L’amica immaginaria

Lamica immaginaria

Da tre giorni attorno a Giulia si raccoglieva una folla di studenti. Ormai, in tutta la scuola, aveva la fama di veggente e vera psicologa. Tutti volevano una briciola della sua saggezza. La intercettavano vicino ai bagni, si sedevano accanto a lei in mensa, le portavano cioccolatini, quaderni pieni di compiti, e altri piccoli doniche per ragioni ignote declinava sempre con aria distaccata.

A me piace Sandro della 5a B. Che ne pensi, potremmo mai costruire una famiglia insieme? sussurrò sognante Carlotta, sua compagna di classe.

Te lo sconsiglio, rispose Giulia masticando a fatica una fetta di ciambella e sorseggiando del tè. Sandro sembra un bravo ragazzo, ma gratta gratta si pulisce sempre il naso con le dita e si mangia quello che trova. Siete certi che non morirete di fame, ma la vostra vita finirà tra fazzoletti stropicciati.

Che schifo! E Matteo? chiese ancora Carlotta, la faccia illuminata dalla speranza. Lui è il primo della classe, e prende lezioni di chitarra.

Matteo tormenta i gatti del cortile. Le lega le lattine alla coda e li fa correre. Uno così sarà crudele, e poi finirà pure a bere.

Come fai a saperlo? Carlotta ora era perplessa.

Dovè che hai mai visto un chitarrista sobrio? E poi, lascia perdere questi pensieri, goditi la tua età i ragazzi non scappano. Meglio dai una ripassata a matematica e smetti di mangiarti le unghie, che se no ti vengono i vermi.

A me nessuno invita mai a giocare, mi chiamano pancione per scherzo Paolo di quarta C si fece avanti, spingendo via Carlotta che scivolò dallaltro lato del banco.

Mercoledì aprono le iscrizioni a lotta. Vai dal prof di educazione fisica. Dimagrire magari no, ma almeno nessuno ti prenderà più in giro. Però tu, eh, la tua futura moglie non la spingere così!

Giulia lasciò il tavolo e portò il vassoio al lavello.

Giulia, secondo te, questanno mi iscrivo alle guide o meglio il prossimo? domandò la professoressa di geografia, Elena Valentina, fingendo indifferenza accanto al lavello.

Prof, per prendere la patente cè bisogno della macchina, e la sua è la Fiat Uno di suo padre. Vede la differenza?

Eh for-se, sì.

Giulia alzò gli occhi al cielo, si lavò le mani e continuò:

Vendi la Uno, con i soldi prendi una bici e un paio di pantaloncini corti, tanto tra due mesi qualcuno ti porta comunque al lavoro. E magari fatti un mutuo i tassi adesso sono bassi che è un piacere, e vivere coi genitori a trentacinque anni non è il massimo. Dico sul serio, io so il fatto mio.

Con gli sguardi esterrefatti che la seguivano, Giulia tornò alla sua classe per la lezione di tecnica.

In quaranta minuti, mentre le compagne prendevano confidenza con il metro da sarta e le macchine da cucire, Giulia rammendò dei pantaloni portati da casa, strinse una gonna e lavorò alluncinetto un paio di calzini che regalò alla prof di tecnica con la raccomandazione: Alle donne incinte i piedi devono stare sempre al caldo. La professoressa lasciò immediatamente la classe per andare in farmacia a comprare un test. Il giorno dopo tutta la classe mangiava una torta al cioccolato artigianale, dono di ringraziamento alla Giulia.

A casa, il comportamento di Giulia era altrettanto strano. Rimproverò la madre per aver comprato ragù già pronto e si mise da sola a stendere ravioli. La sera, invece di guardare YouTube, lesse I Tre Moschettieri e continuava a bisbigliare con qualcuno. Il padre la osservava dietro il monitor del computer, finché Giulia lo riprese: era gobbo, stava troppo su siti poco raccomandabili, e invece farebbe meglio a sbattere il tappeto.

A scuola le voci si rincorrevano, i professori in fibrillazione chiesero subito lintervento della psicologa. Si convocò una riunione, durante le lezioni, con tutto il consiglio dei docenti e la preside.

Giulia, cara, cè qualcuno che ti tratta male? domandò lo psicologo, un tipo con la barba e gli occhiali alla moda.

Mi disturba il fatto che alla scuola hanno dato centinaia di migliaia di euro, ma in palestra ci hanno messo solo una trave vecchia e due metri di corda.

Tutti si voltarono verso la preside, che improvvisamente trovò da fare ed uscì dalla finestra aperta.

Non hai amici?

Lamicizia è un concetto astratto, Giulia disse annoiata mentre si attorcigliava la treccia. Oggi si gioca a nascondino in cortile, domani la tua amica ti lava i piatti mentre tu compili il 730.

Aspetta. Quale 730? Quale piatti? Chi te ne ha parlato?

La mia amica.

Ecco il problema! Puoi invitarla qui?

Ma è qui. La risposta candida lasciò tutti senza parole.

Ma noi non la vediamo. Come si chiama?

Rosaria Paolina.

Addirittura. E quanti anni ha?

Settanta.

E cosa ti dice?

Che i denti vanno lavati dalla gengiva in giù, che il cane del mio cortile non è cattivo ma spaventato e affamato, che non bisogna dimenticare i parenti. E poi che negli ultimi cinque anni vi hanno calcolato male la tassa sulla casa. Bisogna andare negli uffici del Catasto e rifare i conti secondo il valore di mercato, perché ora ve la fanno pagare in base alla rendita catastale.

Lo psicologo prese appunti, sottolineando due volte la questione delle imposte.

Alla fine fu fatto un annuncio al microfono per chiamare i genitori, ancora al lavoro.

Aspettate un attimo! gridò al telefono il padre di Giulia. Ma quello era proprio il nome di mia madre! È morta dieci anni fa.

Il consiglio fu avvolto da uno sciame di sospiri e preghiere sussurrate.

Ecco! Dieci anni e nessuno passa più a trovare la nonna, cresce solo lerba e la recinzione sta cadendo a pezzi, borbottò offesa Giulia.

Eh sì volevo, ma non ho trovato il tempo, balbettava il padre.

La riunione terminò.

Il giorno dopo la famiglia partì per il cimitero. Giulia non aveva mai conosciuto la nonna, ne aveva solo sentito parlare nei frammenti rubati al padre. Trovare la tomba fu complicato: si era fatta grande quella distesa di marmo che una volta era un bosco di pini. Giulia depose un mazzetto di tulipani gialli in una bottiglietta di plastica tagliata. Il padre rimise a posto la recinzione, la madre tolse le erbacce.

Papà, la nonna dice che sei una brava persona, ma ti sei perso nel lavoro e su internet, e così non hai tempo per me neanche.

Il padre arrossì per la vergogna e annuì in silenzio.

Dille che ci proveremo a cambiare, disse accarezzando la figlia e la foto sbiadita sulla lapide.

Adesso lei è serena e non tornerà più, ma io le voglio bene e mi mancherà tanto perché è buona, allegra e saggia.

È vero. Nonna sapeva vedere attraverso le persone. Dice ancora qualcosa?

Sì. Dice che la tua dieta dei cetrioli è una idiozia. Se vuoi dimagrire, iscriviti in palestra. E che aprire quel conto in valuta estera non aveva senso certe cose vanno calcolate prima. E poi di quella partita di cemento scadente che hai ordinato per fare la base della casettaIl padre rise, per la prima volta da mesi, e si riscosse come da un sogno. Abbracciò Giulia forte, come se la sua abbronzatura di padre stanco potesse cancellare tutte le assenze.

Sul piazzale, prima di andare via, Giulia sentì un soffio leggero alle spalle. Per un attimo, fu come se una carezza di zucchero filato le sfiorasse la guancia. Chiuse gli occhi, riconoscendo il profumo di violette che nessuna nonna aveva mai davvero dovuto spiegare.

Quella sera, tornando a casa, cucinarono tutti insieme. La pasta fu troppo salata, la tovaglia restò macchiata, e la torta bruciò sopra. Ma risero così tanto che il vicino bussò pensando avessero la tv troppo alta.

Quando Giulia si infilò a letto, trovò un bigliettino piegato sotto il cuscino. “La vita è un uncinetto: intreccia, rattoppa, e regala calore a chi ami. Brava, bambina mia. Adesso tocca a te. R.P.”

Sorrise, accarezzandolo con il pollice. Poi, dalla finestra, vide una lucciola indugiare nel giardino e pensò che, anche senza vedere o sentire, certe presenze sanno farsi trovare quando serve più coraggio che parole.

Da quel giorno, nessuno a scuola trovò più Giulia al centro dell’attenzione: lei si divertiva a stare ai margini, a osservare e ascoltare. Ma chi si fermava un attimo da lei, magari solo per chiedere un consiglio, riceveva in cambio una risatina gentile, un pezzo di saggezza cucito su misura e a volte, se era fortunato, un gomitolo color lavanda con cui scaldarsi le notti dinverno.

Perché le amiche immaginarie crescono con noi. Alcune, semplicemente, aspettavano il momento giusto per riposare il cuore nelle nostre mani.

Rate article
Add a comment

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!:

12 − two =

L’amica immaginaria