Il vecchio autobus, sprigionando nellaria un intenso odore di benzina, ripartì traballando e mi lasciò solo ai margini della strada. Mi guardai intorno: nulla era cambiato qui. Sempre la stessa via sterrata, impastata di fango nero e grasso. Sempre i cespugli infangati di pioggia. In lontananza, il paesino si allungava come un nastro ai piedi del bosco, con le finestre illuminate che luccicavano nel crepuscolo, accompagnate dallabbaiare dei cani e dalle oche stizzite.
Sì, sei anni e tutto è rimasto identico mi dicevo quasi niente è cambiato. Solo a destra, sopra la collina, non si scorgeva più la fila dei trattori, un tempo illuminati dai vecchi lampioni. Ora cera solo buio, non sapevo che fine avessero fatto quelle terre della famiglia Bellini. Forse gli eredi avevano venduto tutto.
Scendendo nella piazza principale, camminavo a testa bassa e con la sciarpa tirata sugli occhi, sperando di non farmi riconoscere. Mi sarei stupito se da qualche angolo qualcuno mi avesse tirato una pietra. Sentivo su di me gli sguardi giudicanti dagli usci e dalle finestre. Ma non avevo altre mete: tornavo a casa mia, tra la gente che mi disprezzava. Sei anni fa ero stato io, purtroppo, a causare la rovina per molti compaesani, lasciandoli senza lavoro.
Ero diverso allora, dentro e fuori. Di quella giovanotta spensierata, occhi azzurri e capelli castani, non era rimasto nulla. Nessuno nella mia famiglia, e abitavo solo nella casetta di mio padre, proprio allimbocco del fossato. Allepoca, la maggior parte del paese lavorava per Ferruccio Bellini. La gente lo venerava quasi, e io mi ero sistemato con lui, credendo di aver trovato il mio lieto fine.
Ma non fu così. Ferruccio si credeva un barone, uno di quei padroni allantica che qui chiamiamo prepotenti. Ed io, Angela Bellini, non ero che una serva ai suoi occhi, ma lusingata dalle sue attenzioni non capii subito la vera natura della nostra relazione. Iniziò col tenermi lontano dalle amiche e dal dettare severi divieti su come vestirmi o truccarmi. La mia libertà svaniva giorno dopo giorno. Aspettavo il suo ritorno a casa a preparare minestroni e riassettare stanze, lavorare fuori era escluso. Ferruccio era ossessionato dallidea che lo tradissi e io, per quanto cercassi di rassicurarlo, capii poi che il problema non ero io, ma lui stesso. Qualunque cosa facessi, non bastava mai. Quando infine passò alle mani, lo lasciai tornando nella mia vecchia casa vicino al fossato, sperando di dimenticare tutto come un brutto sogno. Ma il vero colpo del destino doveva ancora arrivare.
Il giorno dopo il mio ritorno, Ferruccio si presentò furibondo. Stavo lavando il pavimento, con le finestre spalancate e una brezza fresca dentro casa. Ero tranquilla, barcamenandomi tra i pensieri, quando lui scagliò il secchio, allagando la cucina. Se la prese prima col secchio, poi con me.
Non ricordo esattamente che accadde dopo, la memoria è annebbiata da un senso di protezione. Mi ripresi solo più tardi, circondata dai carabinieri. Qualcuno mi sventolava un sacchetto con dentro un coltello da cucina, domandandomi qualcosa. Da dietro il cancello, gli altri paesani assistevano alla scena, mentre in casa regnava il caos: mobili sottosopra, tende strappate, Ferruccio steso a terra.
Lhai fatto fuori tu! urlava qualcuno dal cortile. Se non facevi tanto la signorina, ora sarebbe vivo! Cosa ti mancava? Avevi la vita da regina! Hai distrutto un uomo buono! E adesso che ne sarà di noi? Era lui che ci dava da vivere! Un mormorio inquieto attraversava la folla: Come faremo, ora? Come camperemo?
Sei anni di carcere comune, questa fu la mia condanna. Non furono anni facili, ma neppure un abisso. Con la mia indole pacifica e la capacità di ascoltare, trovai conforto nellamicizia di alcune donne; la loro compagnia alleviò un po il peso della detenzione. Ma quella ragazza spensierata dagli occhi grandi non esisteva più: i capelli inargentati, la figura curva, neppure la voglia, ormai, di vestirmi bene o curarmi. Mai avrei pensato che la vita mi avrebbe portato dietro le sbarre. Credevo che certe cose accadessero a persone ormai alla deriva. Ma, come si dice da noi, mai dire mai la sventura non fa preferenze e può abbattersi su chiunque, in un attimo.
Ero una ex detenuta, una carcerata, e mi aggiravo col viso nascosto dalla sciarpa e il cuore che batteva forte. Esisteva ancora la mia casa? Oppure lavevano già smantellata per farne legna Ma fra due grandi betulle, all’estremità del fossato, riconobbi le mura familiari. Dal fondo tirava aria fresca, il piccolo ruscello scorreva e le rane gracidavano. Quante volte, in cella, ho sognato questo posto, rivisto ogni sentiero nei sogni. Oltre il fosso, i boschi traboccanti di funghi: porcini, gallinacci, finferli Avrei voluto correre subito lì con un cestino!
Entrai come unombra dal cancello, trovai la chiave sotto una tegola nascosta. Temetti lodore di chiuso e muffa aprendo la porta, ma un profumo diverso, pulito, mi accolse. Basta un click nellinterruttore per vedere la cucina illuminata nellabbraccio della lampadina gialla. Tutto era in ordine, una gerbera fiorita accanto alla finestra. Restai un attimo a fissarla, senza capire. In giro, nessun oggetto spostato, niente fuori posto. Qualcuno aveva vegliato su casa mia durante la mia assenza.
Angela! Angeeela! tuonò una voce nellandrone, ed entrò trafelata la mia vicina Costanza. Ma guarda come sei cambiata Ho visto le luci da fuori e sono corsa qui. Ti ho portato qualcosa da mangiare, che sicuro non hai neppure fatto in tempo a pranzare. Appoggiò con cura una piccola pagnotta avvolta nella stoffa e un barattolo di latte fresco. Grazie siete voi che avete badato alla casa? domandai, commosso. Certo, mica si lascia una casa così da sola Grazie davvero, davvero! risposi, sentendo le lacrime agli occhi. Ora vado disse lei che da noi cè ancora chi ti tiene il muso. Mio marito magari si arrabbia a sapere che sono qui.
Mi sentii più leggero dentro, almeno una persona mi capiva. Versai il latte tiepido in un bicchiere, ma proprio in quel momento bussarono piano. Sulla soglia apparve un ragazzino di tredici anni, che allungò timido un pacchetto. Me lha data la mamma balbettò, scappando subito dopo. Chi fosse non lo riconobbi, in sei anni i giovani del paese erano cambiati parecchio. Il profumo di capocollo affumicato che veniva dal pacchetto mi fece venire lacquolina.
Poi arrivò senza bussare Giulia, che balzò ad abbracciarmi. Un tempo, prima di Ferruccio, eravamo migliori amiche. Scoppiai a piangere: Pensavo che nessuno mi avrebbe più rivolto la parola! Ma va là, sbottò Giulia, le donne si intendono, su certe cose. Era legittima difesa, per quanto parlino gli uomini. Noi ci capiamo. Costanza mi ha detto che eri tornata. Passo solo un attimo, ti lascio un po di verdure fresche. Riposati oggi, domani chiacchieriamo quanto vuoi!
Mi commossi così tanto che non riuscivo quasi a mangiare. Avevo pensato male dei miei compaesani: almeno le donne, loro mi avevano capita e sostenuta. Mi lasciai andare nel letto appena rifatto, ma nemmeno avevo chiuso gli occhi che qualcuno bussò forte al vetro. Anche col buio riconobbi la sagoma possente di Giovanni, il vecchio capocantoniere, rispettato da tutti.
Non uscire disse parliamo da qui. Noi uomini, sai, abbiamo pensato che è inutile portarti rancore. Magari le donne non capiscono tutto, ma non è una tua colpa quello che è successo. Senza lavoro si è in povertà, ma Ferruccio era il vero responsabile Insomma, lasciamo stare. Noi ci siamo fatti una colletta prendi questi soldi, sono euro, e ti aiuteranno a ripartire. Su, non fare complimenti! e lanciò una busta attraverso la finestra, poi sparì nella notte.
Mi resi conto, allora, che il paese non era solo spietatezza e voci cattive. Ho imparato che a volte la solitudine la senti perché temi il giudizio degli altri, ma basta un piccolo gesto di solidarietà per tornare a sentirsi parte di qualcosa. E che la vita, davvero, cambia tutto in un istante.



