Tre nuove chiavi

Tre nuove chiavi

Ma come mai sei così pallida? Non sarai mica di nuovo a dieta, vero? Il tono di mia suocera risuonava nellingresso, più forte della campanella, come sempre, senza nemmeno un buongiorno.

Ero in cucina, indosso la vecchia vestaglia color panna, a mescolare il porridge davena fiocchi davena come sempre mi ricordava mio marito e pensavo che finalmente quel sabato era solo mio. Mio, per intero. Dalle otto del mattino fino a sera inoltrata. Giulio era partito presto per pescare con Nicola, il vicino del terzo piano; aveva detto che sarebbe tornato giusto per cena. Avevo già immaginato la mia giornata: colazione in silenzio, una lunga passeggiata lungo i viali dei Giardini Pubblici, e poi a casa, a divorare pagine di un libro, senza fretta, nessun programma. Giornate così erano un lusso raro. Anzi, quasi non esistevano.

Eppure.

Mi sono voltata. Graziella Bianchi, la madre di Giulio, era già nella cucina, il cappotto blu lasciato abbandonato sulla spalliera di una sedia, da dove era scivolato per terra. Nemmeno se nera accorta.

Buongiorno, signora Graziella, ho detto, con la voce piatta che mi sono allenata ad avere negli anni.

Buongiorno, buongiorno. Giulio dovè?

A pescare.

Si è fermata al centro della cucina e mi ha fulminata con il solito sguardo come se le avessi detto che si è trasferito su Marte.

A pescare? Non mi aveva detto nulla.

Probabilmente si sarà dimenticato, ho detto tornando a controllare il fornello.

Lavena sobbolliva, serena. Ho abbassato la fiamma. Fuori la mattina era grigia di ottobre, senza vento, e solo mezzora prima avevo pensato che sarebbe stato bello uscire a camminare tra i tigli, annusare quellaria fresca che sapeva di umido e di foglie. Ora, fissando lavena, mi sembrava che la giornata non mi appartenesse già più.

Graziella si è chinata, ha raccolto il cappotto, lha appeso in ingresso e si è accomodata al tavolo. Ha tirato fuori dalla sporta un grande sacchetto in plastica che ha messo dritto sulla tovaglia cerata.

Ho portato delle focaccine. Con la verza. Giulio le adora.

Grazie.

Almeno assaggiale, non storcere subito il naso.

Non stavo storcendo il naso. Semplicemente ero voltata, concentrata a servire il porridge. Le mani ferme, il cuore irrigidito come una molla, ma fuori ero calma. Sette anni d’esercizio.

Siediti, facciamo colazione insieme, quasi automatica la gentilezza.

Ho già mangiato, solo un tè, grazie.

Misi su il bollitore e mi sedetti di fronte a lei. Mangiai i miei fiocchi. La signora Graziella osservava con occhio critico la mia scodella.

Solo porridge? Tutta qui la tua colazione?

È con il latte.

Ma dai. Almeno Giulio si è fatto le uova?

Non lo so, è uscito alle sei, dormivo.

Scosse il capo. Un gesto noto, lungo e indiscutibile: questa è la moglie che dorme mentre il marito esce digiuno.

Guardavo fuori dalla finestra, oltre un piccione che zampettava lungo il cornicione, indaffarato a beccare chissà cosa. Aveva la sua vita.

Non sarebbe ora di cambiare le tende? Queste sono ormai grigie, disse Graziella, scrutando la cucina.

A me piacciono così.

Piacciono. E Giulio mi ha detto che anche lui vorrebbe cambiarle.

Giulio non aveva mai detto nulla. Almeno, non a me. Forse a lei sì. Chissà in quale di quei loro discorsi in cui parlavano di me senza me.

Il bollitore fischiò. Preparai il tè, lo servii davanti a lei con lo zucchero e il cucchiaino.

Grazie, accennò, cominciando a mescolare. Avverti Giulio che sono passata?

E’ a pescare, signora Graziella, lì non prende il telefono.

Non prende? E che posto è?

Così ha detto lui

Si strinse le labbra, fissò la busta delle focacce.

Passami almeno un vassoio, così le metto come si deve.

Tirai giù il vassoio. Lo sistemò, una focaccia dopo laltra, grandi, dorate, il profumo dolciastro della verza e dellimpasto mi arrivava addosso. In un altro momento, forse ne avrei presa una. Non ora.

Senti, ricominciò Graziella, allineando le focaccine, ma voi parlate mai, tu e Giulio?

Sì.

Lui mi chiama ogni giorno. Mi aggiorna. Tu invece sei sempre così taciturna.

Di cosa ti aggiorna?

Una pausa, poi raccolse unaltra focaccia.

Un po di tutto. Che è stanco. Che a casa cè tensione.

Poggiai il cucchiaio. Tensione, ripetei, fra me e me.

Dai, si sente. Tra voi cè qualcosa che non va. E io, da madre, lo percepisco.

Mi alzai, portai la ciotola nel lavello. Rimasi qualche istante con lo sguardo nel cortile: un uomo passeggiava col cane, piccolo, color miele, che tirava verso le aiuole; lui lo seguiva tranquillo, le mani in tasca. Pace.

Irene, mi chiamò Graziella.

Sì?

Ci tieni il muso?

La guardai. Quel volto lo conoscevo: non era pentimento, ma lattesa del mio no, figurati, tutto bene perché potesse andare avanti.

No, signora Graziella, non tengo il muso.

Annuì soddisfatta. Prese il tè.

Vedo che ci tieni a Giulio. Io non sono una nemica, vorrei solo il vostro bene.

Lo so.

Avevo quarantotto anni. Giulio cinquantuno. Sua madre settantatré. Sposati da sette anni. Secondo matrimonio per entrambi. Avevo sperato che col tempo, le persone imparassero a parlarsi, a volere e anche a non volere. Non era così. Dipende da chi sei.

Quando finì il tè, si alzò.

Fammi vedere cosa hai in frigo.

Perché?

Già apriva il frigorifero.

Così capisco cosa preparare per la cena. Torna affamato dalla pesca.

Signora Graziella.

Eh?

Esitai. Poi dissi:

Preparo io la cena.

Mi fissò, sorpresa.

Irene, voglio solo aiutare…

Grazie, ma ce la faccio.

Dici sempre così. Ma vedo come mangiate. Giulio è dimagrito.

È lui che sceglie cosa mangiare.

Ma è un uomo, non si cucina da solo.

Non vive da solo.

Ci fermammo a guardarci, il frigo dietro di lei, io accanto al lavello: due metri di linoleum color beige, quello che scegliemmo con Giulio insieme io lo volevo, lui disse sì come sempre. Poi sua madre mi fece notare che il bordo iniziava a sollevarsi: bisognerebbe cambiarlo.

Va bene, concluse lei, come vuoi.

Pensai che se ne sarebbe andata. Mi sentii quasi rilassata. Ma sbagliavo.

Mi fermo qui ad aspettare Giulio.

La tensione rientrò.

Rientra tardi.

Non ho fretta.

Estraeva dalla borsa i ferri e il gomitolo; si mise comoda come chi non ha alcuna intenzione di alzarsi.

La osservavo mentre avviava le maglie, il filo di lana scivolava agile fra le dita. Il suo cappotto era di nuovo sulla sedia, traslocato dal gancio come se avesse già preso casa a casa mia.

Presi la mia tazza e il tè, e mi rifugiai in soggiorno.

Mi accoccolai sul divano, lo sguardo fisso al quadretto appeso: un paesaggio comprato al mercatino qualche anno fa. Un ruscello, il prato e un vecchio salice: pace vera.

Dalla cucina, il suono dei ferri.

Scrissi allamica mia, Tamara: È qui di nuovo. Rispose subito: Ancora senza avvisare?. Ha le chiavi, digitai. Una faccina con gli occhi chiusi, poi: Irene, per quanto ancora? Parlerai mai seriamente con lui?.

Ripensai alle nostre precedenti conversazioni. La prima fu due anni dopo il matrimonio. Allora mi ero accorta che Graziella veniva non per noi, ma solo per Giulio; a volte la trovavo già a casa, che mi aspettava come padrona. Dissi: Avrebbe senso avvisare prima, lui rispose: È mia madre, è abituata così. Dissi: Questa è casa nostra. Lui: Fa nulla, lasciamola venire. E così avanti.

La seconda volta fu quando venne e spostò tutti i miei barattoli delle spezie; Così stanno meglio, spiegò. Rimasi ferma in cucina cinque minuti, cercando di capire cosa mi urtasse tanto. Era solo una mensola. Ma era la MIA mensola. Da quel momento la mia cucina non era più solo mia.

Quando mi pulì casa da cima a fondo, senza che io ci fossi, mi sentii invasa. Entra a sua volontà, entra anche in camera mia. Vede le mie cose. Giulio disse solo: Mamma voleva aiutare, e io non seppi, o forse non volli, spiegare meglio.

La terza volta fu dopo che aveva rimesso tutto il mio mondo sotto sopra, tra una gentilezza e l’altra, col diritto che si prendeva attraverso le chiavi di casa. Era sempre la stessa frase di Giulio: Non capisco che vuoi.

In cucina, lei si era alzata. Sentivo lacqua del lavello, il frigorifero che si apriva, la plastica che frusciava. Tornai in cucina.

Stava tritando la cipolla.

Cosa fa? chiesi.

Preparo il minestrone. A Giulio piace.

Signora Graziella. Avevo chiesto di lasciar stare.

Ma è solo minestrone. Non vedo il problema.

In cucina, decido io cosa cucinare.

Lasciò il coltello. Mi fissò a lungo.

In cucina, ripeté.

Sì.

Eh, va bene Ricominciò a tritare, come se nulla.

Presi il tagliere, la cipolla rimase a metà.

Per favore, basta.

Molto vicine. Vidi le rughe, il modo in cui serrava la bocca, quella punta tagliente negli occhi.

Mi proibisci di cucinare?

Le chiedo solo rispetto.

Rispetto tutte queste parole le impari in televisione.

Mi allontanai alla finestra. Il piccione era sparito. Il cortile vuoto, foglie rosse che si accartocciavano a terra.

Irene, non arrabbiarti. Voglio solo aiutare.

Lo so.

Giulio senza la cucina di casa non sta bene. Tu lavori, sei stanca.

Trovo il tempo.

Allora lasciami aiutare.

Ricomincia a tagliare. Lei sa ascoltare solo ciò che le conviene.

Uscì dalla cucina, chiusi la porta della camera. Presi il libro, ci provai a leggere, ma le parole restavano parole. Allora chiamai Tamara, raccontai la scena del minestrone. In cucina.

Devi parlarci davvero oggi, quando Giulio torna, disse Tamara.

Lho fatto tante volte.

No, hai solo accennato. Devi essere chiara.

Sapevo che aveva ragione. Lo diceva da anni. Era ora.

Rimasi stesa a lungo, sentendo il profumo del minestrone che invadeva ogni cosa della casa e io non lo avevo chiesto. Avevo quarantotto anni, facevo la ragioniera in un piccolo studio ben avviato. Avevo la mia vita, le mie abitudini, le mie idee su come dovesse essere un sabato. Nessuno mi aveva mai chiesto se volessi il minestrone.

Dopo ore, mi alzai, mi sistemai, mi guardai allo specchio: il mio viso, due occhi stanchi, niente di più.

Tornai in cucina: la tavola apparecchiata per tre. Tre piatti, tre cucchiai, pane, focacce.

Mettiti a tavola, disse lei, il minestrone si raffredda.

Più tardi, grazie.

Si rovina.

Lo scalderò.

Mi guardò con unoffesa esibita.

Coshai che non va? Oggi non mi hai guardata in viso. Ho forse fatto qualcosa di male?

Mi fermai accanto al frigorifero con la bottiglia dellacqua.

Signora Graziella, dissi, parliamo chiaramente.

Parliamo.

Lei entra sempre senza avvisare, a qualsiasi ora, perché ha le chiavi. Ogni volta che torno penso: forse è già qui, o magari è stata.

E con questo? Sono di famiglia.

Di famiglia con Giulio. Io sono solo la nuora.

Si raddrizzò.

In famiglia siamo tutti uguali.

In famiglia si chiama prima di venire.

Dovrei chiedere il permesso a mia nuora per vedere mio figlio?

Non è permesso, è educazione.

Vengo da mio figlio, il quale non cè, però!

Ma ci sono io. E avrei piacere di saperlo prima.

Si alzò, fece rumore con la borsa e il cappotto. Le mani tremavano appena. È solo orgoglio.

Va bene, disse piano. Va bene.

Non voglio litigare, signora Graziella.

Ho capito.

Vorrei soltanto rapporti civili.

Rapporti civili cioè devo chiamare prima.

Mi pare il minimo, sì.

Si allacciò il cappotto. Rimase ancora un attimo.

Il minestrone è sulla stufa. Il resto fa come vuoi.

Uscì chiudendo silenziosamente la porta quasi peggio di uno sbattere.

Rimasi sola in cucina. Cera davvero il minestrone, la pentola grande, quella che anche io usavo poco. Nemmeno sapevo che lei sapesse dove trovarla.

Mi sono servita una porzione. Silenziosa, davanti al vetro. Buona, davvero.

Poi misi a posto, coprii le focacce. Scrissi a Tamara: Ho parlato.

E?

Se nè andata ferita.

È un suo diritto. Hai fatto bene.

Cerano ancora ore di silenzio. Giulio sarebbe tornato e avrebbe annusato la cucina, visto le focacce, e sarei dovuta restare calma e raccontare, e lui avrebbe chiamato la mamma subito, e la conversazione sarebbe andata avanti come sempre. Ma perché fai così? Così come? Voleva soltanto aiutare. E così via.

Presi il libro e tornai sul divano. Questa volta riuscivo a leggere. Il silenzio aiutava.

Giulio rientrò verso le sette. Sentii le chiavi, la cassa con le esche sbattuta, direttamente in cucina.

Ah, il minestrone! Tua madre è già passata?

Sì. Metto a scaldare, siediti pure.

Si tolse la giacca, tutto contento. Era il tipo di uomo che celebrava ogni cosa semplice, ma si rabbuiava subito se la piega prendeva la via sbagliata. Lo conoscevo ormai meglio di me stessa.

Gli servii il minestrone, trovò anche le focacce.

Hai assaggiato? Sono buone?

Sì, buone.

Mangiava, parlava di pesca, di Nicola che aveva preso una carpa, del cielo limpido sui laghi lombardi. Io ascoltavo. Aspettavo.

Mamma è andata via offesa? domandò, finendo il piatto.

Un po.

Le hai parlato?

Sì. Giulio, dobbiamo parlare anche noi.

Lasciò il cucchiaio. Il viso cambiò subito: una chiusura.

Di cosa?

Delle chiavi.

Irene

Te lo chiedo: toglile le chiavi. È giusto che ci avverta se vuole venire; semplice, educazione, rispetto per la nostra casa.

È mia madre

Lo so. Ma nella nostra casa le regole dobbiamo deciderle noi. Non entrare a sorpresa, non spostare le mie cose, non cucinare senza il mio consenso.

Dai, ha solo preparato il minestrone Cosa cè di male?

Giulio, ascoltami. Non sento più questa casa come casa mia. Ogni volta penso: chissà cosa ha toccato tua madre. Non va bene. Non dovrebbe essere così.

Si lasciò ricadere sulla sedia.

Stai esagerando.

Chiusi un secondo gli occhi.

Dici sempre così.

Perché esageri sempre. Viene, cucina, ti aiuta

E io? Cosa faccio?

Drammatizzi sempre.

Giulio. Entra senza avvisare, ha le chiavi di casa nostra. Sposta le mie cose. Cucina senza chiedere. Non è un caso. È una prassi.

Quindi vuoi che dica a mia madre di non venire più?

No, di chiamare prima.

È anziana abituata a così.

Ha settantatré anni. Non novanta. Può telefonare.

Quindi vuoi le chiavi indietro.

Te lo chiedo per favore.

Si alzò, prese un bicchiere di acqua guardando giù nel cortile.

Irene, capisci che lei vive sola. Da quando papà è morto, sono io la sua famiglia.

Comprendo.

Le chiavi per lei sono un modo per sentirsi meno sola.

Ci sono altri modi. Telefonare, venire quando invitiamo. Le chiavi di una casa che non è tua, sono solo controllo.

Una casa estranea, dici?

Voglio dire che è nostra, non sua.

È mia, questa casa.

Questa era l’ultima carta, quella che usciva quando non restava altro.

Sì dissi piano.

Non le tolgo le chiavi.

Va bene.

Sembrava stupito.

Va bene?

Sì. Ora so cosa hai deciso.

Irene. Non fare così.

Come?

Fredda così.

Sono solo consapevole.

Di cosa?

Mi alzai, presi la tazza.

Di quello che hai appena scelto.

Non ho scelto niente, non voglio ferire mia madre.

E me?

Nessuno vuole ferirti.

Ti sei mai chiesto cosa si prova a vivere dove può entrare chiunque quando vuole? Non credo.

Lasciai la cucina. Restai in salotto mentre lo sentivo parlare piano al telefono: Mamma, non prendertela Irene è così, lo sai Vieni quando vuoi.

Vieni quando vuoi.

In quella frase cera tutto.

Quando rientrò in soggiorno mi sedetti accanto a lui, senza spostarci.

Hai chiamato tua madre?

Sì, lho rincuorata.

Si è offesa?

Un poco.

Capito.

Mi prese la mano.

So che sei a disagio. Non potresti essere più morbida? Lei è sola, è anziana, si preoccupa.

Giulio, per sei anni sono stata morbida, accogliente, paziente. Ho sempre detto: non importa, vuole solo il nostro bene. Eppure eccoci ancora qui, come sempre.

Ritornò il silenzio. Lui ritrasse la mano.

Non vuoi venire incontro.

Ho perso la voglia di farlo da sola.

E quindi? Vuoi lasciarmi?

Lo disse quasi con leggerezza, come chi spera che io mi spaventi e indietreggi. Non risposi.

Irene? Ho chiesto.

Ho sentito.

E allora?

Non rispondo a una domanda fatta come minaccia.

Non è una minaccia

È lennesimo modo per chiudere qui il discorso.

Si alzò, andò in finestra.

Complichi tutto.

Forse.

Per delle chiavi.

Non sono le chiavi. È tutto il resto. Ma tu non vuoi parlarne.

Ci sto parlando.

No, spieghi solo perché la tua versione deve valere. Non è la stessa cosa.

Non so cosa vuoi da me.

Dopo sette anni.

Presi il portafoglio, le chiavi di casa, una giacca.

Dove vai?

A fare due passi.

Irene

Ho bisogno daria.

Uscì. Sui gradini odorava di sugo e basilico, una cena da qualche altra famiglia. Camminai fino al parco comunale; lì le foglie erano bagnate, le panchine pure. Rimasi in piedi tra gli alberi scuri e silenziosi, spettatori indifferenti.

Scrissi a Tamara: Ha detto a sua madre: vieni quando vuoi.

Mi chiamò subito.

Racconta.

Glielo raccontai breve. Lei ascoltava.

Irene, ora ti dico una cosa forse ti offend1, ma la dico. Tu vivi nella sua casa. E finché sarà così, resterai unospite. Buona, longeva, ma ospite.

Capisco.

No, non capisci. Se capissi, ti saresti già mossa. Giulio non le toglierà mai le chiavi. Per lui le chiavi vuoi dire che casa è sua. Tu, tu sei ospite.

Rimasi zitta.

E ora?

Non lo so.

Calma. Solo pensa. Non fare nulla perché spinta dallorgoglio.

Tornai indietro, ma passai per il vialetto e quasi senza pensarci, entrai in un ferramenta aperto fino a tardi.

Nel piccolo negozio cera odore di grasso, scaffali zeppi, il rumore della radio. Passai davanti agli espositori e mi fissai sui cilindretti delle serrature. Ne presi uno, lo osservai, scelsi quello con tre chiavi, lessi il cartellino del prezzo: 46 euro.

Rimasi lì. Poi lo portai in cassa.

A casa, Giulio era davanti alla TV. Entrai, poggiai il sacchetto in cucina, misi lacqua e lo riposi nellarmadietto.

Entrò anche lui.

Che hai preso?

Roba da nulla.

Annuii. Si versò un tè. Guardava fuori dal vetro.

Irene, ho pensato mentre eri fuori.

E?

Capisco che ti dia fastidio. Ma mamma non cambierà. Si fa solo così. Perché non accetti?

Accettare

Sì. Viene, cucina, cotto e mangiato. Sorrideva appena.

No, Giulio. Io non accetto più.

Il sorriso svanì.

Allora non so che dirti.

Non voglio parole. Voglio vedere fatti.

Cosa vuoi che faccia?

Parla con tua madre, davvero. Non solo calmarla. Spiega che ci sono regole. Che non si entra senza avvisare. Che non si cammina in cucina come se fosse la sua.

Si offenderà

Forse.

È anziana.

Così, anche chi è vecchio fa tutto quel che vuole?

Non è quello

Allora cosa?

Ripose la tazza. Si sedette. Mi guardava.

Irene, se stai tanto male qui, forse non so dovresti riflettere se sia giusto stare qui.

Giusto stare qui?

Se sei così a disagio

Dentro, qualcosa si fermò. Non crollò, non cadde. Restò immobile come ghiaccio.

Mi stai consigliando di andarmene?

Dico solo: pensa.

Ok, dissi. Ci penso.

Andai a letto, lui si addormentò in pochi minuti. Io, no. Rimasi sveglia, a guardare il soffitto. Sapevo dovera la crepa anche al buio.

La mattina Giulio uscì presto per la casa in campagna con Nicola. Disse: Torno per cena. Annuii. Uscì.

Sorseggiai il caffè, svuotai la tazza e presi il sacchetto della ferramenta. Lo posai lì, davanti a me. Rimasi a guardarlo.

Poi presi il telefono e scrissi al vicino del piano di sotto. Eravamo amici. Vittorio Esposito sapeva aggiustare tutto.

Sig. Vittorio, potrebbe cambiarmi oggi il cilindro del portone? Il materiale ce lho già.

Rispose subito: Dopo mezzogiorno, ok? Chiama tu quando sei pronta.

Fece veloce, sistemò ogni cosa, consegnandomi i tre nuovi mazzi.

Prova pure.

Feci girare la chiave. Serratura perfetta.

Serve altro?

No, grazie mille.

Pagai, lo accompagnai fuori. Restai in corridoio, i nuovi mazzi in mano.

Chiamai Tamara.

Ho cambiato la serratura.

Silenzio.

Lui lo sa?

No.

Quando torna?

Stasera.

Irene, ora è un passo diverso. Non si parla solo di chiavi.

Lo so.

Sei sicura di voler questo?

Voglio che si entri in casa mia solo se lo desidero.

Ma è casa sua.

Lo so. Ecco perché ora penso al prossimo passo.

Divorziare.

Sì.

Mi diede il numero di un avvocato.

Irene non hai paura?

No, strano, non ho paura.

Significa che dentro di te lavevi già fatto da un pezzo.

Forse sì. Restai lì, nel mio ingresso, stringendo tre nuove chiavi.

Giulio tornò verso le sei. Sentii i suoi passi sulle scale, provava con il mazzo.

Una volta. Due. Ancora.

Poi il campanello.

Non corsi subito. Feci passare un secondo.

Irene, la serratura non va.

Lo so, lho cambiata.

Silenzio.

Coshai detto?

Lho cambiata, Giulio.

Apri.

Aprii. Entrò guardandomi come se non mi riconoscesse.

Hai cambiato la serratura.

Sì.

In casa mia.

Sì.

Perché?

Lo feci passare. Lasciò la roba, si sedette pesante.

Irene, vuoi spiegare?

Ho cambiato la serratura, perché non voglio più che chiunque entri senza il mio permesso.

È casa mia.

Sì. Lo hai detto anche ieri.

Irene Ci rendiamo conto? Parliamo di diritto civile!

Puoi chiamare tutti gli avvocati che vuoi.

Mia madre non può entrare.

Esatto.

Si sedette. Era smarrito.

Tu fai sul serio.

Sì.

Vuoi il divorzio.

Questa volta era diverso. Era vera paura.

Sì.

Solo per delle chiavi

Non solo per le chiavi. Per tutto quello dietro. Per sette anni di conversazioni. Per la tua scelta, ogni volta.

Mi guardò a lungo.

Non stai scherzando.

No.

Irene parliamone, davvero. Non puoi

Abbiamo già parlato. Per sette anni.

Non si fa così.

Io non ho fatto nulla di improvviso. Tu semplicemente non volevi vedere.

Si passò le mani sul viso.

Adesso?

Parlo con un avvocato. Prendo le mie cose e mi organizzo.

Tu avevi già pensato a tutto?

Da un po.

Stette zitto. Avrebbe voluto parlare di sua madre, ma si fermò. Chiamala tu. E andai di là.

Nella penombra della stanza, preparai una borsa, poche cose. Sentivo la sua voce bassa allaltro capo del telefono.

Fuori, la sera dottobre. Macchine che scorrevano in Piazza Risorgimento, ragazzini che ridevano, una porta che sbatteva lì vicino. E io in mano, tre chiavi nuove.

Una era solo mia, per la prima volta dopo sette anni.

Vibra il cellulare. Tamara: Come va?.

Risposi: Silenzio.

Bene. Il silenzio è linizio.

Forse. Domani ci sarebbe stato molto da fare. Lavvocato. Gli annunci per un affitto a Milano. La burocrazia. Ma ora, solo silenzio.

Sulla mensolina dellingresso, le nuove chiavi. Accanto, quella vecchia, orfana.

Giulio comparve sulla soglia.

Irene, sicura?

Lo guardai in faccia: la sua stanchezza, le mani in tasca, quella bontà che, però, non bastava più.

Sì. Sicura.

Annuì. Lentamente.

Va bene, sussurrò. Va bene.

Quei due va bene rimasero sospesi tra noi, tra il nuovo cilindro e le tre chiavi, e non sapevo nemmeno io che significato avessero: conclusione, fatica o qualcosaltro che non sapevo ancora nominare.

Presi la borsa.

Stanotte dormo da Tamara.

Va bene.

La nuova serratura scattò senza sforzo.

Irene, chiamò mentre scendevo.

Sì?

Mi chiamerai?

Lo fissai a lungo.

Sì, risposi. Ti chiamerò.

E mi incamminai lenta, un passo dopo laltro, giù per le scale.

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