— Gianni, questi gatti abitavano qui da prima ancora che ci conoscessimo noi due. Per quale motivo dovrei sbarazzarmene, adesso? — chiese Anna con voce gelida. — Quello che mi proponi si chiama tradimento…

Enrico, queste gatte vivono qui da quando neanche ci conoscevamo. Perché dovrei improvvisamente liberarmene? ho chiesto a voce bassa, gelida. Quello che mi chiedi si chiama tradimento

Vivo in una cittadina immersa nel verde: destate le strade si dissolvono nellombra degli alberi e le aiuole fioriscono dallinizio della primavera fino ad autunno inoltrato, riempiendo laria di profumo dolce. Facile, in un posto così, riflettere sulla vita e su ciò che conta davvero…

Mia mamma se nè andata molto tempo fa e a farmi da madre è rimasta la zia, la sorella di papà: zia Nina. La sua vita sentimentale era stata un rincorrersi di delusioni; era una donna discreta, claudicante, e forse nessuno laveva veramente amata. Ma tutta la tenerezza che aveva in cuore lha riversata su di me. Per me, era semplicemente mamma Nina.

Mamma Nina, sono a casa! la mia voce squillante rimbombava allingresso dopo la scuola, dopo una passeggiata, e poi anche dopo le lezioni alluniversità.

Amore mio! Come va tutto?

Ho imparato a leggere presto, perché mamma Nina mi teneva spesso sulle ginocchia leggendo libri ad alta voce soprattutto sugli animali, gli uccelli, gli insetti. Quelle serate con le storie lette diventavano il nostro rito.

Avevo circa dodici anni, quando un giorno tornai a casa con un micetto che miagolava disperato.

Mamma Nina… almeno accogliamolo noi… Nessuno lo vuole, è piccolo e solo… la voce mi tremolava per la commozione.

Vieni qui, piccolina mi abbracciò , certo che resta con noi.

Così arrivò Pina. Anni dopo, fu proprio zia Nina a portare a casa un altro gattino.

Immaginati, Anna, hanno lasciato una scatola di micetti fuori dallufficio. Come si fa? Ce li siamo divisi fra colleghe.

Ora abbiamo due gatte! Che bello!

Accolsi subito la nuova arrivata con entusiasmo. Pina allinizio la scrutò indifferente, poi si avvicinò, la annusò e, con movimenti da mamma, la trascinò affettuosamente sul divano per leccarla con cura.

Gli anni passavano. Imparai a occuparmi sempre più di mamma Nina: pulivo casa, cucinavo, facevo la spesa, ricordavo tutte le medicine e laccompagnavo dai medici. Si stava bene, solo noi due: si leggeva insieme, si commentavano film e spettacoli, si parlava davvero di tutto.

Poi nella mia vita è arrivato Enrico, lho conosciuto a una mostra. Non avevo segreti con lui. Mamma Nina, quando glielo presentai, ebbe una strana inquietudine: le sembrava che non fosse del tutto sincero. Ma preferì dare la colpa alla sua ansia e a una punta di gelosia verso la “sua” ragazza.

La mia felicità era la sua priorità, così quando decisi di vivere con Enrico mi lasciò andare con il cuore in mano. Abbiamo preso in affitto un appartamentino.

Da allora tornavo da lei due volte a settimana: il martedì e il sabato. Il sabato invitavo Enrico, ma lui si inventava sempre una scusa.

Anna, ma ci sono ancora quei gatti Capiscimi, hanno un odore, poi i peli ovunque, le ciotole… Ma come facevi a vivere in quella casa?

Storcendo il naso, tirava su le labbra e io ridevo, sperando di portare la conversazione sulla leggerezza.

Enrico, non immagini quanto mi fanno felice!

E di cosa sarebbe fatta questa felicità?

Enrico, sono buffe! Si gonfiano la coda quando giocano a litigare, fanno le fusa, inseguono le ciabatte, rincorrono la topolina giocattolo e i nastrini. E quando si sdraiano sul petto trillano come piccoli motori.

A me non piacciono. Non offenderti, rispondeva burbero. È roba vostra, la pulizia, le chiacchiere io sto meglio a casa. Tu però fammi qualcosa di buono che poi mi manchi…

Mamma Nina iniziò a stare peggio. Quasi ogni giorno passavo da lei dopo il lavoro. Avevo chiesto ad Enrico di trasferirci da zia, ma si era opposto. Mi ritrovai così a dividersi a fatica tra lui e lei.

Le faccende aumentavano: panni tutti i giorni, pavimenti con candeggina. Lodore della malattia e della vecchiaia si faceva più forte. Mi angosciavo, sapendo che la fine era vicina…

Mamma Nina è morta allalba, silenziosa. Quella notte restai con lei, a sussurrarci parole, poi le lessi un brano di libro. Ho lasciato la lucina accesa e sono andata a dormire.

Mi sono svegliata col canto degli uccelli fuori dalla finestra. Lavata di corsa la faccia, sono corsa da lei.

Mamma Nina oh, mamma

Ho afferrato il telefono.

Enrico, non cè più piangevo al telefono, svegliandolo di colpo.

Dopo il funerale sentivo un vuoto smisurato. Lunica persona con cui avevo condiviso la vita, la mia famiglia, era sparita. Quella mattina, ai piedi del letto, ho trovato una busta. Dentro, il testamento per la casa e una lettera.

Mia cara Annina,

So che soffri. Ora non cè nessuno che possa stringerti o baciarti. La tua mamma se nè andata che eri piccola, di papà neanche lombra solo io.

Tesoro, ti voglio un bene immenso. Non dimenticarlo mai. Ti sarò accanto, in ogni tua gioia, in ogni dolore.

Questa casa è tua, ormai davvero tua. Meglio avere un angolo tutto per sé, anche se piccolo e un po vecchio, ma proprio.

Ho una sola preghiera prenditi cura delle mie signorine, Pina e Lola. Ora hanno solo te.

Sii felice! Ti abbraccio forte.

Tua mamma Nina”

Rileggevo e piangevo, accarezzando le due gatte, stringendole forte, bisbigliando parole dolci. Erano la mia famiglia, come lo era stata mamma Nina.

Decisi di andare a vivere nel suo appartamento. Andava rimesso a nuovo, dovevo ordinare tutto, sistemare, occuparmi delle gatte e della mia nuova vita.

Enrico si rifiutò di seguirmi.

Anna, restiamo separati per ora. Con quelle gatte non ci sto. E poi cè ancora dappertutto quellodore da vecchia i suoi occhi azzurri si facevano scuri.

Mi faceva male, ma il dolore per la perdita copriva ogni altra cosa.

A poco a poco tornai a respirare. Giocavo con le gatte, riprendevo i miei libri amati, cambiavo tende, lavavo tappeti. Enrico lo vedevo sempre meno. E pian piano mi sentivo libera.

Un giorno suonarono al campanello.

Enrico? Vieni, ho sorriso.

Anna! Mi sei mancata! mi abbracciò. Comè accogliente qui! E non cè più puzza! Hai finalmente dato via quei gatti?

Mi sono staccata di colpo.

Cosa vorresti dire?

Ma sì, quei gatti di tua zia! Mica li voleva nessuno… Ricordo che qui cera sempre odore, peli, ciotole…

Enrico entrò in salotto.

Che cè? Sono ancora qua?

Pina giocava tranquilla con la coda, Lola si leccava pigramente la zampa.

Enrico, queste gatte stavano qui ben prima che ci conoscessimo. Perché mai dovrei cacciarle? risposi fredda.

Anna, su, non essere sciocca. Questa casa è stupenda! La rimoderniamo, cambiamo i mobili, il bagno e via quei gatti!

Mi si avvicinò, puntandomi gli occhi negli occhi. Restai salda.

Enrico, quello che proponevi è tradimento.

Non è tradimento, dai. È buon senso. Non ti ho chiesto di buttarle in strada. Ci pensi tu al rifugio, io ti do pure dei soldi per mantenerle lì. Basta che se ne vadano!

Vuoi addirittura darmi dei soldi? Tu non capisci. Non posso dar via le mie gatte. A loro servo io tanto quanto loro servono a me. Sono la mia famiglia!

Anna, devi pensare al futuro: carriera, matrimonio, figli. Il tempo corre

Pensaci bene. O una famiglia con me, o io vado via.

Enrico lo diceva come se avesse già vinto. Era così convinto: per lui era tutto semplice e logico. Ma il mio silenzio lo metteva a disagio. Nei miei occhi non cera né entusiasmo né dubbio solo stanchezza, distanza.

Lui non capiva: per me le gatte non erano solo animali. Erano un legame vivo con mamma Nina, la mia infanzia, la mia casa, il mio cuore.

Improvvisamente mi fu chiaro: non avrei mai potuto vivere con chi impone, calcola, pretende. La tensione tra noi aveva ucciso laffetto. E lamore, sotto ricatto, non può stare in piedi.

Come si può pensare a figli con chi ti chiede di liberarti di chi insieme hai salvato?

Enrico, ascolta, vattene. Devo riprendermi. Ho appena perso mamma Nina e tu mi metti davanti a una scelta così. Per favore, vai.

Me ne vado! Ma pensaci. Non starò mica a rincorrerti; neanche ci perdi niente!

Si è girato di scatto e ha sbattuto la porta così forte che i calici in credenza hanno tremato. Le gatte sono saltate impaurite sul divano: io dentro ero tutta stretta e trafitta.

Stranamente, però, sentivo anche una leggerezza nuova. Mi sono seduta, ho stretto le mie piccole amiche, affondando il volto nella loro pelliccia calda:

Mie piccine, mie care! Non vi lascio mai! Siete la mia famiglia, siete le mie bambine. Mamma Nina, mi senti? Io! Non! Le! Lascio!

Qualche giorno dopo, tornando a casa, vidi Enrico nel cortile. Guardava in su, verso le mie finestre, come se sperasse di vedere qualcosa di diverso.

Quando mi ha vista, ha mosso un passo, ma io lho fermato alzando la mano e sono andata oltre:

No, Enrico. Io resto con le mie gatte! ho detto scomparendo nel portone.

La porta si è richiusa alle mie spalle: la fine vera della storia tra una brava ragazza e un ragazzo senza cuore.

Le gatte hanno vissuto quanto era loro destinato. Ogni loro passo, ogni fusa, ogni pelo morbido mi ricordava mamma Nina, la mia infanzia, la mia giovinezza.

Perché famiglia non è solo sangue. È chi scegliamo di avere accanto, chi ci scalda il cuore. È la cura quotidiana, la presenza, lamore senza condizioni.

E un rifiuto totale, netto, del tradimento. Dove abita il vero amore, cè posto solo per la fedeltà e la comprensione.

Perché dove non si butta sporco, là resta pulito. Dove il cuore scalda, la casa è sempre calda.

E quando due gatte fanno le fusa vicino a te, la casa diventa veramente casa.

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