Grazie a Dio! Finalmente! la nonna ansimava piano, ma il suo volto era illuminato da una gioia sincera e trasparente. Con mani nodose e asciutte sfiorò dolcemente il viso del nipote, poi le lasciò cadere sul copriletto leggero profumato di lavanda.
Riposati, nonna, sussurrava Gianluca domani abbiamo tutta la giornata davanti, parleremo per ore e ore.
No, Gianluca, la nonna sorrideva triste, come se le parole le uscissero direttamente dal cuore. Una sola cosa ho chiesto al Signore: vederti ancora una volta. Nulla di più: gli occhi ti hanno visto, le braccia ti hanno stretto. Ora posso riposare un po, poi chiacchiereremo. Socchiuse gli occhi stanca. Gina, prepara qualcosa da mangiare al ragazzo è appena arrivato da Bologna.
La nonna non stava bene. Sapeva che il tempo era poco, le ore contate come chicchi di riso. Gianluca era l’unica persona che le fosse rimasta, come lei per lui. I genitori di Gianluca erano stati inghiottiti dalloblio, sacrificando tutto, dalla vespa alla cucina componibile, fino allappartamentino in periferia, e infine se stessi, sullaltare del vino rosso. La nonna era riuscita appena in tempo a strappare Gianluca al naufragio della famiglia: laveva portato a scuola, fatto prendere la patente per guidare auto e furgoni, e un giorno laveva accompagnato alla leva militare. Oggi, finalmente, lo aveva rivisto. Non era così che aveva immaginato lincontro, ma la vita non permette di scegliere.
Mentre Gina, la vicina fedele, sistemava Gianluca in cucina con una frittata e pane fresco, la nonna nel silenzio cercava parole che arrivassero dritte al cuore e alla mente. Ma la memoria le si aggrovigliava. Accarezzava la gattina la sua adorata Cenerina, che non laveva mai lasciata nei giorni peggiori, sentendo lomra della fine. Chiamò infine a voce bassa:
Gianluca, avvicinati. Quando il ragazzo le fu vicino, la nonna parlò piano: Avrei tanto voluto cullare i tuoi bambini, Gianluca, ma forse non toccherà a me. Resterai solo. E stare soli è pesante. Se mai troverai una brava ragazza, non lasciartela scappare; scegli per la vita, per una vita difficile. Facile non lo è mai stata, né prima né ora. Lozio e la spensieratezza servono a nulla: stai lontano dal vino maledetto! A uno solo che cede, ne soffre tutta la famiglia. E le strade della vita sono tante, Gianluca, scegli la giusta. Si fermò; forse il respiro, forse un pensiero lontano agli errori dei genitori di Gianluca. Ma raccolse le forze e riprese: Ho intestato la casa a te avrai un posto dove portare una giovane moglie. Ho messo da parte per il funerale, Gina sa dove. Il resto lho trasferito su quel conto corrente, ci vivi i primi mesi. Tieni Cenerina con te, non lasciarla sola. È speciale, lo sai. Lhai portata tu a casa, quando ancora aveva il pelo arruffato da piccolo Ecco, questo è tutto. Vai a riposare ora, anche io dormirò un po sono stanca.
La mattina, la nonna non si svegliò più
Gianluca iniziò a lavorare come tecnico per la fibra ottica, su consiglio di amici dinfanzia. Erano in sei in squadra: tiravano cavi, connettevano modem in palazzi di Milano, tra cortili nascosti e terrazzi con i panni stesi. Tornava stanco, sì, ma la paga discreta e la soddisfazione per il lavoro ben fatto gli davano quella serenità che mancava.
A casa lo aspettava Cenerina, gatta dal pelo traforato di grigio, trovata selvatica una sera daprile, otto anni prima, vicino al Naviglio. Dopo la morte della nonna, Cenerina era cambiata: non mangiava quasi più e passava ore intere sulla vecchia poltrona verde della nonna, davanti alla porta, con gli occhi larghi, come se ancora sperasse di vedere la padrona varcare la soglia. Ma la nonna non tornava.
Gianluca tentava in ogni modo di consolarla: le raccontava la sua giornata, la prendeva in braccio, le offriva di tutto, dal prosciutto ai gamberi surgelati. Dopo un mese di silenzio, Cenerina mosse finalmente la coda.
Quello stesso giorno Gianluca ricevette il primo stipendio. Gli amici pretesero di festeggiare: non si discute, guai a chi si nega. Gianluca li portò in una trattoria; mangiarono gnocchi burro e salvia, bevvero vino bianco, lui solo acqua frizzante. Tornò a casa tardi, allegro. Sulla porta lo accolse Cenerina. Si sentì colpevole a incrociare il suo sguardo: troppo verdi e sapienti. Gianluca evitava di fissarla, ma la gatta lo cercava con ostinazione. Alla fine, avendo intuito tutto, miagolò triste, come chi sa che qualcosa non va e si nascose sotto il divano.
Cenerina non potevo dire di no agli amici. Mi hanno aiutato col lavoro; e poi sono amici Ma in verità, Gianluca sapeva bene che si stava giustificando davanti alla nonna, non alla gatta.
Il giorno dopo, trovando lamico in condizioni normali, Cenerina fu felice: strusciava sulle sue gambe, roteando la coda, facendo le fusa come solo una gatta vecchia sa fare. Mangiarono insieme, lei lo seguì loro nella notte, come la luna sul Naviglio. Si accoccolò con fiducia accanto alla sua spalla mentre lui le sussurrava:
Capisci tutto, eh. Ma non temere, Cenerina: sono grande ormai. Sono responsabile. Solo i deboli cedono al vino, e ho paura lo sai ho il sangue pesante, la tentazione è di casa. Forse cambierò lavoro: lì le bevute sono dobbligo, ogni venerdì, ogni volta trovano un pretesto. Feste, stanchezza, fino al giorno del bicchiere sbeccato. Già ora non vedono di buon occhio il mio rifiuto. Meglio cercare altro Ma cosa? Da piccolo sognavo di fare il camionista, ma per i tir ci vuole altra patente chi mi prenderà mai?
Un altro venerdì, stessa pizzeria vicino alla Stazione Centrale. Il gruppo ride e alza i bicchieri. Gianluca, il solito, acqua minerale, osservava con malinconia gli amici che già cominciavano a parlare troppo forte.
Li serviva una giovane bella ragazza, di nome Donatella, fresca come laria delle colline umbre. Gli amici, accesi dal vino, la invitavano al tavolo. Il capo squadra la afferrò per il braccio, la spinse verso di sé. Lei si agitò, spaventata, ma la presa era forte e le guance le si fecero bianche.
Lasciala in pace, alzò la voce Gianluca. Scese il silenzio: alzare la voce con il capo, sacrilegio! Il capo mollò la presa, abbastanza da lasciarla libera. Lei fece qualche passo indietro, senza però staccare gli occhi pieni di timore da Gianluca.
A raffreddare gli animi fu il proprietario, un omone con baffi bianchi e camice da chef. Con la sua presenza calma ma ferma, fece alzare il gruppo, che uscì senza fiatare, lanciando occhiate cattive a Gianluca.
Tu resta, ragazzo. Lo fermò il proprietario. Falle prendere aria, magari capiscono la lezione. Sorrise, occhi buoni. Perché ti sei messo con quelli? Ho visto che non bevi. Che ci fai lì?
Siamo una squadra lavoriamo insieme rispose Gianluca, scuotendo le spalle.
Lasciali perdere. Borbottò luomo presentandosi come Michele. Che tipo di amici sono? Donatella, porta un tè caldo come solo tu sai fare, così ci rilassiamo.
È tua figlia? domandò Gianluca, sorpreso.
Sì, mi aiuta dopo luniversità.
Sedettero allo stesso tavolo. Il tè nelle tazzine di porcellana fumava profumato, addolcito con una fetta di limone. Michele continuò: Cambia lavoro. Lì ti distruggono: se già ti osteggi, finirà peggio. Hai patente?
Sì, Gianluca arrossì un poco. Guida anche in militare. Sognavo il camion, ma chi mi prende?
Non subito, assentì Michele. Ma posso aiutarti: ho amici tra i veri camionisti. Se vuoi, vieni da me: lavori sui furgoni, magari tra una tratta e laltra. Col tempo prenderai patente per i tir grossi. Dopo si vedrà.
Grazie, accetto volentieri! sorrise Gianluca. Michele gli piaceva: grande, solido, giusto. E poi, era il papà di Donatella: solo per questo bastava stimarlo. Michele, vedendo gli occhi di Gianluca seguire ogni movimento della figlia, si rivolse a lei:
Donatella, cara, grazie. Puoi andare, Gianluca ti accompagna. E sorrise alla vista delle due guance rosse dei ragazzi.
***
Cinque anni dopo, Gianluca guidava il suo camion lungo unautostrada gelata verso Parma.
Alla città dove lo aspettavano Donatella, la loro bimba Maristella e la vecchia Cenerina mancavano ancora trenta chilometri. Allimprovviso, sul ciglio della strada, scorse una figura: uomo piccolo, abbracciato a una giacca troppo leggera per il vento di gennaio.
Congelerà così, pensò Gianluca rallentando il rimorchio.
Capo? riconobbe subito, appena quello si sedette nel vano passeggero.
Laltro lo guardò con occhi opachi, troppo stanchi.
Ah, sei tu il tempo tra loro sembrava sciolto. Ero il capo. Non cè più la squadra. Altri sono al nostro posto. Di noi ne sono rimasti pochi: uno è morto assiderato, uno annegato, due avvelenati dallalcol. Gli altri, come me, saltano di lavoretto in lavoretto. Tirò fuori da una borsa una bottiglietta, ne bevve, scosse la testa. Non importa! Tanto si va avanti.
Gianluca lo lasciò vicino piazza Garibaldi, lo seguì con gli occhi pieni di tristezza. Una malinconica ironia di tutto quel passato suonava ancora nellaria.
Arrivando sotto casa, guardò le finestre del suo appartamento. Dalla finestra della cucina filtrava una luce tiepida Donatella ancora sveglia, che lo aspettava. Forse Gina passata a trovare Maristella. O forse no: perché la piccola ormai dormiva nella stanza dei bambini, sotto la fotografia della bisnonna. A volte le raccontava i piccoli segreti, le novità dellasilo, le avventure sulla giostra. Certo, la nonna non rispondeva, ma i suoi occhi nella foto grandi, calmi erano sempre pieni di affetto.
E lì, sul davanzale, anche Cenerina: fissava la notte nera, le orecchie pronte. Appena Gianluca girò la chiave, la vide svanire svelta, correndo verso la porta per accoglierlo.
Non sono solo, nonna sussurrò Gianluca, sorridendo alle finestre illuminate del suo piccolo mondo. Siamo tutti qui, insieme, e anche tu sei con noi. Questa è la mia strada.



