Diagnosi: Tradimento

Diagnosi: tradimento

Diario di Giulia Torino, 15 aprile

Oggi pomeriggio a casa dei genitori di Marco si è creata unatmosfera che non dimenticherò facilmente. Mentre sorseggiavo il caffè nella cucina, mi sentivo osservata da Rosa Malpighi, sua madre. Lei non smetteva di studiarmi, con quellacume tipicamente torinese come se nelle sue domande ci fosse sempre qualcosa di più della semplice curiosità.

Ma allora, vi state facendo ormai le cose sul serio ha proclamato, senza troppi giri di parole, scrutandomi con aria quasi inquisitoria. Quando pensate di sposarvi?

Ho provato a sorridere, anche se forse la mia espressione avrà tradito un po dimbarazzo; tentavo di rispondere in modo diplomatico, senza urtare la sensibilità di quella che forse sarà davvero mia suocera.

Forse è ancora presto per parlarne viviamo insieme da solo un mese ho detto, scegliendo accuratamente le parole. Meglio aspettare, conoscerci bene nel quotidiano si sa, a volte sono le piccolezze a fare scoppiare i litigi.

Mi è sembrato che Rosa stesse per storcere il naso, però non ha mollato la presa. Devo riconoscerle un certo intuito: le risulto certamente più simpatica della precedente fidanzata di Marco. Ho sentito racconti di quanto quella, Lucia, fosse arrogante! Per quel che mi riguarda, meno ne sento parlare, meglio sto.

E come va con Matteo? ha cambiato discorso, riferendosi al figlio di Marco, senza smettere mai di scrutare ogni mia reazione.

Al pensiero di Matteo ho sentito una piccola fiamma di calore accendersi in me. Allinizio avevo paura: un adolescente poteva vedermi come usurpatrice, o come una minaccia alla figura materna. Ma la realtà è stata molto diversa.

Matteo è un ragazzo doro ho risposto sinceramente, lasciando andare un sorriso naturale, spontaneo. Allinizio avevo paura che potesse essere freddo o addirittura scortese. Invece si è dimostrato attento, educato, si è persino entusiasmato quando ha assaggiato la mia crostata! Ha esclamato che in casa nostra finalmente ci sarebbe stato sempre profumo di torta appena sfornata.

Un giorno, rientrando da scuola, aveva addirittura chiesto di insegnargli i miei segreti culinari Per me è stato un segnale chiaro di accettazione.

Marco, che fino a quel momento era rimasto in disparte, mi ha lanciato uno sguardo che valeva più di mille parole orgoglioso, e al tempo stesso rassicurato.

Non ti chiede un fratellino, per caso? ha domandato Rosa con una sfacciataggine tutta italiana.

Marco ha subito smesso di sorridere, mi pareva di sentire il suo mamma, basta! non espresso. Conosco ormai lo stile dei Malpighi: schietti, mai troppo attenti ai tabù.

Senti, ormai hai trentacinque anni ha insistito Rosa, sorridendo sorniona. E a Matteo i bambini piacciono, si diverte sempre a giocare con i cugini! Hai tutto il tempo di mettere su famiglia

Avrei voluto sparire: trattare argomenti così intimi, di fronte ad una donna che, tutto sommato, conosco da poco, mi mette lansia. Ho stretto le mani sotto il tavolo, sforzandomi di sembrare impassibile.

Temi troppo delicati ho risposto piano, mantenendo un tono fermo. In realtà i medici mi hanno sconsigliato vivamente una gravidanza.

A quel punto la stanza si è fatta gelida. Rosa ha sollevato le sopracciglia incredula.

Problemi femminili? ha detto, con una compassione che però puzzava di giudizio malcelato. Ma oggi la medicina è avanti, cara. Cose che un tempo erano impossibili, oggi si risolvono in un attimo.

Ho tirato un respiro. Non volevo approfondire, ma Rosa stava chiaramente aspettando una risposta esplicita.

No, il punto non sono le solite cose ho detto, fissando il centro del tavolo. Ho problemi gravi agli occhi. Me lhanno diagnosticato a diciotto anni. Se affrontassi una gravidanza, potrei diventare cieca. Nove probabilità su dieci Ho imparato a convivere con questa realtà.

Rosa è rimasta interdetta.

Cosa centra la vista con la maternità? ha chiesto, come se avessi raccontato una superstizione del Piemonte.

Sottoporre il mio corpo a quello stress significherebbe rischiare il buio, per sempre. Non vale la pena, non per me, non per nessuno. Che senso avrebbe mettere al mondo un bambino che non potrò vedere crescere?

Silenzi. Sentivo il dissenso di Rosa come un mantello pesante. Nei suoi occhi era chiaro: aveva in mente una nuora diversa, sana, robusta, che desse subito nipoti.

Ma io non provavo né senso di colpa, né desiderio di giustificarmi. Con Marco, queste cose le abbiamo affrontate e pesate insieme mille volte. Sappiamo bene quale prezzo rischieremmo. Se mai arriverà il desiderio di una famiglia allargata, valuteremo ladozione o, chissà, laiuto di una madre surrogata. Nel mondo di oggi, le strade non mancano.

Al momento di andar via, Rosa ha salutato suo figlio con un abbraccio e me con un cenno appena percettibile, assai poco caloroso. In corridoio Marco mi ha accennato un scusa solo con lo sguardo e, una volta fuori, ci siamo concessi entrambi un piccolo respiro di sollievo. Laria fresca di via Po sembrava sciogliere quel gelo che ci eravamo portati dietro dalla tavola della domenica.

***

Luglio

Negli ultimi giorni mi sentivo strana. Allinizio pensavo fosse solo stanchezza: il lavoro allassociazione era stato intenso, forse avevo anche preso un leggero virus. Ma la spossatezza non passava, la nausea la mattina era quasi una visita fissa, persino i caffè che di solito adoro allimprovviso mi davano fastidio.

Ho provato a resistere: tachipirina, succhi naturali, sonno. Nulla. Ero meno produttiva al lavoro, la sera arrivavo esausta e dormivo quasi subito.

Ieri sera, al telefono con mamma, non ho saputo trattenermi e le ho confessato tutto.

Giulia, ma sei sicura che non sei incinta? ha domandato, tra laffettuoso e il preoccupato.

Mamma, impossibile. Non salto mai una compressa. Seguo tutto scrupolosamente, come detto dalla dottoressa.

Però, per stare sicura, un test fallo. Meglio una certezza.

Forse aveva ragione. In fondo, era un attimo. Ho salutato mamma, ho preso la borsa e sono scesa sotto casa alla farmacia di piazza Vittorio. Comprato due test non ho badato troppo alle marche. Tornata a casa, mani che tremavano, ho seguito tutte le istruzioni. Lattesa mi pareva infinita.

Due linee, nitide.

Perplessa, ho riprovato. Due linee di nuovo.

Ma come? Sono stata attenta, ho seguito tutto alla lettera mi è mancato il fiato. In quel preciso momento ha suonato il campanello. Era Matteo, che come al solito aveva dimenticato il mazzo di chiavi. Ho buttato in fretta il test nella pattumiera, ho tirato un respiro, un sorriso impacciato e avanti così a preparare la cena.

***

Marco, sto via qualche giorno. Mia madre non sta bene, lhanno dovuta tenere a letto. Vado da lei a Moncalieri ho detto, evitando accuratamente il suo sguardo. Non sopporto mentire, soprattutto a lui, eppure proprio non potevo spiegargli tutto, almeno non subito. Non saprei nemmeno come

Se vuoi vengo con te mi ha risposto subito, premuroso come sempre. O ti porto delle medicine, qualcosa?

Grazie, ma nulla. E poi la mamma si tranquillizzerà appena mi vede. Ci sentiamo presto, ti prometto.

Ho preparato due cambi in una borsa, distratta: intimo, magliette, spazzolino, giusto lessenziale. Ho preso il treno regionale e sono scesa ai limiti di Torino, dove mamma mi ha accolta a braccia aperte.

Il giorno dopo sono andata in una clinica privata. Volevo chiarezza, ufficialità. La dottoressa, una donna dai modi rassicuranti, ha controllato tutto e con tranquillità ha confermato:

Sì, signora, lei è incinta. Prime settimane ancora. Vuole parlarne?

Mi mancava laria. Possibile?! Avevo seguito ogni indicazione. Ho chiesto spiegazioni, quasi accalorandomi.

Può succedere se si assumono altri farmaci insieme, magari senza rendersene conto. Una gastroenterite, una diarrea, rallentano l’assorbimento In ogni caso, anche i contraccettivi non sono infallibili.

Poi, la domanda diretta che temevo.

Intende portare avanti la gravidanza?

Ho ricordato il referto di tanto tempo fa. Sette su dieci, rischio cecità.

Nove probabilità su dieci che io perda la vista, dottoressa. Non posso rischiare. Ne va di tutto: di me, di Marco, della nostra famiglia.

La ginecologa ha annuito, comprensiva. Mi ha dato tutte le informazioni per procedere in sicurezza. Uscita dalla clinica, sulla strada verso casa di mamma, ho sentito il peso di dover raccontare tutto a Marco ma non subito. Ero troppo sconvolta.

***

Intanto, la sorpresa.

Stamattina squilla il telefono. Era Marco. Entusiasta, quasi troppo carico.

Amore, perché non me lhai detto che sei incinta?

Cosa?! balbetto, crolla ogni mia difesa.

Ho trovato il test nella camera di Matteo. Due linee, Giulia! Due linee! Ho subito fissato un appuntamento dalla ginecologa che conosco. Vieni insieme a me?

Ho cercato di contenerlo.

Marco, fermati. Potrebbe essere stato un falso positivo. Ricordi i miei problemi, ricordi il farmaco Ho sempre seguito bene la cura.

Silenzio. Poi, con voce bassa:

Devo confessarti una cosa Qualche giorno fa sei andata da mia madre mentre io sistemavo in cucina. Lei ha visto le tue pillole, ha cominciato a insistere che esageri, che i tempi sono cambiati e la medicina aiuta. Mi faceva mille esempi di sue amiche che hanno avuto figli senza problemi Alla fine, mi sono lasciato convincere. Ho sostituito le tue compresse con semplici integratori, vitamine.

Mi sentivo gelare.

Come, scusa? Hai tolto i miei farmaci?

Volevo darti una possibilità. Per noi. Per un bambino. Ho pensato che non sarebbe successo niente.

Mi mancava laria. Altro che possibilità: era un tradimento vero e proprio.

Non potevi parlare con me? Decidere insieme?

Lui ha tentato di giustificarsi, ma era palese il senso di colpa. Ho chiuso la telefonata, fissando vuota un punto sul muro.

***

Due giorni dopo, appuntamento davanti al Parco del Valentino. Marco era lì, con un mazzo di bianche rose. Il suo sguardo era ansioso; sembrava invecchiato di colpo.

Sono arrivata insieme a Francesco, mio fratello maggiore. Rosa in mano, voce tremolante, Marco ha provato a darmi le sue scuse, a cercare uno spiraglio. Ma io ero determinata.

Lo capisci che hai tradito la mia fiducia? gli ho detto, fredda. Senza di te potevo anche accettare questa realtà, ma non posso più fidarmi. Domani ripasso a prendere le mie cose.

Non ho voluto parlare altro; era chiaro che non potevamo costruire nulla insieme partendo da quelle basi.

Quando ho voltato le spalle, Marco ha provato a seguirmi, ma Francesco ha posato la mano sulla sua spalla: Fermati.

Ho sentito la voce di Marco gridarmi dietro: Tu non vuoi figli! Ti stai solo inventando delle scuse. Ho anche consultato dei medici per conto mio Ma io ormai ero già lontana; non cera più nulla da dire.

E così, seduto su una panchina sotto i platani di Torino, Marco rimase solo con il suo mazzo di rose bianche con il rimorso e con la consapevolezza che a volte amare vuol dire rispettare. E quando il rispetto viene meno, tutto il resto non ha più valore.

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