro di Firenze ci sono grandi spazi lasciati vuoti, risposi con calma.

Caterina. Finalmente Vittorio si girò, e negli occhi aveva quellespressione che avevo imparato a riconoscere in ventisette anni. Non era rabbia. Peggio. Era condiscendenza. Hai cucinato benissimo, la tavola è splendida, tutto perfetto. Perché non vai a prendere il dolce, va bene?

Attorno al tavolo cerano altre quattro persone. Laura, la moglie di Marco, mi lanciò uno sguardo rapido, in cui lessi, forse, un velo di compassione. O forse era solo una mia impressione. Mi alzai, raccolsi alcuni piatti e mi avviai verso la cucina.

Lì rimasi qualche minuto davanti al lavandino, fissando il buio riflesso nella finestra. Pioveva, una pioggia fine d’autunno che sfumava le luci dei palazzi in macchie gialle. Avevo cinquantadue anni. Dietro di me le voci, le risate di Vittorio e il tintinnio dei bicchieri continuavano il loro rituale settimanale. Presi la torta che avevo preparato quella mattina e la portai in sala.

Così scorreva la mia vita.

La nostra casa era in un bel quartiere di Firenze, città dove avevamo vissuto gran parte della nostra storia insieme. Vittorio laveva fatta costruire quindici anni fa, quando gli affari andavano a gonfie vele. Era una casa grande, a due piani, con garage e un giardino che avevo curato io, visto che a lui mancava il tempo e il giardiniere combinava guai. Gli ospiti elogiavano sempre: Che casa bellissima, signora Caterina, che gusto! Sorridevo e ringraziavo, perché davvero ogni cosa tendaggi, scaffali, il ribes lungo la staccionata era opera mia.

Solo che la casa era intestata a Vittorio.

Non avevo mai lavorato nel senso che lavorava lui. Dopo l’università dove ci eravamo conosciuti avevo insegnato disegno tecnico per qualche anno. Poi era nato Giulio, poi gli affari di Vittorio avevano preso il volo, ci si trasferiva di continuo, bisognava ospitare gente, partecipare a eventi. Così lasciai il lavoro. Vittorio diceva: A cosa ti serve quello stipendio ridicolo? Ci penso io. E infatti non mi fece mai mancare niente, ma ogni volta che mi servivano dei soldi per qualcosa di mio, dovevo chiedere o mettere da parte dal budget di casa.

Ho iniziato a creare gioielli un po’ per caso, dieci anni fa, bloccata in campagna per il maltempo. Trovai una vecchia scatola di perle dimenticate. Di sera avevo già fatto una collana e, con mia sorpresa, venne davvero bene. Poi ne feci unaltra, poi unaltra ancora. Le amiche chiedevano di comprarle, così acquistai gli attrezzi e iniziai a lavorare anche con pietre e chiusure dargento. Quello spazio divenne finalmente mio, il mio piccolo mondo.

Vittorio lo vedeva più o meno come vedeva il mio orto di pomodori: un passatempo piacevole, niente di più.

Sempre con quelle collanine, diceva. Non è mica un lavoro serio, Caterina. Dove vuoi mai venderle, al mercato?

Non rispondevo. Che senso aveva?

Giulio era cresciuto ed era andato via, a Milano, dove si era sposato. Ci si vedeva durante le feste; lui mi chiamava la domenica per chiedere della salute, io gli chiedevo del lavoro. Ci volevamo bene, ma ognuno aveva la sua vita.

Io non avevo la mia.

Avevo una grande casa, un marito, ospiti ogni settimana, pranzi di beneficenza a cui Vittorio partecipava per fare conoscenze e io lo accompagnavo, sempre con labito giusto e il sorriso perfetto. Ero la sua carta da visita, il volto umano del borghese rispettabile. Anche questa, in fondo, era una professione. Solo che non pagava, e nessuno ti diceva grazie.

Una mattina di febbraio ricevetti una lettera. Busta semplice, notarile, da uno studio in via dei Serragli, nome sconosciuto. Laprii al tavolo della cucina, mentre Vittorio ancora dormiva.

La prozia di mia madre, Nina Bevilacqua, che avró visto forse tre volte nella vita, lultima oltre ventanni fa a un funerale, era morta a dicembre. Non aveva figli. Mi lasciava in eredità un edificio: non un appartamento, non un terreno, ma proprio un intero edificio industriale anni Cinquanta, trecentoquaranta metri quadrati nel centro di Firenze, abbandonato da anni.

Lessi la lettera tre volte.

Poi chiamai lo studio notarile.

Certo, signora Caterina, tutto regolare. Sua zia Nina ha indicato lei come unica erede. E anche il terreno sottostante fa parte delleredità. Tutto intestato a lei dagli anni Novanta, zero problemi.

Un terreno in centro?

Sì, piccolo, ma situato benissimo.

Ringraziai e rimasi a lungo seduta con la lettera in mano.

A Vittorio non dissi niente. Nemmeno so perché. O meglio, lo sapevo: già vedevo come sarebbe andata. Lui sarebbe andato a vedere, avrebbe deciso che andava buttato giù o venduto; avrebbe chiamato qualcuno giusto delle sue conoscenze, e ancora una volta mi sarei trovata a sorridere lì accanto, spettatrice della mia vita.

Così per la prima volta andai a vedere da sola, dicendo che passavo da una vecchia amica.

Ledificio era in una viuzza dietro il Teatro della Pergola, quella parte di città dove le ville signorili Liberty vivono accanto ai vecchi palazzi popolari e ai nuovi uffici di vetro. La via era silenziosa, pietre antiche sotto i piedi, i primi germogli sugli alberi.

Era un edificio malandato, con lintonaco che si staccava e finestre sbarrate. Eppure le mura erano solide. Lo girai due volte, tastando i mattoni, controllai il tetto. Reggeva. Passai da una porta laterale, trovata aperta.

I soffitti altissimi. Grandi finestre, molte rotte. Travature in legno da sistemare. Pavimento di piastrelle coperto di polvere e fango. Odore di umido e di vecchio.

Rimasi al centro, guardando il cielo da una crepa sul soffitto.

E improvvisamente sentii una cosa strana. Non paura, né malinconia. Una sensazione che di solito si prova solo quando ti trovi in un luogo sconosciuto e improvvisamente capisci: è tuo. Tu appartieni a quel posto.

Il notaio era un tipo cortese, sulla quarantina. In due settimane sistemammo tutto. Ritirai i documenti e li misi in una cartellina nello studio dove tenevo le pietre, stanza dove Vittorio non metteva mai piede.

Chiamai Nadia, la mia amica d’infanzia che fa lagente immobiliare, e le raccontai tutto.

Davvero? chiese dopo una lunga pausa.

Davvero.

Ma Caterina, sono soldi. Un edificio in centro, il terreno Ma hai capito che sono tanti soldi?

Lo so. Ma non voglio vendere.

E allora che vuoi fare?

Restai zitta. Poi dissi:

Ti ricordi quando da giovani andavamo alle mostre nel vecchio Palazzo degli Artisti?

Certo che mi ricordo.

Qualcosa di simile. Uno spazio per la gente: per esporre, lavorare, imparare. Uno spazio artistico, come dicono ora.

Nadia si tacque ancora più a lungo.

Ma Caterina, guarda che è un investimento enorme. Ristrutturazioni, impianti

Lo so.

Ma hai i soldi?

Ora no. Ma arriveranno.

Non fece altre domande. Nadia sapeva ascoltare e sapeva tacere, per questo le volevo bene.

Mi misi a cercare soldi come meglio sapevo fare: con i miei gioielli. In tanti anni avevo accumulato pezzi che non avevo mai venduto. Alcuni li consideravo i miei capolavori: pendenti in argento e pietre dellAppennino, bracciali realizzati a mano, set su cui avevo lavorato settimane.

Nadia si attivò. Una sua conoscente gestiva un piccolo negozio di artigianato vicino al mercato di San Lorenzo. Laccordo fu semplice: lei portava i miei lavori, diceva che erano creazioni di unartista che desiderava rimanere nellanonimato, il negozio tratteneva una piccola percentuale. La prima fornitura andò via in tre settimane.

Caterina, non immagini: chiedono già se ci sarà altro. Quel ciondolo col labradorite, te lo ricordi? Quello che non volevi mollare? È stato venduto in due ore.

Per quanto?

Mi disse la cifra.

Mi ritirai sul balcone, il cuore in subbuglio.

In tre mesi avevo incassato con i gioielli una somma che mi sembrava irreale. Depositai il denaro su una carta prepagata emessa da una banca vicino allo studio notarile. Vittorio non ne sapeva niente.

Nel frattempo trovai degli artigiani, cercando su internet e incontrando piccoli imprenditori in caffè durante lorario dufficio di Vittorio. La squadra era di quattro persone, guidata da Mario, un uomo silenzioso sulla cinquantina, che guardava l’edificio con rispetto e senza disprezzo.

I muri sono buoni, dichiarò battendo i mattoni. Bisogna rifare il tetto. Parte del pavimento è da cambiare. Tutte finestre nuove. Impianto elettrico da zero, ovviamente. In quattro mesi ce la possiamo fare, se non ci fermiamo.

Non ci fermeremo, confermai.

Mario mi fissò con attenzione, senza giudizio.

Va bene, disse.

La vita in casa continuava normale. Preparavo cene, accompagnavo Vittorio agli eventi, ascoltavo discussioni sullimport/export, annuivo e pensavo alle cornici delle finestre, agli soppalchi per i quadri, allilluminazione perfetta per la sala esposizioni.

Vittorio non si accorgeva di nulla. Ero sempre il suo sottofondo, e il sottofondo rimane.

Solo una volta rischiai di essere scoperta: trovò uno scontrino del Brico Center nella mia borsa.

Cosè questo? chiese a cena.

Ho preso qualcosa per casa, risposi serena.

Primer per pareti?

Voglio sistemare le mura in cantina. C’è umidità.

Lui scrollò le spalle e tornò al cellulare. Fine.

Mario era un bravo capomastro: preciso dove era necessario, veloce quando serviva. Tra noi cera reciproco rispetto. Spesso, nei pomeriggi in cantiere, mi fermavo semplicemente nel mezzo, ad ascoltare il suono dei lavori, e mi sentivo bene, davvero bene. Come se respirassi unaria diversa.

Nadia venne a vedere i lavori a giugno, quando avevamo già istallato le finestre e lisciato le pareti.

Madonna, Caterina, diventerà uno splendore.

Così sarà, confermai.

Ma cosa farai lì dentro? Mostre? Corsi? Bisogna avere una linea

Ho già pensato. Mostre di artisti locali, qui sono tanti quelli che non hanno uno spazio per farsi vedere. Workshop. Si possono affittare postazioni per lavorare. Un piccolo angolo caffè e una libreria.

Hai già tutto nella testa, sorrise Nadia.

Ci ho pensato per tre anni. Non sapevo solo che fosse possibile.

A settembre incontrai Paola a una fiera dell’artigianato: vendeva bambole fatte a mano, dietro un banchetto, immersa in un libro mentre la gente passava. Le sue bambole erano incredibili. Restai incantata.

Li fa lei questi?

Faccio tutto io.

Da quanto tempo?

Sette anni. Mi guardò. Le piacciono?

Moltissimo. Sono Caterina. Sto per aprire uno spazio artistico e cerco persone da coinvolgere.

Paola mise da parte il libro.

Così si formò una piccola comunità. Paola conosceva due artisti; uno portò uno scultore; la scultrice era amica di Graziana, che insegnava ceramica e da tempo cercava un locale vero. A ottobre avevo già una lista di dodici persone, pronte a partire.

I soldi però finivano. Mi restavano solo pochi pezzi da vendere. Dovevo pagare Mario per la fase conclusiva, comprare impianti, fare linsegna.

Vendetti il mio pezzo più prezioso: un set di argento e ametista lavorato per due anni. Nadia mi chiamò il giorno dopo.

Caterina, venduto in unora. La signora ha detto che non aveva mai visto niente di simile. Ha chiesto se cera altro.

Non cè più nulla, risposi.

Sei triste?

No, dissi, e per la prima volta lo pensavo davvero.

Lo spazio aprì i battenti a novembre. Nessuna inaugurazione sfarzosa: solo un annuncio nel gruppo Facebook del quartiere, invito a chiunque fosse interessato a partecipare. La prima serata portò sessanta persone.

Quella sera Vittorio era a Roma. Dissi che ero dalla Nadia. Lì cenò da solo, bastò quello.

Rimasi in piedi, guardando la gente curiosare, parlare, prendere in mano le bambole di Paola. Mi tremavano un po le mani: ma non era paura. Era quella sensazione speciale di chi ha desiderato qualcosa per troppo tempo e finalmente lo vede realizzato.

Mario venne anche lui. Guardò in giro.

Davvero un bel lavoro, ammise.

Grazie a voi.

Grazie a lei, ribatté.

Poi tutto proseguì più in fretta del previsto: gli studi venivano affittati, i corsi di ceramica andarono a ruba, il caffè curato da Sonia (#inserire qui una tipica barista italiana) aprì a dicembre e divenne subito un punto di ritrovo anche per chi non partecipava agli eventi. I giornalisti locali scrissero qualche articolo; seguirono altri.

Incontrai per caso un signore anziano, il vicino che abitava nel vecchio palazzo di fronte.

È lei che ha aperto quello spazio? mi chiese, indicando il palazzo.

Sì, sono io.

Vivo qui da quarantanni e mai avevo visto qualcosa nel vicolo. Bell’iniziativa.

Lo ringraziai e sorrisi fino alla macchina.

Vittorio venne a saperlo a gennaio. Non per bocca mia. Un socio aveva visto larticolo e la foto dellinaugurazione, con il mio nome. Ne parlammo a cena.

Caterina, vuoi raccontarmi qualcosa?

Riunivo i piatti con calma.

Sì, voglio. Siediti, preparo il tè.

Gli raccontai tutto: leredità, i lavori, i miei gioielli. Mi ascoltò in silenzio, col volto neutro.

Quando finii, fece una pausa. Poi:

Mi hai nascosto tutto questo.

Sì.

Perché?

Lo guardai. Lui voleva davvero sapere? O forse gli sembrava giusto pensarlo.

Perché se te lo avessi detto, avresti deciso al mio posto. Sarebbe diventato il tuo progetto, non il mio.

Non è onesto.

Non è stato onesto nemmeno non chiedermi mai cosa volessi, in tutti questi anni.

Si alzò, prese la tazza, guardò fuori.

Vuoi che dica che sono orgoglioso di te?

No, dissi. Puoi non dire nulla.

Non disse nulla.

Trascorsero ancora alcuni mesi insieme, nello stesso ritmo. Ma qualcosa era cambiato, senza rumori, come ghiaccio che si scioglie.

Poi fu la volta del gran ballo.

Il ballo di beneficenza del Comune di Firenze era ogni febbraio. Vittorio vi andava ogni anno. Stavolta però arrivò un invito anche a mio nome. Una donna dellorganizzazione mi chiamò: per la prima volta sarebbe stato assegnato un premio della comunità imprenditoriale per Nuovo spazio urbano. Il mio centro, che avevo chiamato Bevilacqua, in onore di zia Nina, era tra i vincitori.

Potrà essere presente?

Senzaltro.

Raccontai tutto a Vittorio, stavolta subito. Lui mi guardò come si guarda una persona che si credeva di conoscere e invece adesso non si riconosce più.

Congratulazioni, disse.

Grazie.

Comprai labito da sola. Blu scuro, linea semplice. Misi i miei gioielli: lanello con labradorite rifatto, orecchini di granato.

Nella sala ci sedemmo separati: lui, imprenditore veterano, vicino al palco; io, tra i finalisti del premio. Lo cercai con lo sguardo: mi restituì un cenno.

Il luogo era splendido, un vecchio palazzo fiorentino, affreschi e lampadari. Tanti volti eleganti, musica, fiori. Solo un anno prima sarei stata ancora lì, al lavello delle stoviglie altrui, ad ascoltare le risate filtrate dai muri.

Quando annunciarono la mia categoria, salii sul palco con calma, anche se le gambe tremavano un po, ma in modo invisibile.

Il presidente del comitato era un signore dallottima voce. Parlò dellimportanza dei centri culturali, lesse il mio nome, mi consegnò una piccola scultura di vetro e una busta.

Vuole dire due parole? chiese.

Presi il microfono. Troppo silenzio. Cercai Nadia con lo sguardo: sorrideva al fondo. Cercai Vittorio: mi fissava, e sul volto non riuscivo a leggere niente di netto.

Vorrei ringraziare tutti coloro che hanno creduto in questo posto prima dellinizio: gli artisti, gli artigiani, chi è arrivato e ha deciso di restare. E la mia zia Nina, che non cè più. Nemmeno lei sapeva di avermi lasciato molto più di un edificio.

Parlai per tre minuti. Ci fu un applauso. Scesi dal palco con la statuetta in mano.

Durante la pausa Nadia mi abbracciò forte.

Caterina, hai visto la sua faccia? sussurrò.

Sì.

E allora?

E allora niente, risposi. Niente di speciale.

Vittorio venne da me, quando si ballava e ormai la sala si era svuotata.

Bel discorso.

Grazie.

Stai davvero bene stasera.

Vittorio, tagliai corto. Non serve.

Rimase in silenzio.

Dobbiamo parlarci, seriamente.

Lo so. Parleremo a casa.

La conversazione fu lunga. Non un litigio. Dopo tanti anni non si può nemmeno litigare più, solo ascoltarsi come persone esauste.

Gli dissi che volevo separarmi.

Restò in silenzio a lungo.

Hai qualcun altro?

No. Voglio solo la mia vita.

Ma ora ce lhai già, una vita tua.

Sì. E voglio continuare. Da sola.

Si alzò, andò su e giù.

La casa, la dividiamo?

La casa è tua, replicai quieta. Ma il terreno sotto è mio.

Si bloccò.

Come?

Spiegai: la terra sotto la casa era stata intestata tanti anni fa tramite la parente di mia madre, zia Nina. Lavevo scoperto ereditando. Il notaio me lo aveva detto, io avevo fatto verificare a un legale. Tutto regolare. Il terreno era mio.

Vittorio mi fissava come mai aveva fatto prima.

Lo sapevi da tempo?

Da quando ho ricevuto leredità.

E non hai detto nulla.

Come tu non hai mai detto tante altre cose.

Si sedette.

Parlammo ancora a lungo. Nessun grido, nessuna lacrima. Due persone stanche che si erano guardate per decenni senza vedersi davvero.

Gli avvocati ci misero tre mesi. La separazione fu discreta. Lasciai la casa a Vittorio, alle condizioni fissate dal mio avvocato: ricevetti una compensazione che investii tutta nel Bevilacqua, ampliando il caffè e aprendo una saletta espositiva al secondo piano.

Presi in affitto un piccolo appartamento nel quartiere. Quarto piano, vista sopra i tetti e su un vecchio tiglio che a maggio inondava tutto di profumo.

La prima notte mi svegliai alle tre, ascoltai il silenzio. Nessuna voce, nessun passo, nessun respiro vicino. Solo qualche auto lontana e la pioggia.

Avevo cinquantatré anni, ero sola e non avevo paura. Solo questo già mi sembrava importante.

Passò un anno.

Il Bevilacqua lanno dopo lavorava a pieno ritmo. Tre artisti fissi affittavano spazi, i corsi di ceramica si tenevano tre volte a settimana ed erano pieni. Sonia aveva reso il caffè accogliente, con tavoli di legno e foto di vecchia Firenze alle pareti. Il venerdì jazz.

Paola aveva venduto tutte le sue bambole e ne creava nuove su ordinazione. Eravamo diventate amiche vere.

A volte Nadia mi diceva:

Sei ringiovanita di dieci anni. Forse di quindici.

Dormo meglio, rispondevo scherzando.

Continuavo a realizzare gioielli. Non per vendere, per me stessa. La sera, accendevo la lampada, sistemavo pietre, argento, strumenti, mi immergevo nel mio piccolo universo. Un tempo tutto mio.

Vidi Vittorio per caso, a dicembre. Uscivo da un bar vicino al Bevilacqua, lui camminava in senso opposto.

Sembrava invecchiato, ma forse era solo una mia percezione. O forse prima non lo notavo.

Caterina?

Vittorio, ciao.

Ci fermammo. Una pausa, non imbarazzante: la pausa di chi si conosce da tanto e non ha molto da dire.

Tutto bene?

Sì, e tu?

Tutto a posto. Pausa. Ho sentito che hai aperto la seconda sala.

Novità di novembre.

Complimenti, disse. E non cera traccia di sarcasmo. Era solo sincero.

Grazie.

Restò fermo un istante.

Senti una questione di lavoro. Vorrei prendere uno spazio per un piccolo showroom, centro città. Sai per caso chi si occupa ora delle ristrutturazioni in zona? Qualcuno di cui ci si può fidare.

Lo guardai. Dentro di me riaffiorò qualcosa di antico. Forse la vecchia abitudine: ventisette anni di risposte, consigli, aiuti, soluzioni. Era come un riflesso.

Sorrisi.

No, Vittorio. Non lo so.

Sembrò sorpreso. Non offeso, solo sorpreso.

Va bene. Ho capito.

In bocca al lupo, dissi.

Anche a te.

Ci dividemmo. Arrivai allangolo, mi fermai un attimo, mi strinsi nel cappotto. Laria era fresca, piacevole. Dal mercato lì vicino arrivava profumo di abete e spezie natalizie.

Pensai che quella sera sarei passata in Bevilacqua: Paola stava allestendo una nuova mostra, sarebbero arrivati amici, Sonia avrebbe preparato qualcosa di speciale. Jazz nelle orecchie, luci calde dalle finestre grandi.

Proseguii decisa. La vita, a qualsiasi età, può ricominciare davvero. E a volte basta avere il coraggio di prendere in mano la propria storia, dopo averla vissuta troppo a lungo dietro una parete.

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