In vacanza in campagna abbiamo portato con noi da Milano il nostro gatto, Michele. In campagna vive anche suo fratello gemello, Ercole, che ha gli occhi sempre spalancati e per questo tutti lo chiamano “Sgranato”.

In vacanza in campagna abbiamo portato con noi dalla città il nostro gatto Saverio. In campagna vive già il fratello di Saverio, Aldo, che tutti chiamano Gufo per i suoi occhi un po sporgenti e attenti, come quelli di un rapace. Qui in campagna, a nessuno viene in mente di usare parole gentili: la sincerità spunta come i pioppi sulle rive del Po.

Allinizio non è stato facile per Saverio adattarsi. Nonostante fosse minuto, Aldo ha subito messo in chiaro chi comandava, soffiando con una furia degna delle ospitate urlanti di certi talk show italiani, scacciando il fratello dai cassetti e dalle dispense migliori.

Poi, in un giorno confuso come quelli in cui lafa si posa sui campi di grano, Aldo fece lerrore classico dellinnocente bullo di periferia: pensò di avere nove vite e attaccò Saverio davanti a tutti. Saverio, con la nonchalance di un conte decaduto, gli rispose con una zampata svogliata, un colpo di ventaglio in stile lasciami stare, Marchese, e quasi senza volerlo fu un gancio destro da manuale. Recuperammo Aldo, anzi Gufo, dal secchio dei rifiuti, ancora stordito. Così, in modo goffo e inaspettato, come tutto nella sua esistenza, Saverio divenne il capo indiscusso della piramide alimentare.

In campagna i gatti sono considerati utili e basta: nessuno li coccola troppo. A salvarlo dalle fatiche dei campi fu soltanto il fatto che linverno avvolgeva la cascina con la sua bruma. Qui nutrire gli animali è unarte casuale e creativa: nulla a che vedere con i pasti cittadini serviti su piattini dargento, né con il maggiordomo che invitava Saverio al desco ogni giorno alla stessa ora.

Lo stress gli ridiede in fretta certi istinti selvatici. Spesso lo scoprivo di notte, sul fornello, intento a infilare il muso dentro una pentola. Aldo, lasciato di guardia vicino allo sgabello, emetteva soffi lunghissimi per avvertire il fratello del mio arrivo. Saverio mi lanciava unocchiata di complicità e mormorava con un miagolio: Tranquillo, quello è dei nostri dovrebbe vederlo cercare il gorgonzola nel frigo al buio, altro che noi.

Un giorno potemmo pensare che Saverio fosse pronto: lo portammo fuori, posandolo sulla neve del cortile. Si voltò verso di noi con una maschera candida sul muso e negli occhi una tristezza antica, accesa come quella di Marcello Mastroianni in una scena malinconica di un vecchio film in bianco e nero. Il rimpianto di una vita vissuta tutta al contrario. Non lo lasciammo più uscire.

Una sera, mentre gli amici di mio figlio Lorenzo erano venuti a trovarlo, ci raccogliemmo tutti nella sala a leggere ad alta voce La Notte di Maggio di Gogol, nella sua vecchia versione italiana. Proprio mentre la matrigna si trasformava in una gatta nera che batteva gli artigli sul pavimento, la porta della sala si aprì con uno scricchiolio che sembrava un colpo di vento e nella stanza, trotterellando, comparve Aldo Gufo.

A quanto pare, Saverio aveva finito per insegnargli il suo trucco magico: aprire qualsiasi porta con una sola zampa, come sanno fare solo i gatti di città dal passato misterioso. La sala era minuscola, ma in qualche modo riuscimmo tutti a sparpagliarci. Dovemmo poi recuperare un bambino appeso alla finestra: fu la nonna, famosa per i suoi gnocchi, a salvarlo da una caduta certa.

Ah, già, forse è il caso di aggiungere che Aldo, alias Gufo, è nero come la pece, senza nemmeno una macchia bianca.

Dite la verità: non capita spesso che la letteratura classica faccia ancora così tanta impressione ai bambini d’oggi.

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In vacanza in campagna abbiamo portato con noi da Milano il nostro gatto, Michele. In campagna vive anche suo fratello gemello, Ercole, che ha gli occhi sempre spalancati e per questo tutti lo chiamano “Sgranato”.