Essere felice è un dovere

Essere felice è un dovere

Il papà se nera andato di casa per andare da unaltra donna quando Annina aveva solo quattro anni. Era successo subito dopo Capodanno, si era fermato sulla porta, le aveva sussurrato scusami e aveva chiuso la porta dingresso alle sue spalle.

La mamma aveva affrontato tutto con una calma incredibile, quasi fosse il destino naturale delle donne della loro famiglia, dove nessuna aveva mai avuto una relazione lunga e felice. Eppure, un paio di settimane dopo, in piena notte si era portata tutto il sonnifero e laspirina che aveva in casa e si era addormentata per sempre.

La mattina, Annina aveva cercato a lungo, a voce alta, di svegliare la mamma. Poi, in qualche modo, aveva fatto colazione con quello che aveva trovato nel frigorifero e ancora era tornata a scuotere la donna, sempre più stanca, finché non si era addormentata rannicchiata accanto a lei.

Le giornate di gennaio passano in fretta; si stava già facendo buio quando Annina riaprì gli occhi. Si era svegliata per il freddo, aveva tirato su la coperta e si era avvicinata ancora di più al corpo della madre, ma il gelo sembrava aumentare. Fu in quel momento che capì: era il corpo della madre che le trasmetteva tutta quella freddezza profonda e intollerabile. Grandi lacrime bollenti le bruciavano il viso.

La porta d’ingresso si aprì allimprovviso. Annina corse subito nellatrio. Era arrivata Zia Cecilia, la sorella minore della mamma.

Annina, sei a casa. Ma la mamma dovè? Le ho telefonato tutto il giorno, perché non risponde? Mi stavo preoccupando!

Annina le afferrò la gonna, la tirò con forza verso la camera da letto. Guardava zia Cecilia con grandi occhi gonfi di pianto, indicava col dito la stanza e cercava di urlare qualcosa con disperazione. Ma dalla sua bocca non usciva nessun suono: la bocca si apriva, il viso si deformava dal dolore, lacrime e muco le rigavano il viso, ma neanche un filo di voce.

Cecilia non era mai riuscita ad avere figli, e dopo cinque anni suo marito era andato via. In Annina aveva riversato tutto il suo affetto, diventando per lei una seconda madre. Così, quando arrivò la tragedia, Cecilia diventò subito la sua tutrice e Annina rimase con lei. Lavrebbe coperta di attenzioni, ma nessuna terapia, nessuna riabilitazione nei tre anni successivi riuscì mai a restituire la voce alla nipote.

Quel gennaio il freddo arrivò puntuale allEpifania, insieme a una neve vera, scricchiolante. Annina con le sue amiche aveva passato lintera giornata a slittare nel parco delle Cascine a Firenze, aveva costruito una famiglia di pupazzi di neve, si era buttata nei cumuli bianchi e aveva fatto i classici angeli.

Dai, basta, è ora di tornare a casa. Hai tutta la roba già diventata rigida per la neve, e i guanti sono blocchi di ghiaccio. Andiamo. Passiamo anche alla COOP a prendere il latte e un po di pasta! si affrettò Cecilia.

La gente entrava e usciva dal supermercato, le porte giravano senza tregua, e un gatto rosso, placido, sedeva a destra dellingresso. Sembrava indifferente a tutto, con lo sguardo serafico e gli occhi socchiusi, come se fosse lì solo per respirare laria. Solo le zampette anteriori si muovevano, infreddolite. Annina si avvicinò piano, si piegò sulle ginocchia davanti a lui. Fece cenno a zia Cecilia di andare da sola nel negozio.

Va bene, faccio in fretta. Tu però non ti muovere da qui!

Annina accarezzò il gatto piano piano; lui allungò la schiena per il piacere e iniziò a fare le fusa. Lei lo abbracciò per la nuca, lo strinse forte alla guancia. Allimprovviso lacrime calde le inondarono il viso, e il gatto cominciò a leccarle, starnutendo e continuando a leccare.

Ma dai, cosa fai? È un gatto di strada, sarà tutto sudicio! sgridò Cecilia, che la trascinò via verso la macchina. Annina cercava di resistere, si divincolava, ma zia la spinse sul sedile posteriore e si mise al volante.

Il gatto si avvicinò anche lui allauto, la fissava e miagolava via il vetro.

Non si fa così, ormai è mio, e io lo sto lasciando! sussurrava Annina, spargendo le lacrime sul finestrino.

Ma sei tu che parli? Ripeti, ti prego, ripeti ancora! esclamava la voce rotta di Cecilia.

Non possiamo lasciarlo. Morirà senza di me! gridò Annina guardandola dritta negli occhi.

Cecilia corse fuori, prese il gatto in braccio e si piegò accanto ad Annina sul sedile posteriore. Il rosso affondò le unghie nella pelliccia per la paura; appena vide Annina saltò sulle sue gambe, si stese su di lei e si fermò a farsi accarezzare.

Se vuoi questo gatto, è tuo. Bastava dirlo e te lavrei già trovato da tempo, sorrise felice Cecilia.

A volte il dolore ci rende muti, ma la cura e laffetto possono ridarci la voce e la speranza. La felicità non è tanto quello che perdiamo, ma quello che sappiamo accogliere, per ricominciare.

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