E così, figliolo, hai portato in questa casa, Dio mi perdoni, una sciagurata senza dote. Neanche uno spillo, neanche una stanza, solo sogni e una vecchia valigia piena di federe sbiadite. Te lavevo detto: devi cercare una ragazza del tuo livello, non raccattare per strada quello che trovi. Ma con lei, come si fa a guardare la gente negli occhi?
Concetta Fioravanti lo diceva alta voce, senza nessuna vergogna, in piedi in salotto mentre rigirava con aria disgustata il misero corredo che Angela aveva portato con sé dal collegio universitario. Angela stava sulla soglia, stringendo i manici della sua borsa tanto forte che le nocche erano bianche. Avrebbe voluto sparire, essere inghiottita dal pavimento, per non dover vedere quello sguardo sprezzante della suocera, o sentire le risatine velenose di sua cognata, Paola, che già aveva provato lunico scialle decente di Angela e ora si pavoneggiava davanti allo specchio.
Luca, che allora era poco più di un ragazzo, incapace di mettere davvero la madre al suo posto, arrossì fino alle radici dei capelli.
Mamma, basta, riuscì a dire, cercando di riprendersi dalle mani la pila di asciugamani. Angela è mia moglie. E vivremo da soli, lo sai. Abbiamo solo lasciato le cose qui un attimo, in attesa di trovare casa.
Da soli? sgranò gli occhi Concetta. E come pensi di mantenervi? Con il tuo stipendio da ingegnere? O questa senza dote magari si porta a casa le valigie piene di milioni? Ah, figlio mio, te ne accorgerai sulla tua pelle. Donna di campagna è donna di campagna, né stile, né educazione né soldi.
Quella parola senza dote rimase appiccicata ad Angela come una macchia. A ogni pranzo di famiglia, dove lei e Luca venivano invitati solo per farsi bersagliare di battute, suocera e cognata non perdevano occasione per punzecchiarla: linsalata tagliata troppo grossa (alla paesana), il vestito di taglio sbagliato (da contadina), il regalo troppo poco costoso.
Angela sopportava. Era stata cresciuta nel rispetto per gli anziani, e la pace era meglio di una guerra, anche se aveva imparato a soffrire in silenzio. Amava Luca con tutta se stessa. Era la sua roccia, anche se lui si dibatteva tra la madre dominante e la voglia di proteggere sua moglie.
I primi anni furono durissimi. Affittavano piccoli appartamenti, contavano i centesimi. Angela, diplomata in tecnologia tessile, lavorava in una fabbrica su due turni e di notte sistemava pantaloni e chiusure lampo, cuciva tende ai vicini. Luca si dava da fare con qualsiasi lavoretto: faceva consegne, aggiustava computer.
La famiglia di lui dava solo giudizi e consigli mai richiesti; aiuti pratici, zero. Pure se i Fioravanti erano benestanti il padre di Luca aveva lasciato un bellappartamento in centro, una villa fuori città e buoni contatti, Paola aveva fatto un matrimonio fortunato con un piccolo imprenditore. Ma la generosità era sempre e solo sulla bocca.
Quando si ruppe il frigorifero e dovettero appendere il cibo fuori dalla finestra nelle reti, Luca provò a chiedere alla madre qualche centinaio di euro fino allo stipendio.
Soldi non ne ho! tagliò corto Concetta al telefono, senza lasciarlo nemmeno finire. E anche se li avessi, ci penserei. Siete degli spendaccioni. Tua moglie poi chissà quanti ne brucia in vestiti! Impari a essere più parsimoniosa. Io ai suoi anni facevo la minestra con lacqua delle pietre.
Quella sera Angela giurò a se stessa che mai più, per nessun motivo, avrebbero chiesto neanche un centesimo a quella famiglia.
Il tempo passò, levigando solo in apparenza il dolore. Angela lavorava come una dannata. Il suo talento e la sua ostinazione cominciarono a dare frutto: dapprima affittò un minuscolo retrobottega in un centro commerciale per aggiustare vestiti. Le prime clienti rimasero entusiaste: cuciture perfette, abiti che sembravano nuovi. Il passaparola fece il resto. Presto la ricercarono da tutto il quartiere.
Tre anni dopo aveva già aperto una piccola sartoria tutta sua. Vedendo quanto lei ci riuscisse, Luca lasciò il lavoro che odiava e si occupò dellamministrazione: acquisti, conti, pratiche. Diventarono una vera squadra, forte, unita, affiatata.
Cinque anni ancora e lAngela senza dote era titolare di una catena di boutique di tessili di lusso su misura. Avevano un bellappartamento in un residence nuovo, una macchina elegante e una casa in campagna costruita su progetto loro.
In tutto quel tempo, i rapporti con la famiglia di Luca erano rimasti ai minimi termini. Una telefonata di auguri alle feste, una visita di cortesia una volta lanno. Concetta era invecchiata, il carattere si era acuito ancora di più. Paola aveva divorziato, persi i fasti di un tempo, ma non la puzza sotto il naso. Vivevano insieme, consumando i risparmi e lamentandosi del destino crudele.
I successi di Angela e Luca li ignoravano con ostinazione. Quando Luca arrivava con la nuova macchina, Paola storceva la bocca:
Chissà in quanti anni la state pagando a rate? Ormai tutti pieni di debiti, altro che ricchi!
Angela sorrideva. Non aveva più niente da dimostrare. Conosceva il valore di ogni euro conquistato e di ogni notte insonne.
Poi, in un sereno pomeriggio dautunno, squillò il telefono. Sullo schermo: Concetta Fioravanti. Angela si stupì: la suocera chiamava sempre e solo il figlio.
Pronto, Angela? La voce di Concetta era talmente zuccherosa che ad Angela quasi venne il diabete. Cara, come state?
Tutto bene, grazie. Luca è al lavoro, se vuole lo faccio richiamare stasera.
No no, chiamo te, figliola, insistette la donna. Il figliola stridette nellaria; prima era semplicemente quella. Abbiamo pensato io e Paoletta È troppo che non ci vediamo. Ci piacerebbe venire a trovarvi, vedere come avete sistemato casa. Dicono che avete appena finito il restauro?
Angela insospettita, ma leducazione non le permise di rifiutare.
Certo, quando volete. Sabato a pranzo va bene?
Perfetto, a sabato allora, tesorucci!
Sabato Angela preparò tutto con cura. Non per ostentazione, ma perché semplicemente a casa loro si mangiava bene e con gusto: arrosto di vitello, insalate fresche, crostate di frutti di bosco cucinare la rilassava.
Le invitate arrivarono puntuali. Concetta, col bastone, e Paola in un vestito corto e sgargiante un po troppo aderente per lei. Appena entrate, lo sguardo correva su ogni dettaglio: la carta da parati di pregio, il parquet di rovere, i mobili italiani, i quadri alle pareti. Uno sguardo da esperte di pegni al Monte dei Pegni, più che da parenti.
Mamma mia sbottò Paola. Vi siete fatti proprio un bel regno!
Lavatevi le mani, dai, li accolse Luca togliendo il cappotto alla madre.
A tavola, tra un boccone e laltro, le frecciatine non mancavano, anzi, erano infilate fra i complimenti.
Buonissimo tutto, Angela, il vitello si scioglie in bocca, masticava Concetta. Sarà costato un occhio, eh? Noi ormai carne così non la prendiamo più, la pensione è ridicola. Non come voi i nuovi signori.
Mamma, basta, sbuffò Luca.
Ma che! Siamo felici! fece la madre allargando le braccia. Felice che mio figlio viva nel benessere. E che la moglie sia in gamba!
Dopo il dessert, quando latmosfera era un po più sciolta (o almeno narcotizzata dalla sazietà), Concetta prese fiato e iniziò:
Grazie di cuore per lospitalità, figlioli. State bene, si vede. Ma la nostra visita oggi ha un motivo. È una questione familiare.
Angela si irrigidì impercettibilmente, raddrizzando la schiena.
Io e Paola vorremmo rimettere a nuovo la vecchia villa fuori Roma, iniziò Concetta, tamponandosi le labbra. È messa malissimo, il tetto perde, i pavimenti marciscono. Destate ci piacerebbe tanto goderci un po daria buona. Io ormai in città soffoco, e Paola non sta bene, ha bisogno di cambiare aria.
E quindi? chiese Luca, già immaginando la richiesta.
Vogliamo costruire da zero! intervenne Paola con entusiasmo. Un villino moderno, riscaldato, con tutti i comfort. Abbiamo già visto il progetto, meraviglioso! Due piani, veranda, vetrate panoramiche…
Gran bella cosa, annuì Angela. Ma immagino costi.
Eh, già, sospirò Concetta con aria teatrale. La ditta vuole centocinquantamila euro. Dove li trovano due donne sole? Risparmi, nemmeno uno spicciolo
In salotto calò il silenzio. Lunico rumore era il ticchettio dellorologio.
E quindi cominciò Luca.
Chiediamo aiuto a voi, lo interruppe la madre, fissando Angela. Voi avete possibilità, non vi mancano i soldi. Centocinquantamila euro per voi, fece uno schiocco con la lingua, saranno spicci. Per noi sarebbe la salvezza. E poi, diventerà il nostro nido di famiglia! I nipoti, le grigliate, le estati insieme
Angela bevve un sorso di tè ormai freddo. Le venne quasi da ridere. Nido di famiglia. Quella stessa villa dove, tanti anni prima, non la fecero nemmeno entrare.
Volete un prestito? chiese Angela con calma. Per quanto tempo?
Occhiata dintesa tra le due.
Oh, Angela, ma che prestito! replicò Concetta, accigliata. Siamo parenti! Come posso ridarti centoquarantamila euro se vivo solo con la pensione? E Paola adesso è senza lavoro. Pensavamo in famiglia. Tu poi hai aperto anche il terzo negozio, ormai i soldi ti avanzano. Non puoi portarli nella tomba, e con noi faresti proprio del bene.
Cioè, volete che vi regaliamo centocinquantamila euro per la villa? Luca alzò la voce, per la prima volta davvero fermo.
Ma perché regalare? protestò Paola. È un investimento pure per voi! Poi la villa andrà ai vostri figli, sarà patrimonio di famiglia
Vi auguro lunga vita, Concetta, disse Angela. Ma chiariamo: ci state chiedendo centocinquantamila euro, a fondo perduto, per una casa con le vetrate panoramiche dove godervi la vita.
Ma anche voi! ribatté la suocera.
Angela si alzò e si avvicinò alla finestra, guardando i tigli dorati dal tramonto: come le federe sbiadite di tanti anni prima. Si voltò e fissò le parenti.
Ricordo ancora il giorno del matrimonio, disse piano. Mi ricordo, Concetta, quando mi rovistavi tra gli scatoloni. Ricordo la parola senza dote. Che ero una pezzente, che avrei rovinato tuo figlio…
Ma basta con il passato! sbottò Concetta, agitandosi. Avevo a cuore Luca! Tu eri giovane, inesperta. Ora hai fatto fortuna, signora sei!
Signora, sì. Ma non certo grazie a voi. La voce di Angela non si alzò, ma divenne dura come il marmo. Abbiamo lottato in due, da soli. Lavoravamo venti ore al giorno. Niente vacanze, niente spese inutili, niente aiuto da nessuno. Quando una volta servivano cinquecento euro per tirare avanti, tu ci hai sbattuto il telefono in faccia.
Ma mica ne avevamo! gridò Paola.
Avevate, eccome. Paola, mi ricordo la pelliccia nuova che ti sei regalata proprio allora. Ora venite a mangiare a casa mia, e pretendete che sia la senza dote a pagarvi i lussi.
Non pretendo, chiedo! e la voce di Concetta si incrinò. Ma come puoi essere così cattiva? Che cristiana sei? Non ti viene vergogna lasciare tua suocera senza casa?
Avete un ottimo appartamento di cento metri quadri, intervenne Luca freddo. Non vi manca nulla. Una villa non è una necessità.
Sei diventato uno zerbino! urlò la madre balzando in piedi. Lei ti ha cambiato! Lei tha rovinato! E io, tua madre, dovrei vivere fra le macerie mentre voi siete qui nel lusso? Andate al diavolo con i vostri soldi!
Mamma, basta, disse Luca. Non vi daremo soldi. Né prestito, né regalo. Se volete la villa, vendete casa e compratevene una più piccola, oppure fate un mutuo. Vivete secondo le vostre possibilità.
Ah sì?! Paola si alzò di scatto rovesciando la tazzina sulla tovaglia immacolata, una macchia scura si allargò. E allora restatevene qui nella vostra puzza di ricchi. Tanto lo sapete che tornerete da noi, quando sarete sul lastrico! Che Dio vi punisca per la vostra avarizia!
Uscite, si limitò a dire Angela.
Come? ansimò Concetta.
Uscite da casa mia. E non fatevi più vedere. Mai più.
La donna rimase qualche istante muta, attonita: si aspettava il solito silenzio umiliato, mai questa fermezza. Aveva contato sul senso di colpa di Luca e sulla voglia di Angela di comprare finalmente rispetto. Ma aveva sbagliato i suoi conti.
Vieni, mamma! Paola trascinò la madre verso il corridoio. Qui si sente solo puzza di marcio e di soldi!
Salirono in fretta, sbatacchiando gli armadi e continuando a scagliare maledizioni. Luca porse loro i cappotti senza una parola, senza scuse, solo con una lunga occhiata a quelle che un tempo erano la sua famiglia ma ormai erano solo estranee.
Quando la porta si chiuse, in casa calò un silenzio da formicolio.
Angela tolse la tovaglia macchiata dal tavolo e la buttò nel cesto del bucato. Poi sprofondò sul divano e si passò le mani sul volto. Non tremava, non piangeva. Solo una grande stanchezza e uno strano sollievo: il bubbone maturato per anni era finalmente esploso.
Luca le si sedette accanto, cingendola con un braccio.
Perdonami, mormorò.
Di cosa? Angela sollevò gli occhi.
Per non esserci riuscito prima. Per loro… per quello che sono. Mi vergogno.
Non devi. Tu non scegli i genitori. E oggi ci hai difesi. Questo conta.
Sai, Luca annusò. Pensavo davvero che avessero voglia di rivederci. Che ingenuo
Non sei ingenuo. Sei una brava persona, Luca. Continui a credere nel bene.
Centocinquantamila euro Ti rendi conto? Ma se glieli avessimo dati, ci avrebbero almeno rispettati, pensi?
No. Angela annuì decisa. Ci avrebbero solo dissanguati, disprezzandoci ancora di più perché per loro saremmo sempre quelli di un altro mondo. Adesso però siamo colpevoli di essere ricchi, non poveri.
Già, hai ragione. Come sempre.
Luca si alzò, prese dal mobile una buona bottiglia di rosso.
Beviamoci su, Angela. A noi. Perché abbiamo resistito. E perché non dobbiamo più nulla a nessuno.
Restarono nel loro salotto luminoso, sorseggiando il vino accompagnati dallimbrunire. I telefoni spenti. Sapevano che Concetta da qualche parte stava telefonando a tutto il parentado, raccontando una storia di nuora-strega e figlio traditore che lavevano cacciata nel gelo e nella miseria.
Ma non importava più.
Un mese dopo si sparse la voce che Paola aveva convinto la madre a fare un mutuo spropositato mettendo lappartamento come garanzia per la villa. Ingaggiarono degli operai da quattro soldi che presero lanticipo e sparirono, lasciando solo una buca nel terreno. Ora correvano tra giudici e polizia, soffocati dai debiti.
Telefonarono a Luca un paio di volte, ma lui non rispose, e infine cambiò anche numero.
Angela in quel tempo lavorava nel suo nuovo atelier, accarezzando il fresco della seta e riflettendo su quanto la vita, alla fine, sia straordinariamente giusta. Tutto si rimette a posto: chi ha saputo amare e lavorare trova la sua pace, chi si è vantato delle origini resta con in mano solo la propria invidia.
E Angela aveva capito che la vera dote non sono soldi o lenzuola: è il carattere, la forza e la capacità di amare. Tutta una ricchezza che nessuno le potrà togliere.




