Non vi va bene? Allora potete anche uscire di casa, sussurrò Giulia agli ospiti indesiderati, la voce che nella notte si snodava sottile come il fumo di una moka lasciato troppo a lungo sul fuoco.
Per trentanni Giulia era vissuta quasi in silenzio. Se il marito parlava, lei assentiva. Quando arrivava la suocera, lei preparava il caffè e metteva in tavola qualche biscotto. Se la cognata si presentava improvvisamente con le valigie, Giulia la sistemava nella stanza in fondo al corridoio e quella diceva sempre: Solo per qualche giorno, ma poi restava per tre mesi almeno.
Cosaltro poteva fare? Alzare la voce? Sarebbe stata una cattiva moglie. Dire di no? Tutti lavrebbero additata come insensibile. Si abituò a sopportare. E imparò con gli anni quellarte triste: non accorgersi che la propria esistenza veniva svuotata giorno dopo giorno, fino a diventare il semplice soddisfacimento dei desideri altrui.
Il marito, Antonio Petroni, era un uomo terra terra. Faceva il capocantiere, amava i pranzi in compagnia, i brindisi lunghi, le imprecazioni colorite contro il direttore. Chiamava Giulia la mia reginetta e non capiva proprio perché lei, certe notti, singhiozzasse chiusa in bagno. Se sei stanca, riposati. Se la famiglia viene ospite, preparagli da mangiare. Che ci vuole?
Quando lui morì, Giulia rimase sola nel trilocale di Porta Garibaldi. Il funerale si svolse in piena regola: tavola lunga, vino, discorsi su quanto Antonio fosse un bravuomo. I parenti si strinsero attorno, versarono due lacrime, poi ciascuno tornò a casa propria. Giulia pensò: Ecco, finalmente potrò respirare.
Ma non fu così.
Una settimana dopo, arrivò la telefonata della cognata, Valentina:
Giulia, domani passo da te. Porto della spesa.
Non mi serve nulla, Vale.
Ma dai, non fare così! Non vengo mai a mani vuote.
Prese il tram e si presentò con due buste di pasta e una richiesta: ospitare il nipote Carlo, che doveva entrare allUniversità di Milano. Giulia tentò una gentile obiezione:
Ma avrà un posto in studentato, no?
Sì, ma non subito! E fino ad allora? Vuoi che dorma in stazione?
Giulia cedette. Carlo si insediò nella stanza in fondo. Viveva in disordine: calzini in corridoio, piatti nel lavello, musica alta la notte. Studiare, alla fine, non studiò mai. Ma trovò lavoro come rider e trasformò la casa di Giulia in magazzino.
Carlo, magari potresti trovarti unaltra sistemazione? provò a dire Giulia dopo un mese.
Zia Giù, dove vado? Con quello che guadagno, non posso pagarmi laffitto!
Due settimane e si presentò anche Lucia, la figlia di Antonio dal primo matrimonio, portando con sé un rancore trentennale e un mare di lamentele.
Papà ha lasciato a te la casa e io? Io sono pur sempre sua figlia!
Giulia balbettava. Era tutto in regola: lappartamento era intestato ad Antonio, ora toccava a lei per successione. Ma Lucia la guardava come se Giulia fosse una ladra.
Capisci quanto è difficile per me? insisteva Lucia. Sono sola con mia figlia, e il mio stipendio se ne va tutto in affitto!
Provava a spiegare che quella era tutta la sua vita, che non aveva altri soldi, che nemmeno lei sapeva come continuare. Ma Lucia non ascoltava. Era lì per la giustizia, non per capirla.
E iniziò la processione.
Ogni settimana, qualcuno si presentava: chi la suocera con un consiglio non richiesto (Vendi e prenditi un bilocale, il resto dividilo), chi la cognata con un nuovo nipote, chi Lucia con altre pretese.
Ogni volta, Giulia preparava il tavolo, i piatti, la moka. E teneva a bada le recriminazioni.
Poi la discussione divenne aperta. Senza veli.
Giulia, cosa te ne fai di tre camere da sola? sorseggiando caffè, disse la cognata. Vendila, comprati una garsoniera. Il resto? Dallo ai ragazzi.
Quali ragazzi? domandò Giulia.
Ma a Lucia, a Carlo. Guarda come faticano.
Guardò il viso dei parenti la cognata con il viso tirato, Lucia con le mani eleganti, la suocera che scrutava lo zuccheriera. E comprese in un lampo: non erano lì per il conforto. Erano arrivati per spartirsi la torta.
Non vi sta bene qualcosa? disse con un filo di voce. Allora fuori di casa.
Crollò il silenzio nella stanza.
Come sarebbe? sussurrò la cognata, incredula.
Ho detto: fuori!
La guardarono come se fosse diventata improvvisamente straniera. O, magari, come se avesse bestemmiato in chiesa.
Ma siamo famiglia! urlò la cognata.
Famiglia? Giulia rispose a bassa voce. Quella che si vedeva solo per mangiare o guardare la tv?
Mamma, hai sentito cosa ha appena detto? si rivolse la cognata alla suocera. Te lavevo detto che questa si crede chissà chi!
La suocera tacque. Come sempre. Guardava e sospirava, e bastava per far sentire Giulia in difetto.
Signora Petroni, le parlò Giulia, per trentanni mi ha insegnato la sottomissione: comè giusto fare contento il marito, come si mette a tavola la minestra. E quando piangevo? Mi diceva: Pazienza, tutte le donne sopportano. Si ricorda?
La suocera strinse le labbra.
Ho ascoltato. E ora basta. La pazienza è finita. Come il burro nel panetto. Finito.
La cognata afferrò la borsa:
Lo dirò a Carlo! Deve sapere che donna sei!
Diteglielo. Purché ve lo portiate via. Domani. O metto la sua roba sulle scale.
Se ne andarono sbattendo la porta, tanto che tremò il lampadario. Giulia rimase in piedi in cucina, le mani che tremavano e il cuore impazzito. Si versò dellacqua dal rubinetto e la bevve tutta in un sorso.
E pensò: Dio mio, cosa ho fatto?
Poi: Ma, in fondo, era solo buttare fuori degli estranei.
La notte passò agitata. Girava e rigirava nel letto, fissando il soffitto, i pensieri che rimbalzavano come le maglie di una lavatrice di ventanni fa: sempre lo stesso ciclo, sempre la stessa schiuma. Avevano davvero ragione loro? Era una persona orribile? Forse doveva sopportare?
Ma al mattino venne la chiarezza, limpida come il cielo dinverno sopra il Po: si può pazientare solo per un po. Lei aveva resistito trentanni. Quello non era pazientare. Era arrendersi.
Carlo lasciò casa dopo due giorni. Valentina venne a prenderlo, serissima, senza mai guardare Giulia negli occhi. Il nipote biascicava contro la vecchia maleducata. Giulia restava muta nel corridoio. Un tempo avrebbe pianto, cercando di scusarsi, di convincere. Ora taceva.
Passò una settimana e telefonò Lucia:
Abbiamo pensato io e mamma iniziò cauta.
Quale mamma? tagliò Giulia. Tua madre non cè più dal 92. La signora Petroni è mia suocera, ex.
Un silenzio gelido. Lucia non se laspettava.
Ok, fa niente insomma, basta litigare. Sai che papà ti voleva bene.
Sì, ognuno a modo suo. Ma la casa è intestata legalmente a me. Non devo nulla a nessuno.
Però, per equità
Equità? rise Giulia. Lucia, lunica equità sarebbe stata ricevere un augurio di compleanno in questi anni. O una chiamata dove non si chiedessero soldi. Quella sarebbe stata giustizia.
Sei diventata dura, sentenziò Lucia. Lisolamento ti fa male.
No. Sto solo smettendo di fingere.
Le settimane scorrevano come pasta che non si cuoce mai. Giulia andava in ospedale lavorava come ausiliaria e poi tornava a casa. Cenava sola. Ogni tanto la signora Clotilde, la vicina, suonava con una torta:
Giulia cara, come stai? Non sei triste?
No, sto bene.
E i parenti non si fanno più vedere?
È finita.
Hai fatto bene, disse la signora Clotilde, a sorpresa. Li ho sempre guardati e mi chiedevo: quando prenderai coscienza? Brava.
Giulia le sorrise. Per la prima volta, in modo vero.
Il terrore non era per i parenti offesi. Ma nella quiete. Nel capire che, la sera, non cera nessuno a dire ciao, nessuno per cui mettere su il caffè. Scoprì che non aveva mai vissuto per sé.
E ora? Ora doveva imparare. E faceva più paura di tutte le discussioni messe insieme.
Un mese dopo, Valentina ricomparve. Stavolta con Carlo, la suocera e Lucia, tutti insieme come una processione.
Giulia aprì la porta e si ritrovò davanti il corteo. Valentina davanti, il resto dietro.
Allora, Giulia, ti sei decisa?
A cosa?
La casa. Hai deciso di venderla?
Giulia guardò i volti, uno a uno. Erano tornati convinti che lavrebbero piegata dopo un mese di solitudine. Che li avrebbe richiamati, supplicandoli di rientrare.
Accomodatevi, già che siete qui.
Si sedettero tutti attorno al tavolo. La suocera aprì il frigo, Lucia si perse nel cellulare, Valentina si sistemò di fronte a Giulia, mani ben piantate sul legno.
Lo sai da sola che questa casa è troppo grande per te. Tre camere, il riscaldamento, troppe spese.
Io sto bene qui, rispose semplice Giulia.
Ma sei sola! fece eco Lucia, interrompendo la chat su WhatsApp. Guarda qua: vendi la casa, prendi un monolocale, restano centomila euro. A me cinquantamila, sono con mia figlia; a Carlo trentamila per luniversità; a te il resto per la vecchiaia.
Giulia guardava Lucia. Lespressione sicura, le unghie curate, la borsa costosa.
E io dovrei andare a vivere fuori Milano perché voi abbiate i vostri soldi?
È giusto! si indignò Lucia. Papà ha speso la vita su questa casa!
No, rispose sottovoce Giulia. Glielha assegnata lo stato, nell84. Gli arredi li ho messi io, coi miei stipendi.
Giulia, non fare storie, scattò Valentina. Siamo una famiglia!
E in Giulia, improvvisamente, si spezzò qualcosa. Click, come un interruttore: buio.
Famiglia? bisbigliò. E dovera questa famiglia quando mi hanno operato? Chi è venuto in ospedale? Vale, tu ceri?
Valentina si contorse sulla sedia:
Avevo i miei impegni.
E lei, signora Petroni? Almeno una chiamata?
La suocera fissava il cortile.
Tu, Lucia? Sapevi almeno che ero in ospedale?
Nessuno mi ha detto niente, borbottò Lucia.
Nessuno, già. Perché non vi importava nulla. Né allora, né ora. Siete venuti solo per la casa.
Giulia, ma sei fuori? provò Valentina.
No. Sono solo stanca. Finito. Basta pazienza.
Si alzò. Aprì la porta.
Via. Subito. E non tornate più.
Sei impazzita?! gracchiò Lucia. Non sei una di noi! Sei unestranea!
Sì, annuì Giulia. E per fortuna.
Valentina si alzò infuriata:
Se Antonio lo sapesse!
Se lo sapesse rispose Giulia, mi obbligherebbe a cedere. Come ha sempre fatto. Adesso decido io.
Te ne pentirai! soffiò Lucia. Quando sarai vecchia, tornerai da noi strisciando!
Giulia abbozzò un sorriso mesto.
Lucia, ho quasi sessantanni. Per trentanni ho creduto che sottomettendomi sarei stata amata. Che, se fossi stata accomodante, mi avrebbero rispettata. Ma è il contrario. Più davo, più pretendevate. Mai più. Non tornerò indietro. Mai.
Uscirono senza dire altro. Valentina con la faccia paonazza, la suocera con la bocca chiusa, Lucia che sbatté la porta.
Giulia rimase lì, tremando. In cucina si mise seduta e pianse, una lacrima salata che sapeva di liberazione.
Poi, una settimana dopo, la chiamò la signora Clotilde:
Giulia cara, ho sentito che hai chiuso con tutti.
Non ho litigato. Ho solo detto la verità.
Hai fatto bene. Senti, ho una nipote, Caterina. Trentanni, ha lasciato il marito, vive sola e non trova pace. Ti va di conoscerla? È una ragazza doro, laboriosa.
Si conobbero. Caterina era timida, gentile. Lavorava come ragioniera e affittava una stanza in una casa per studenti. Veniva a prendere il tè, chiacchieravano ore.
Ti va di trasferirti da me? propose Giulia un giorno. Cè una stanza vuota. Basta che mi aiuti con le spese.
Caterina accettò. Mai era stato così semplice convivere con qualcuno. Nessuna invadenza, nessuna critica, nessuna lezione.
Giulia si iscrisse in biblioteca quella di quartiere dove aveva fatto la volontaria giovane. Ora entrava da lettrice. Prendeva libri che non aveva mai potuto leggere.
Ogni tanto pensava ai parenti lontani. Chissà come stavano? Valentina e Carlo, Lucia e la figlia, la suocera?
Ma non le veniva di chiamarli. Mai.
Sei mesi dopo, la signora Clotilde la aggiornò:
Hai sentito? Tua cognata si è trasferita dal figlio, in un alloggio minuscolo. Dice che in paese si annoiava.
Meglio così, rispose Giulia.
E Lucia? Ha sposato un imprenditore, ora sta bene.
Sono contenta per lei.
La signora Clotilde la osservò curiosa:
Non sei invidiosa?
Di che cosa?
Di come se la cavano senza di te.
Giulia sorrise:
Clotilde, se la sono sempre cavata senza di me. Solo che io non lo capivo.
La sera, Giulia restava in silenzio accanto alla finestra. Le luci della città tremolavano oltre il vetro, la gente camminava svelta come in sogno. Caterina, in cucina, preparava la cena, canticchiando una vecchia canzone di Mina.
E Giulia capì: ecco cosè la felicità. Non il consenso dei parenti. Ma scoprire che puoi dire no e il mondo non finisce.
E voi? Avete mai dovuto respingere parenti troppo invadenti?




