Per 35 anni ho lavorato come presidente della Commissione INPS per l’invalidità, revocando con fermezza le pensioni a chi poteva ancora lavorare. Sono fiera di aver tutelato i soldi dello Stato italiano

Per trentacinque anni sono stata presidente della Commissione Medica di Verifica a Firenze, e con pugno di ferro negavo linvalidità a chiunque mi sembrasse ancora capace di lavorare. Mi vantavo di saper proteggere i soldi dello Stato italiano. Eppure, quando mio marito fu colpito da un ictus e le mie colleghe con un sorriso formale gli rifiutarono i pannoloni dicendo ma riesce ancora a muovere una mano!, capii allimprovviso di essere stata per tutta la vita il mastino fedele di un sistema che disprezza la vecchiaia e la fragilità.

In Italia, linvalidità non si concede: la si deve strappare con le unghie e con i denti, dimostrando di essere praticamente un relitto umano. Io ero il muro duro contro cui questi denti si spezzavano.

Mi chiamo Donatella Ferri. Ho sessantotto anni. Fino allanno scorso sono stata presidente della Commissione Medica di un grande ospedale di provincia. Nel mio ufficio sono passate migliaia di persone: amputati, ciechi, malati oncologici, diabetici.

Avevo la reputazione di donna di ferro. Riconoscevo al volo le menzogne, smascheravo i simulatori. Vedevo dentro a chi cercava la pensione dinvalidità solo per ottenere uno sconto sullIMU o una piccola maggiorazione sulla pensione.

La mia vera missione, mai dichiarata ma sempre presente, era semplicissima: risparmiare soldi al sistema sanitario nazionale. Meno invalidi riconosciuti, più premi alle alte sfere della commissione.

Toglievo il riconoscimento persino a quelli senza alcune dita:
Ha laltra mano, può fare la portinaia, rispondere al telefono, lavorare. Lo Stato non è obbligato a mantenerla. Passiamo da seconda categoria a terza, può lavorare. Avanti il prossimo!

Negavo alle mamme dei bambini con paralisi cerebrale laccesso a costose carrozzine straniere, prescrivendo invece le economiche versioni italiane che lasciavano i piccoli urlare dal dolore.
Sono i nostri standard. Bisogna resistere, dicevo decisa.

Dormivo serena la notte. Mi vedevo come la sentinella dello Stato, il muro tra il sistema e gli approfittatori. Vivevo bene: stipendio alto, rispetto dei superiori, auto di servizio, una bella casa.

Poi il destino ha bussato forte alla mia porta.

Un colpo secco.

Mio marito, Giancarlo, aveva sessantanove anni, era sempre stato un uomo solido e spiritoso, ingegnere in fabbrica per tutta la vita. Progettavamo la pensione, una casetta in campagna tra gli ulivi e i nipotini che scorrazzano.

Tutto si è spezzato in un istante, una mattina assolata di luglio nella nostra villetta a Chianti. Un ictus massivo.

Quando sono corsa in rianimazione, il medico abbassò lo sguardo.
Donatella, sei una collega, capisci da sola… Paralisi completa del lato destro, deglutizione compromessa, niente parola. Sopravvivrà, ma sarà completamente dipendente.

Dopo un mese ho riportato Giancarlo a casa. Da uomo fiero si era trasformato in un bambino inerme, chiuso in un corpo adulto. Semiparalizzato a letto, fissava il soffitto con un solo occhio, la bavetta che gli colava dalle labbra.

Quel girone infernale che ogni donna, assistendo un marito allettato, conosce: girarlo ogni due ore, cambiargli il pannolone, nutrirlo con la siringa usando brodini frullati. In due mesi ho perso dieci chili, la schiena a pezzi, tre ore di sonno come lusso estremo.

I soldi non bastavano mai. La pensione di Giancarlo volava per la badante quando dovevo lavorare e per farmaci. Avevamo disperatamente bisogno della prima categoria dinvalidità, della Carta Italiana di Assistenza (la ICPA) che garantiva materasso antidecubito, letto ospedaliero e quei preziosi pannoloni gratuiti.

Raccolsi i documenti e tornai in commissione. La mia stessa commissione. Unaltra porta, la stessa stanza.

Questa volta io ero dallaltra parte del tavolo.

A presiedere la commissione cera Gabriella, la mia ex vice, donna che io stessa avevo forgiato nella severità.

Accompagnai Giancarlo con una sgangherata carrozzina presa in prestito. Gabriella sollevò appena lo sguardo dagli occhiali. Nessuna pietà. Solo quello sguardo algido, la freddezza di chi valuta il prezzo di una busta paga.

Chiese a Giancarlo di alzare la mano sinistra. Con una fatica tremenda, tremando, la sollevò.

Vedi, Donatella, esclamò Gabriella, energica , cè progresso. La parte sinistra funziona. I riflessi ci sono.
Gabi, si sporca addosso! Non parla! Che progresso vedi? Abbiamo bisogno della prima categoria, di un materasso, cominciano le piaghe!
Gabriella sospirò, accennando un sorrisetto condiscendente. Proprio come facevo io.
Donatella, tu conosci il regolamento: la prima categoria solo in caso di assoluta e totale inabilità. Ma Giancarlo riesce a portarsi la mano alla bocca con la sinistra. Quindi ha ancora parziale autosufficienza. Ti possiamo riconoscere solo la seconda categoria.

E i pannoloni? balbettai supplice. Ne servono cinque al giorno! Con la nostra pensione non ce la facciamo!
Il regolamento Ministero della Salute ne prevede tre al giorno nella seconda categoria. E il materasso per ora non spetta. Bastava girarlo più spesso. Lo sai, il budget è limitato. Sei stata tu a insegnarmelo. Il prossimo!

Il boomerang.

Trascinai Giancarlo fuori in corridoio.

Nel corridoio stavano decine di persone. Vecchietti col bastone. Donne senza capelli dopo la chemio. Mamme con figli in carrozzina. Stavano in quellandrone angusto per ore, stringendo fogli, sperando di convincere queste donne in camice bianco che sentivano dolore. Che volevano vivere.

In quel momento i loro volti mi furono familiari. Vidi la faccia di ciascuno.

Ricordai lanziano reduce dallAfghanistan a cui negai la protesi tedesca: lei è anziano, la protesi italiana le basta per girare in casa, e lo vidi piangere sulla mia scrivania.

Ricordai la donna con cancro al seno in stadio avanzato a cui assegnai la categoria lavorativa: può cucire a casa, il tumore oggi si cura. Era morta dopo due mesi.

Capivo allimprovviso che non avevo protetto il bilancio dello Stato. Avevo tolto dignità ai vecchi, ero solo un ingranaggio sadico di una macchina che fa sentire i malati colpevoli di esserlo.

E ora quella stessa macchina mi triturava.

Mi accovacciai accanto alla carrozzina di Giancarlo. Lui, che era stato la mia forza e il mio sole, ora sedeva lì, bavetta sul mento, incapace di parlare. Però il suo unico occhio vivo mi guardava. E in quellocchio brillò una lacrima solitaria, amara. Capiva tutto. Capiva che era stato gettato via. Che quarantanni di tasse e lavoro non valevano neppure un pannolone extra.

Perdonami, Giancarlo, singhiozzai , perdonami tu, perdonatemi tutti. Dio, perdonami tu.

Il pentimento.

Il giorno dopo consegnai la lettera di dimissioni. Rifiutai la pensione privilegiata e me ne andai, sbattendo la porta.

Misi in vendita la nostra macchina per comprare a Giancarlo un letto medico e un materasso tedesco. I pannoloni? Li pago io.

Ma feci ancora di più.

Oggi lavoro gratis. Sono diventata avvocato dei disabili.

Ogni giorno accompagno vecchietti malati in quelle maledette commissioni. Conosco ogni cavillo, ogni trucco e ogni direttiva ministeriale che nascondono alla gente.

Quando una nuova donna di ferro prova a negare il pannolone a una nonna colpita da ictus, metto sul tavolo gli articoli di legge e minaccio di denunciare tutto alla Procura. Ottengo carrozzine, medicine, soggiorni in centro di riabilitazione. Combatto la macchina col suo stesso veleno.

Giancarlo non si è mai più alzato. I medici dicono che gli resta poco.

Ma ogni volta che riesco a strappare la prima categoria per un vecchietto paralizzato, torno a casa, mi siedo accanto al suo letto, prendo la sua mano ormai morbida, calda e abbandonata, e gli dico:
Oggi ne abbiamo salvato un altro, Giancarlo.
E a me sembra che lui sorrida, anche solo per un istante.

Viviamo in un mondo crudele, dove la vecchiaia e la debolezza sono colpe. Ma prima o poi quella campana suonerà anche per noi. Nessuna poltrona, nessuna relazione ti salverà da un ictus o dal cancro.

Se oggi neghi compassione a chi è fragile, domani non sorprenderti quando la macchina indifferente passerà sopra anche a te.

E tu? Hai mai dovuto affrontare la ferocia e la burocrazia per ottenere linvalidità per te o per chi ami? Perché pensi che chi riceve anche una briciola di potere perda subito lumanità, oppure è il sistema stesso a plasmarli così?

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