Il dono del destino Anton era arrivato tardi dalla madre, ma lei non si stupì, succede spesso con s…

Il dono del destino

Gianluca arrivò dalla madre molto tardi, ma lei non se ne stupì: da quando si era separato, accadeva spesso. Dopo il divorzio Gianluca viveva da solo; il suo bambino, Matteo, stava invece con la madre.

Matteo ti ha aspettato, avevi promesso che lavresti portato a pattinare. Si è addormentato da poco, quindi non svegliarlo. Ora ti scaldo qualcosa, mangi e vai a dormire.

Gianluca cenò in silenzio. Poi entrò nella stanza di Matteo, si sdraiò accanto a lui. Non riusciva a prender sonno subito: per qualche motivo gli tornò in mente la prima moglie, Livia, molto diversa dalle altre due che arrivarono dopo. Ma nessuna come lei.

Livia non laveva mai dimenticata. Da bambini avevano abitato nella stessa via di Bologna, giocavano insieme nel cortile, sempre inseparabili. In classe sedevano vicini, poi fecero lo stesso liceo e la stessa università. E poi si erano sposati, naturali come il pane sulla tavola. Anche le famiglie si conoscevano e li chiamavano i piccioncini.

Tutti ammiravano quella coppia. Abitavano nella casa che Livia aveva ereditato dalla nonna, una terrazza luminosa sulla città. Ma il tempo scorreva e una sola ombra si stendeva sui loro giorni: Livia non riusciva a rimanere incinta. Erano sani, avevano tutto, tranne un figlio.

Un giorno a Livia fu proposto un ciclo di cure in una clinica al mare, a Riccione. Gianluca la fermò.

Non voglio che tu torni da lì con un figlio non mio, disse, quasi temendo qualcosa.

Gianluca, non ti fidi di me? chiese lei tra le lacrime.

I genitori suggerivano di prendere in affido un bambino, ma Gianluca si rifiutava anche soltanto di discuterne.

Voglio solo un figlio mio, punto e basta.

Per il decimo anniversario di nozze avevano invitato tutti, amici e parenti. Si aspettavano Gianluca, ma lui non arrivava. Gli ospiti attesero, il clima si fece pesante e uno dopo laltro se ne andarono, lasciando il tavolo colmo di lasagne e focacce quasi intatto.

Gianluca non tornò neanche quella notte. Livia pianse in silenzio, sapeva in fondo che quel dolore doveva arrivare prima o poi. Negli ultimi tempi Gianluca era cambiato. La mattina dopo lui rientrò e annunciò, come lanciando una moneta:

Ho dormito da una donna con due figli, mi ha promesso che me ne farà uno e poi lo darà a noi da crescere.

Gianluca, come hai potuto Mi hai tradito. Perché non hai parlato con me? Non ti perdonerò Esci da questa casa. No, anzi, aiutami prima a prendere un bambino in affido, supplicò Livia tra le lacrime.

Così gli darai il mio cognome e poi mi chiederai i soldi degli alimenti? Mai!

Livia soffrì moltissimo la fine di quel matrimonio, sapeva che le donne sole non potevano adottare facilmente in Italia. La sostennero solo gli amici e la famiglia.

Gianluca sbatté la porta. Dieci anni di speranze, delusioni, medicine e silenzio. E lui se ne andò, senza rabbia, solo stanco.

Scusa, Livia. Sono arrivato al limite.

Sei mesi dopo qualcuno le disse che Gianluca aveva finalmente avuto un figlio. Il suo mondo non crollò: si scolorì, come una foto lasciata troppo tempo al sole.

Un anno visse come un automa: lavoro, casa, insonnia. Poi, per caso, una sera di pioggia in un piccolo bar di Modena, incontrò Stefano, vecchio amico di Gianluca, il centro delle feste, sempre sorridente. Ora sembrava uno spettro, fissava il fondo vuoto di una tazzina espressa.

Stefano, ciao, fu Livia a chiamare per prima.

Sollevò gli occhi stanchi, vide Livia, sorrise malinconico.

Livia?! Ma che ci fai qui?

Si misero a parlare e il tempo si sciolse:

Ho chiuso con Federica, lo sai comera, pensava solo ai soldi e il mio lavoro è andato a rotoli: il mio garage bruciato, i debiti. Mi ha buttato fuori di casa, come un cane. Sono rimasto senza nulla, senza nessuno.

Vieni da me, rispose sorpresa del proprio coraggio.

Ma era la soluzione più semplice, non pietà. In quella rocca vuota, in quella solitudine, ora cera qualcuno che stava peggio di lei.

Ma ti sembra il caso? E Gianluca?

Non lo sai? Mi ha lasciata quando non sono riuscita a dargli un figlio Ora sta con unaltra, che lha reso padre

Stefano era sbalordito.

Non lo sapevo, viviamo in città diverse, sono anni che non lo vedo. Sul serio, è così che ha scelto il destino

Ho fatto labitudine.

Stefano si sistemò sul divano. I primi giorni viveva come unombra, si scusava per ogni fetta di pane. Poi ricominciò a vivere: aggiustò il rubinetto, riparò la libreria, preparò la pasta. Paziente, gentile, la sua presenza restituì pace alla casa, la trasformò.

Ogni sera parlavano e Livia riuscì a farlo assumere nel suo ufficio. Piano piano si abituarono luno allaltra, condivisero giorni e serate, poi si sposarono.

Un giorno si imbatterono persino in Federica, lex moglie di Stefano. Lei li squadrò con un sorriso pungente:

Prenditelo pure, non mi serve. Magari a te farà un bel bambino, disse, come se Stefano fosse invisibile.

Speriamo, rispose Livia con un sorriso dolce, grazie per laugurio.

Con Stefano, Livia fu di nuovo felice: qualcuno la coccolava, si sentiva importante. Per la prima volta dopo anni rideva davvero. La vita riprendeva colori nuovi: progetti comuni, dolci diverbi sul cinema, caffè e cornetti in cucina la mattina.

Un giorno, tra sogni e malinconia, parlarono davvero.

Livia, perché non adottiamo un bambino?

Livia quasi non credeva a quelle parole, restò perplessa, stordita.

Sì, Livietta, non hai capito male! rise Stefano.

Quando si riprese, rispose commossa:

Sarebbe la gioia più grande della mia vita, crescere un bambino è il mio sogno segreto… Ma non sapevo se tu non posso ringraziarti abbastanza, davvero

Stefano fu felice di averla sorpresa.

Allora cominciamo! Domani andiamo a informarci.

Sei il mio tesoro più prezioso, rise felice Livia, pensando per la prima volta di essere stata baciata dalla fortuna.

Raccolsero i documenti, attesero lapprovazione, iniziarono a visitare orfanotrofi e, nel frattempo, Livia si acclimatava a una nuova vita. Ma qualcosa cambiò: da qualche settimana si sentiva strana, non disse nulla a Stefano. Acquistò un test in farmacia, uscì dal bagno con le mani che tremavano: due linee rosse, vivide.

Ecco la tua strada, sembravano dirle, la tua, non quella degli altri.

Faticando a crederci, corse da Stefano:

Stefano, guarda! gli mostrò il test. Diventeremo genitori!

Mio Dio, Livia… è vero? Domani andiamo dal dottore!

Il medico confermò: Livia era incinta.

E così la loro casa si trasformò in festa, la festa che Livia aveva sognato per quattordici anni, senza mai perdere la speranza. Stefano la viziava: niente pesi, tanti dolci e ogni desiderio esaudito.

Alla fine arrivò Aurora, una bambina dagli occhi luminosi, sana. Stefano pianse, abbracciando la figlia, davanti ai fiori dellospedale:

Ora siamo davvero tutti, finalmente. Avremo una lunga e felice vita insieme. Tu sei il nostro tesoro più grande.

La casa si riempì di nuovi suoni e profumi: grida, risa, borotalco e notti insonni, sempre insieme, mano nella mano.

La felicità non era perfetta, ma diventava robusta, antica come un olivo in mezzo alle rocce. Tra piccoli litigi e fatiche, era reale.

Un giorno destate, passeggiando per il parco di Parma con Aurora addormentata nel passeggino, quasi si scontrarono con Gianluca. Era solo. Invecchiato, lo sguardo spento, una birra vuota in mano. Rimasero immobili un istante.

Ciao, sussurrò alla fine Gianluca.

Guardò Livia, poi Stefano, poi la carrozzina.

Ho sentito che… da voi va tutto bene.

Sì, rispose semplicemente Livia. Stiamo benissimo. E tu?

Alzò le spalle, distante.

Mah mi sono sposato ancora due volte, niente da fare. Mio figlio vive con mia madre, li vedo ogni tanto. Io… insomma. Non è andata.

Nessuna rabbia nella voce, solo rassegnazione. Guardò Stefano, come se volesse ricordare qualcosa, fece una smorfia e andò via. Una figura curva, solitaria fra le chiome verdi e le grida dei bambini.

Stefano circondò Livia con le braccia.

Andiamo, amore. Aurora presto si sveglierà, torniamo a casa.

Livia afferrò la maniglia del passeggino. Si incamminarono sul vialetto soleggiato, diretti verso una casa imperfetta ma vera, costruita non sui sogni ma sui cocci della vita passata. Ed è proprio questa, la loro vita vera, solida e indiscutibile.

Grazie per aver ascoltato questa storia. Un augurio di fortuna e serenità a tutti!

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