Tre anni di lavori senza ospiti: una casa italiana tra sogni e polvere

Tre anni di lavori senza ospiti

Silvia poggiò la tazza sul davanzale e sentì come Marco si era fermato nel corridoio. Lo percepì sulla schiena, anche se guardava fuori dalla finestra. La pausa fu tale da sembrare infinita.

Hai messo la tazza sul davanzale, disse lui alla fine. Non una domanda, unaffermazione.

Sì, Marco. Ho messo la tazza sul davanzale.

È laccato. Il caldo lascia il segno.

Lo so.

Allora perché?

Silvia si voltò. Lui aveva quarantotto anni e li portava tutti, né uno di più, né uno di meno. Stava sulla porta della cucina con in mano la livella. La teneva sempre in giro per casa la domenica, come altri portano il telefono.

Perché non so dove altro metterla, rispose. Il tavolo è ricoperto di plastica. Laltra sedia è capovolta. Il pavimento del corridoio è ancora bagnato di primer. Bevo il tè in piedi, davanti alla finestra, Marco. Lo faccio da tre anni.

Lui guardò la tazza, poi lei, poi di nuovo la tazza.

Ti metto una sottotazza.

Non serve.

Lascia il segno.

Che lasci il segno, allora.

Marco strinse gli occhi. Guardava sempre così quando non capiva se lei stava scherzando. Silvia stessa ormai non lo capiva più.

Silvi, ma che…

Basta, disse lei piano, e quella parola cadde nel silenzio come un sasso nellacqua. Basta, Marco.

Lui rimase interdetto. Chiese:

Basta cosa?

Sto raccogliendo le mie cose.

La pausa fu lunghissima. Fuori suonò un clacson, poi tutto tacque. Marco abbassò la mano, la livella quasi pesante.

Per colpa del davanzale?

No, non per il davanzale.

Silvia finì il tè e posò la tazza di nuovo sulla superficie laccata. Ostentata, ferma, senza rimorso.

Aveva quarantacinque anni. Lavorava come contabile in una piccola ditta, amava leggere prima di dormire, teneva sulla scrivania un piccolo cactus che aveva chiamato Lorenzo, ed erano tre anni che non invitava le amiche a casa. Tre, precisamente.

Andò in camera da letto.

Quando, tre anni prima, avevano comprato quel bilocale al quinto piano di una palazzina in un vicolo tranquillo di Firenze, Silvia era davvero felice. Felicità concreta, quasi fisica. Ricordava se stessa con Marco, in mezzo alle stanze vuote con le pareti scrostate e i pavimenti verniciati. Lei guardava i platani d’autunno dalla finestra e pensava: eccolo, è casa nostra.

Anche Marco allora era diverso. O almeno così le pareva. Girava per le stanze, misurava i muri col metro, appuntava qualcosa sul taccuino, gli occhi vivi, di chi sa cosa vuole e ha le mani giuste per farlo.

Vedi, Silvi, le diceva mostrandole fogli quadrettati con schizzi qui dividiamo la zona giorno: cucina-soggiorno, open space. Qui mettiamo mensole incassate fino al soffitto. E lì punto luci con dimmer, puoi regolare l’intensità.

Bello, rispondeva lei, e davvero lo pensava.

Facciamo tutto noi, senza fretta. Fatto bene e per sempre.

Quel per sempre avrebbe dovuto ascoltarlo meglio. Perché dietro cera molto più di un semplice risparmio sui lavori.

I primi sei mesi erano stati unavventura. Vivevano nel cantiere: Silvia cucinava su una piastra elettrica perché il gas non era allacciato; dormivano su un materasso per terra, mangiavano nei piatti di plastica perché non cerano lavandini. Era scomodo, un po romantico, del tutto sopportabile. Allora.

Poi le cose cambiarono, lente, come la terra che si muove sotto le fondamenta.

Marco lavorava ogni weekend, talvolta anche nei giorni infrasettimanali se riusciva a prendersi permessi. Faceva il capocantiere, conosceva materiali e tecniche meglio di molti artigiani. Era un bene. Anche meraviglioso, in fondo. Non era la competenza il problema.

Il problema era che non riusciva a fermarsi.

Allinizio Silvia non ci fece caso. Qualcosa si incrinò otto mesi dopo, quando l’amica Elisa le chiese in un bar:

Beh, quando fate la festa di inaugurazione? Voglio vedere casa tua e assaggiare il tuo minestrone!

Ancora un po, rispose Silvia. Marco dice che per Capodanno finiamo.

Capodanno arrivò e passarono in pieno restauro. Niente ospiti, perché il soggiorno era invaso da materiali. Festeggiarono con linsalata russa, solo loro due, in una cucina quasi pronta. Quasi.

Dai, il prossimo anno festeggiamoci in grande, disse Silvia versando lo spumante.

Certo, assicurò lui. Faccio il soffitto nuovo, poi il parquet, e dopo festeggiamo.

Il soffitto fu finito a marzo. Ma poi si scoprì che limpianto in bagno era da rifare; Marco non sopportava gli errori degli altri. Poi toccò al blocco balcone: il silicone si era ritirato e restava una fessura tra telaio e muro. Tre millimetri. Marco la trovò con lo spessimetro.

Silvia allinizio scherzava: Mio marito è in guerra coi tre millimetri. Le amiche ridevano, lei rideva insieme. Si rideva.

Il parquet arrivò a maggio, finalmente con finestre aperte. Lei passava i listoni, dava strumenti, puliva con laspirapolvere da cantiere. Marco taceva e lavorava concentrato, come un chirurgo. Ogni fila la misurava con livella e laser. Più di una volta sollevava i listoni già posati per rimetterli se non li trovava perfetti.

Marco, ma si vede davvero? chiese lei una volta.

Lo vedo io, rispose senza alzare la testa.

Fu la prima volta che sentì tra le sue parole qualcosa che la fermò. Non la offese. La bloccò. Era lì col panno in mano, guardava la nuca di lui, e dentro sentiva qualcosa di indefinito, che ancora non aveva nome.

Finirono il parquet a giugno. Era davvero bello. Rovere chiaro, profilo sottile, geometria pulita. Lei ci passò il palmo sinceramente soddisfatta:

Bello.

Ora lo vernicio, disse Marco. Ho scelto la vernice tedesca, antigraffio.

Quando?

Settimana prossima.

La settimana dopo trovò che un battiscopa in un angolo si staccava di mezzo millimetro. Verniciare rimandato.

Fu quellestate che Silvia chiamò Elisa e le chiese di vedersi. Si trovarono in veranda, tè freddo e cicale:

Come va a casa vostra? Quando posso venire?

Presto, disse Silvia. Poi tacque.

Qualcosa non va?

No… solo che… Sai, Elisa, comincio a pensare che non finirà mai.

Lo fanno tutti così, tirano avanti.

No, non tira avanti. Sembra che non voglia finire. Capisci? Finché ci sono i lavori, ha una scusa. Per tutto. Per evitare gli ospiti, per non sistemare i mobili… per non vivere davvero.

Elisa la guardò seria.

Glielhai detto?

Ci provo. Ogni volta mi spiega che manca poco, poi sarà tutto perfetto.

Ma tu vuoi che sia perfetto?

Silvia rifletté.

Io vorrei solo una casa, ammise. Solo casa.

Quella sera, Marco le mostrava campioni di pittura per le pareti, una ventina, tutti bianchi ma diversi.

Guarda, diceva. Questo è bianco caldo, questo è freddo, questo tende allazzurro… Sotto la luce sembra unaltra cosa. Io prenderei questo.

Indicò un quadratino, per Silvia erano tutti solo bianchi.

Marco, sospirò. Per me è lo stesso.

Lui la guardò come si guarda chi dice assurdità.

Come sarebbe lo stesso? Qui viviamo noi.

Proprio così. Viviamo, noi, senza distinguere i bianchi sulle pareti.

Li distinguiamo, solo che non ce ne accorgiamo.

Va bene, disse lei stanca, scegli tu.

E scelse. Sceglieva sempre lui, ormai. Iniziò come sollievo: almeno Marco se ne intendeva di lavori. Poi si rese conto, chiedeva sempre meno il suo parere. Poi niente. Senza rabbia, lui prendeva le decisioni; se diceva mi piace questa mattonella, lui spiegava che era peggiore dell’altra. Se diceva mettiamo il divano qui, lui mostrava le planimetrie e diceva che rovinava la disposizione. Se diceva mi piace, lui rispondeva è meglio così.

Allora smise di dire mi piace. Perché?

In ottobre del secondo anno venne a trovarli un vecchio amico di Marco da Napoli, Paolo. Avvisò per tempo, chiedendo ospitalità per una notte. Silvia era felice: preparò la spesa, mise i piatti buoni, pulì il tavolo.

Marco disse che in camera da letto cerano i lavori e Paolo non poteva dormire lì.

In camera non cera nessun lavoro. Letto pronto e armadio montato, Silvia lo sapeva.

Marco, chiese piano dopo la telefonata. Che lavori ci sono in camera?

Lui restò zitto.

Cè da sistemare una tavola, disse. Lodore di colla non si sopporta.

Ma non cè nessun odore.

Perché far vedere la casa così a un ospite?

Così come?

Non finita.

Silvia lo guardava e aveva la sensazione che la terra tremasse sotto i piedi. Non in senso figurato. Fisica davvero. Capì: lui si vergognava. Vergognava della casa che stava facendo lui stesso, perché non combaciava coi suoi ideali. E per questo era pronto a mentire a un amico.

Va bene, rispose solo.

Paolo venne, bevve tè in cucina per tre ore, cenò con Marco in trattoria, dormì in albergo. Silvia mangiò da sola.

Quella notte non riuscì a dormire. Fissava il soffitto che Marco aveva dipinto di un bianco perfetto, senza una macchia. Soffitto da manuale sopra un perfetto letto. Camere in cui nessuno era entrato da due anni.

In inverno la madre di Silvia si ammalò, niente di grave, influenza. Silvia attraversava metà città due volte a settimana. Ogni tanto restava dalla madre a dormire. Marco non diceva nulla: in quei giorni verniciava dentro il blocco balcone, il trattamento richiedeva due mani ogni ventiquattro ore.

Una sera rientrò prima e lo trovò seduto sul pavimento del corridoio, con una lente di ingrandimento, esaminava la giuntura fra battiscopa e muro.

Tutto bene? chiese togliendosi il cappotto.

Cè uno spazio.

Non domandò quanto. Ormai non serviva: avrebbe risposto in millimetri.

Marco, domandò. Hai mangiato oggi?

Pausa.

Non ricordo.

Colazione almeno?

Forse.

Lei preparò la pasta, gli fece un uovo. Lui arrivò quando stava finendo. Si sedette, guardò il piatto.

Grazie.

Prego.

Mangiarono in silenzio. Fuori nevicava. Sul tavolo stava un catalogo di ferramenta per il guardaroba. Ne discutevano da un anno.

Marco, provò.

Mh?

Raccontami qualcosa. Non dei lavori.

Sollevò lo sguardo, come stesse traducendo da unaltra lingua.

Cosa in particolare?

Qualsiasi cosa. La giornata. Coshai pensato, cosa ti ha fatto sorridere o arrabbiare. Qualcosa che non siano millimetri o materiali.

Lui la fissò qualche secondo. Infine:

Oggi uno muratore ha fatto il massetto senza rete. Lho mandato via.

Parli di lavoro.

Sì.

Altro?

Si concentrò davvero. Provava a trovare qualcosa di estraneo ai cantieri, ma nulla.

Non so, concluse. Forse niente.

Dopo quella sera Silvia restò a guardare il buio e pensò: Quando un uomo vivo diventa solo funzioni? O era sempre stato così e non laveva visto? No. Ricordava un altro Marco. Ricordava il viaggio con la vecchia Panda in Val dOrcia, lui le spiegava le costellazioni: ecco Cassiopea, ecco il Gran Carro, ecco le Pleiadi. Le indicava nel cielo, e lei le vedeva.

Dove si sono perse le Pleiadi?

Al terzo anno smise di promettere a Elisa che presto sarebbe finito. Non era vero. Il cantiere non finiva mai: Marco trovava nuovi difetti, o cambiava idea la piastrella non era abbastanza resistente, la vernice asciugata aveva un tono sbagliato, la maniglia andava bene ma la cerniera cigolava al freddo Ogni difetto diventava linizio di un nuovo giro.

Silvia si comprò una piccola lampada da comodino. Di tessuto, semplice. La pose sul suo mobiletto. Una sera arrivò Marco, la notò:

Cosè quella?

Lho comprata.

Perché? Avevamo deciso i faretti incassati.

Voglio leggere prima di dormire.

I faretti sono meglio.

Quando li fai?

Non rispose.

Appunto, disse Silvia. I faretti li avremo quando saranno pronti. Io voglio leggere adesso.

La lampada restò lì una settimana. Poi Marco portò il vecchio faretto col cappello in metallo e lo mise accanto, fa più luce.

La lampada di Silvia finì su uno scaffale. Poi nellarmadio. Silvia la recuperò e la rimise sul comodino.

Lui la rimise sullo scaffale.

Lei la rimise sul comodino.

Lui non disse niente. Neanche lei.

La lampada era lì, piccola vittoria dal sapore amaro: in una casa vera nemmeno ci sarebbe stato bisogno di vincere niente, sarebbe stata solo una lampada.

A primavera, nellaprile del terzo anno, Silvia scrisse a Elisa: Ti va di andare via per qualche giorno? In un agriturismo, senza mariti.

Elisa rispose subito: Voglio! Quando?

A maggio partirono per quattro giorni in una pensione fuori Firenze. Silvia aveva preso ferie. Marco si stupì ma non protestò: era immerso nel rifacimento del bagno.

In pensione, la camera di Silvia era minuscola, mobili in legno sbeccato, copriletto a fiori, la finestra dava sul bosco umido. Il tutto imperfetto, vissuto, graffiato e sbilenco. Silvia si accorse, allimprovviso, che lì stava bene. Così bene che la prima sera pianse, guardando la crepa sopra il lampadario.

Elisa era sullaltro letto. Non chiese nulla, restò lì.

Vivo in un museo, sussurrò Silvia fissando il soffitto. Un museo bello, perfetto, morto.

Elisa tacque. Poi:

Glielhai detto?

Sì.

E?

Dice che ancora poco e sarà meglio. Lo dice sempre.

Forse uno psicologo? Magari insieme.

Non ci va. I veri problemi li hanno gli altri, per lui.

Restarono in silenzio, e attraverso la finestra entrava profumo di legna. Silvia capì che era quello che le mancava: la finestra aperta senza paura, il bosco, la crepa, un copriletto comprato senza pensarci. La vita.

Tornò quattro giorni dopo. Odore di stucco in casa. Marco le corse incontro nel corridoio: aveva rifatto la nicchia nel bagno e voleva mostrarla. Silvia si tolse le scarpe, la borsa, entrò: la nicchia era simmetrica.

Bene, fece lei.

Vedi? Ora tutto simmetrico. Prima a destra cerano quindici millimetri in più.

Vedo.

Ho pensato tutta la settimana a come rifarla senza rovinare le piastrelle. Ma ci sono riuscito.

Bravo.

Andò in camera, si cambiò, si stese sul letto. Fissava il soffitto perfetto.

A giugno ci fu la conversazione che ricordò perfettamente. Era domenica, sera, intorno alle otto. Marco pitturava qualcosa in ripostiglio. Silvia preparava la cena, sentiva i suoi movimenti e il rumore del nastro adesivo.

Marco! chiamò.

Che cè?

Cena in venti minuti.

Ok.

Dopo venti minuti non era uscito. Dopo quaranta neppure. Bussò.

La cena si raffredda.

Cinque minuti.

Dopo cinque minuti nessuna traccia.

Silvia cenò da sola. Sistemò, lavò i piatti. Marco uscì dal ripostiglio alle dieci e mezza. Vide la tavola vuota.

Oh, ho perso la cognizione

Lo so.

Vuoi che scaldi?

Scalda tu.

Andò in camera, prese un libro. Leggeva, o faceva finta.

Quando lui entrò, senza sollevare lo sguardo domandò:

Marco, sei felice?

Lunga pausa.

Beh… Sì. Credo.

Sicuro?

Silvi, che domanda è questa?

Semplice.

Lui si sdraiò accanto. Tacque. Infine:

Finisco il ripostiglio, poi il balcone. Devo isolarlo, poi la casa è pronta.

Lei chiuse il libro.

Capisci che mi hai risposto al contrario?

Come?

Ho domandato se sei felice e tu mi hai parlato del balcone.

Lui non trovò le parole. Restò zitto.

Buonanotte, disse Silvia.

Buonanotte.

Lasciò la luce accesa a lungo. Guardava il soffitto, ascoltava il respiro di lui, pensava che se la vita fosse unaltra, anche loro starebbero così, ma parlerebbero dei programmi serali, di sua madre che aveva detto qualcosa di buffo, del nuovo menù al bar preferito qualsiasi cosa.

In questa invece cera solo silenzio. Perfetto come quel soffitto.

Quella conversazione le tornò in mente la mattina, mentre poggiava la tazza sul davanzale. Capì che il basta era dentro da tempo. Bastava una tazza a tirarlo fuori.

Preparò le borse in modo metodico, senza lacrime. Prese solo quel che era suo: pochi libri, trucchi, vestiti, la lampada col paralume in tessuto, i documenti, la ricarica del cellulare, il piccolo Lorenzo il cactus, portato dallufficio sei mesi prima perché in casa non cera una pianta viva. Marco non si oppose al cactus. Il cactus non lasciava segni.

Marco stava della porta della camera e guardava come lei metteva via la sua roba.

Silvi.

Sì?

Parliamo?

Di cosa?

Be, stai facendo le valigie.

Sì.

Per la tazza?

Marco, ti prego. Lo sai benissimo.

Non lo so. Davvero.

Lei si fermò. Si girò. Lui in piedi, alto, senza livella stavolta, davvero confuso. Da tempo non lo vedeva così vulnerabile.

Marco, disse, viviamo qui da tre anni.

Lo so.

Non abbiamo mai cenato con amici. Mai. In tre anni.

Perché la casa ancora non

Perché non è mai finita. Non finirà mai, capisci?

Lui non rispose.

Troverai sempre qualcosa da rifare. È così che sei. Non è neanche un male, in sé. Ma non ce la faccio più. Sono esausta di vivere in un cantiere.

Ancora un po…

No, lo fermò lei, dolce ma decisa. Non è questione di tempo. Non centra la pazienza. Vivo da tre anni da ospite in casa mia. Camminavo attenta, per non rovinare niente. Le tazze solo sulle sottotazze, lampada sparita, niente amiche perché ti vergognavi dei lavori. Io…

La voce lei tremò, si prese una pausa.

Voglio vivere. Solo vivere. Con i graffi per terra e le macchie di caffè, con amici la domenica e la tua vecchia giacca sulla sedia. Tutto quel che cè in una vera casa. La nostra non lo è mai stata.

Lui stette a lungo in silenzio. Poi a bassa voce:

Dove vai?

Da mamma, per ora.

A lungo?

Non lo so.

Silvia chiuse la valigia. Prese Lorenzo. Passò davanti a lui in corridoio, si infilò la giacca, le sneakers, evitando di guardare il parquet perfetto.

Silvi, la chiamò.

Sì?

Io… non pensavo fosse così.

Lo sapevi, rispose. Solo non ci volevi pensare.

La porta si chiuse con un clic. Molto piano, come tutto in quella casa.

Restò solo.

Marco restò nel corridoio un minuto, poi andò in soggiorno e si accomodò sul divano. Aveva impiegato mesi a scegliere il tessuto. Era resistente, non si usurava, non faceva pilling. Si sedette su quel divano ottimo, in un soggiorno perfetto, e guardò attorno.

La casa era bella. Davvero. Pareti calde, parquet senza un difetto, il soffitto senza giunture, mensole allineate, luce regolata, blocco balcone sigillato, mattonelle installate al millimetro.

Guardava tutto e sentiva qualcosa di strano. Non orgoglio. Una specie di nausea, ma più su dello stomaco.

Sugli scaffali cerano i libri che lei non aveva portato via. Pochi. Lui guardò i dorsi e cercò di ricordare lultima volta che laveva vista leggere così, sul divano, sotto una luce vera, la sera. Non per nascondersi, ma per piacere. Era passato tanto.

Si alzò, passò in cucina. La tazza era sul davanzale. Guardò dove laveva messa. Nessun segno. Il tè ormai freddo.

Lavate la tazza, la mise a scolare. Si fermò. Poi in camera, si sdraiò vestito, cosa mai fatta, a fissare il soffitto.

Era perfetto.

Ci restò unora. Forse due. Il tempo smise di esistere. Poi andò in ripostiglio. Lì secchi di pittura, teli, materiali, strumenti. Tutto a posto, nessun disordine. Trovò una vecchia mattonella da confronto, la rigirò tra mani. Rimise a posto.

La sera scaldò qualcosa dal frigo, mangiò senza sapore, lavò il piatto. Casa immobile, silenziosa. Prima cera sempre movimento, qualche rumore di cantiere. Adesso niente. Solo silenzio.

Provò ad accendere la tv. Un film, venti minuti, non capì nulla, spense.

Prese il telefono, guardò a lungo il suo nome in rubrica. Non chiamò. Pensava.

Non a come riaverla. Ma a quello che aveva detto: gli ospiti, la lampada, vivere da ospite tre anni. Quella parola lo colpiva: ospite. In casa propria.

Pensò a Paolo. A quella bugia sulle camere in lavorazione. Perché? Nemmeno allora si era risposto. Casa non pronta, diceva. Era una menzogna. Era abitabile da tempo. Solo che non era la casa che voleva in testa. Non quella promessa a se stesso.

Voleva la casa perfetta. E ci lavorava, invano: la perfezione è una linea allorizzonte. Più cammini, più là resta.

Silvia lo capiva. Lui no.

O non voleva capirlo.

Si alzò, fece il giro accendendo la luce in ogni stanza. In soggiorno fissò le mensole.

Tutto ordinato, libri in altezza, oggetti a distanza precisa. Ogni cosa al suo posto, tutto funzionale e bello, come voleva lui.

A metà della terza mensola cera un cuoricino di vetro rosso, un po storto, come fatto a mano. Silvia laveva comprato a un mercatino due anni prima. Lui allora aveva commentato Serve solo a prendere polvere. Lei: A me piace. Lui non aveva risposto, il cuoricino era rimasto. Una piccola concessione.

Ora lo prese in mano. Sembrava caldo. O forse era solo la nostalgia.

Pensò a tutto, tre giorni. Tre giorni a vagare nella casa perfetta, senza fare nulla. In ufficio era distratto, sbagliò un calcolo, rimediare. Un collega: Marco, va tutto bene? Sì, tranquillo.

Il quarto giorno mandò un messaggio a Silvia.

Silvi, possiamo parlare?

Rispose dopo unora: Sì.

La chiamò. Rispose al secondo squillo.

Ciao, disse lui.

Ciao.

Come stai?

Bene. Da mamma si sta bene.

Silenzio. Sentiva il suo respiro, non sapeva da dove iniziare. Lui non sapeva mai come si cominciavano queste cose. Lei sì.

Silvi, in questi giorni ho pensato.

Immagino.

Immagini cosa voglio dirti?

Più o meno.

Silvi, so che… ho perso di vista qualcosa di importante. O meglio, ho fatto la scelta sbagliata.

Lei tacque.

Mi ricordo di quello che hai detto: gli ospiti, la lampada. Ora lo capisco. Prima no, o fingevo.

Perché me lo dici adesso?

Perché vorrei che tornassi.

Lunga pausa.

Marco

Non ora, non pretendo subito. Ma lo dico sinceramente. Voglio che torni. E vorrei provarci, fare diversamente. Non so se ci riesco. Ma voglio.

Lei tacque a lungo. Sentì dei rumori: forse stava spostando una tazza. Dove non importava.

Sai che dire ci provo non basta? disse lei, finalmente.

Lo so.

Capisci che non posso tornare tutto uguale?

Lo so.

Non penso che tu lo sappia davvero. Non offenderti, è la verità. Ora sei spaventato, dici le cose giuste. Ma non si cambia così, come si inchioda una mensola.

Lo so che non è facile.

Allora? Cosa proponi, concretamente?

Restò zitto.

Proporrei di vederci, prima di tutto. Dal vivo, non al telefono.

Daccordo, accettò lei.

Si incontrarono in un bar, territorio neutro, non casa. Era uno di quei locali con sedie un po traballanti e menu scritto sulla lavagna. Silvia indossava la sua solita giacca color sabbia, era stanca ma serena.

Presero il caffè. Marco la osservava, si rendeva conto che era tanto che non la guardava così, semplicemente.

Come sta tua mamma?

Meglio. Ha comprato nuove piante, si dedica allorto. Le ha fatto bene avermi con lei.

Sono contento.

Silenzio.

Marco, disse lei. Devo chiarirti una cosa. Non è questione di lavori in sé. Non che tu sia scrupoloso, il che è buono davvero. Ma hai frainteso il senso: la casa dovrebbe essere uno strumento, non un fine.

Sì, annuì lui.

Dici solo di sì o lo hai davvero capito?

Lo capisco.

Come faccio a esserne sicura?

Lui teneva la sua tazza. La poggiò.

Non puoi saperlo. Nemmeno io quanto cambierò. Ma so che così non si va avanti. Quando sei uscita, la casa è rimasta una scatola vuota.

Silvia lo fissò.

Una scatola bella, ripeté sottovoce.

Sì.

Almeno questo lhai realizzato.

Tornerai?

Lei guardò fuori, pioggia di aprile, passanti sotto gli ombrelli, e vasi di tulipani rossi mossi dal vento davanti al negozio.

Posso provarci, disse. Ma con delle condizioni.

Dimmi pure.

Primo. Per il prossimo mese niente lavori. Niente chiodi, niente campioni, niente cataloghi. Solo vita.

Va bene.

Secondo. Domenica prossima invitiamo Elisa con Gianni, e Paolo se riesce. Apparecchiamo, mangiamo, stiamo insieme. Qui, in questa casa così comè.

Lui annuì.

Terzo. Se ricominci a trasformare ogni graffio in un dramma, te lo dico chiaro. E tu ascolti.

Daccordo.

Non sono parole, Marco. È difficile per davvero.

Lo so, disse lui. Per me è difficile. Ma voglio provarci.

Silvia lo guardò ancora, come se guardasse dentro. Poi:

Andiamo.

Tornarono a casa a piedi, pioggia ancora sottile. Camminavano vicini, non mano nella mano ma quasi. Lei teneva Lorenzo in tasca, lui portava la sua borsa. Davanti al portone, Silvia guardò il palazzo, il quinto piano.

Bel palazzo, disse.

Sì, fece lui.

Salirono in ascensore. Marco aprì la porta, Silvia entrò per prima. Andò in soggiorno, mise Lorenzo sul davanzale, semplicemente, senza sottovaso.

Marco guardava il cactus sul davanzale laccato.

Non disse nulla.

Silvia in cucina, lacqua del bollitore, il clic.

Lui si sedette in soggiorno. Guardò le mensole. Il cuoricino rosso era fuori asse, non nel punto preciso. Non lo spostò.

La domenica chiamarono Elisa. Lei rispose finalmente! e rise così forte che la felicità si sentì anche dal telefono. Paolo non poté venire, promise la prossima volta. Gianni portò il vino, Elisa la crostata, Silvia fece il minestrone che aveva promesso tre anni prima.

Apparecchiarono in soggiorno. Marco sistemava i piatti e notò che non erano simmetrici. Ne spostò uno, poi si fermò. Lasciò così.

A tavola era rumoroso, quasi stretto. Elisa urtò un bicchiere, il vino rosso macchiò la tovaglia. Tutti trattennero il fiato. Marco sentì qualcosa stringerglisi dentro, guardò Silvia.

Silvia lo fissava. Non ansiosa, non spaventata. Solo fissa.

Marco prese un tovagliolo, tamponò la macchia.

Non è niente, disse.

Elisa tirò un sospiro, Silvia sorrise appena.

Dopo cena rimasero a lungo, a parlare, ridere, bere il tè. Quando gli ospiti andarono via era tardi. Silvia lavava i piatti, Marco li asciugava. In silenzio, ma un silenzio diverso.

La macchia via forse non va, disse lui.

O magari sì, rispose lei.

E se resta?

Pazienza.

Silvia gli passò un piatto.

Marco, disse.

Sì?

Oggi è stato bello.

Sì, lo è stato.

Finirono le stoviglie. In soggiorno restavano le tazze, la tovaglia macchiata, il cuoricino di vetro. Lorenzo sul davanzale.

Marco guardò tutto. Pensava che domattina avrebbe dovuto mettere a bagno la tovaglia, altrimenti la macchia si fissava. Pensava che il vaso senza sottovaso avrebbe lasciato un segno. Pensava che una tazza era un po storta.

Poi pensò che Silvia aveva riso due volte: quando Elisa raccontava del suo gatto, e quando Gianni sbagliò un brindisi. Rideva come tanto tempo prima. Proprio lei.

Silvia passò in camera. Si fermò sulla soglia.

Vieni?

Arrivo.

Marco guardò il soggiorno. La macchia. Lorenzo. Il cuoricino.

Spense la luce.

Si mise a letto. Lei leggeva. La sua lampada col paralume in tessuto proiettava luce soffusa. Marco fissava il soffitto.

Silvi.

Mh?

Tu mi ascolti quando parlo di millimetri e distanze?

Lei abbassò il libro, lo fissò.

Sì.

E a cosa pensi?

Lei rifletté davvero.

Che in quei momenti sei distante.

Già, disse lui. Probabilmente sì.

Lei tornò al libro.

Lui pensò che non sapeva se ce lavrebbero fatta. Tre anni erano lunghi. Qualcosa in lei era cambiato, qualcosa anche in lui. Come una crepa in un muro: puoi stuccarla e non si vede, ma la materia non è più la stessa. Lo sapeva meglio di chiunque.

Pensava a questo finché il sonno lo prese. Poi, al confine tra sogno e veglia, pensò ancora: domattina avrebbe messo Lorenzo sul sottovaso, sennò restava il segno sul laccato.

Aprì gli occhi.

Il soffitto era quello. Perfetto. Senza una crepa.

Di fianco, Silvia sfogliava una pagina.

Richiuse gli occhi. Lorenzo avrebbe aspettato fino al mattino.

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