La Piccolina

Micetta

Ti dico, lui la chiamò Micetta già dalla prima volta che si sedette accanto a lei, crollando sulla poltrona rossa di velluto, consunta da chissà quante braccia e gambe, identica a quella sotto di lei, Laura.

Per un minuto si guardò intorno, poi posò gli occhi sulla sua vicina.

Allora, micetta, ti annoi? sospirò lui, provando a mettere una gamba sullaltra, ma il corridoio stretto della sala da concerti non glielo permise, la punta della scarpa sbatté sulla schiena della poltrona davanti, la caviglia si piegò tutta storta, Michele fece una smorfia.

Laura fece finta di niente, continuando a fissare la scena davanti a sé, anche se non stava succedendo nulla di interessante. Soliti tavoli poggiati uno a fianco allaltro, una specie di podio, gente che andava e veniva sistemando microfoni e proiettorile solite cose di ogni convegno. E quel caldo opprimente.

Lei non ce la faceva proprio a stare in posti sgualciti dalla folla, gomito a gomito, senza possibilità di fuga.

Eh già… trascinò Michele, grattandosi il mento: Siamo messi bene! Dai, micetta, qui non sentiamo niente di nuovo, te lo giuro! Ho letto tutti i report, fa parte del mestiere. Un vero nulla di fatto, credimi.

Laura si voltò, gli lanciò uno sguardo decisamente severo.

Vestito bene, niente da diregiacca, cravatta, scarpe lucide. Ma sembrava fuori posto, come se avessero incollato il ragazzo sbagliato nel costume sbagliato. Un birbante, uno che ne spara tante, sempre con quella faccia da una che ne sa una più del diavolo, i capelli spettinati come un riccio e quelle due rosette sulla testa, dove i capelli gli si attorcigliavano come pigne, morbidi e delicati.

Michele, fece lui, allungandole la sua grossa mano prima che Laura potesse rispondere. Dai, usciamo? Sei magrolina, mi sa che non mangi mai, eh. Ti offro un pranzo. Va che si fa proprio così: ce ne andiamo!

Avevano appena abbassato le luci e sul palco erano entrati tutti i capi e gli impiegati modello, con la sala che scoppiava di applausi e lui che, senza un briciolo di imbarazzo, trascinava la sua micetta fuori, calpestando piedi e scusandosi, cercando di infilare la cravatta dentro la giacca che non voleva proprio saperne di stare a posto, come a sberleffo.

Ma insomma, che fate?! Mi lasci, mi sente?! Laura tentava di sfilare il braccio dalla sua stretta, ma lui non la mollava. Così, passo veloce, via verso luscita.

Sbucarono nella hall proprio mentre gli applausi raggiungevano il clou e qualcuno stava già battendo il microfono chiedendo silenzio.

Lasciami! Devo tornare a prendere appunti, ho un incarico! protestò Laura, stringendo il taccuino al petto, facendosi sfuggire la penna che Michele afferrò prima di lei.

Ma dai, molla quella carta, Micetta! Te li mando io tutti i report, ci pensi dopo. Ora si mangia un boccone. Ma prima beviamo un po dacqua, hai una faccia… sbiancatissima, ti batte il polsosenti qui. Le toccò il polso, scosse la testa. Mangi, respiri niente convegni.

Ed era vero, Laura non si sentiva per niente bene. Il cuore le accarezzava le tempie a colpi fitti.

Mai nessuno si era preso cura di lei così, mai era stata la fragile della situazione. Solitamente era lei a occuparsi degli altrimadre, marito, figlia. E le sembrava giusto, non ci pensava. Anche se, ogni tanto, avrebbe voluto abbandonarsi tra le braccia di qualcuno, ridere, bere vino senza pensieri come nelle commedie romantiche, ma non cera mai stata occasione.

Michele, invece, glielaveva data quelloccasione.

Così si trovò, senza neanche rendersene conto, seduta a un tavolino nel ristorantino dallaltra parte della strada, dove un cameriere portava due bicchieri di spremuta darancia fresca, colore di sole vero, talmente brillante che abbagliava.

Su, bevi. E prendi dellacqua. Allora, che mangiamo… domandò Michele.

Sicuramente, doveva piacergli tanto. Laura era piuttosto graziosa, snella, niente di troppo, poteva anche far colpo sugli uomini, se non fosse stato per quella perenne stanchezza stampata sul viso. Un viso da donna che ha passato la vita a combattere, senza gioia, senza amorecome potrebbe mai sembrare una rosa di maggio così?

Eppure a Michele piaceva proprio questa Laura stanca, la sua micetta.

Non mi serve altro, mi riprendo e poi torno in sala, sto già meglio! balbettò Laura.

Ma figurati! fece Michele. Prima un branzino con verdure, uninsalatina e… Micetta, che bevi?

Alzò gli occhi dal menù, bello, fresco, ancora spettinato, profumo di sigaretta e colonia, tutto muscoli e energia, guardò Laura. Lei arrossì e si aggrottò.

Stava impazzendo, doveva essere. Un estraneo laveva portata via a pranzo, la nutriva, la chiamava Micetta, le sistemava pure una ciocca sulla fronte, come uno sfacciato. E lei si scioglieva, si trasformava.

Dove Michele le aveva sfiorato la pelle, bruciava, e le corse un brivido lungo la schiena.

Bevvero vino bianco, Michele le raccontò di quando da ragazzo faceva il muratore nelle estati, poi era andato su al nord, a Milano, un paio danni su e giù da vari cantieri, e poi

E poi, Micetta, con il mio socio, Luca, ci siamo messi in proprio. Niente di che, costruivamo villette, messi su una squadra, via così. Tutti vogliono stare bene, al caldo, comodi. E noi sappiamo come si fa. Dai, mangia, su! ogni tanto faceva segno al piatto di Laura. Brindiamo a te, Micetta! Ti giuro, quando ti ho vista, ho pensato: Questa ragazza va nutrita! Prendiamo qualcosaltro?

Lei scosse il capo. Laura era proprio cotta. Dal vino, dal cibo, e dal fatto che per la prima volta, dopo una vita, qualcuno laveva vista come una ragazza da coccolare.

A casa era tutta unaltra storia. Da piccola, cresciuta solo con la madre. Maria sempre via per lavoro, a colazione Laura era già da sola, la sera mamma rientrava tardi, Laura le scaldava la cena, poi lavava le stoviglie, intanto la madre era già in doccia, poi a letto, sempre tardi.

A Capodanno, Maria arrivava per le undici. Lavorava in un supermercato, e le ultime ore portavano sempre soldi buoni.

Maria entrava stanca, pallida. Laura le preparava il vestito, aiutava con una bella acconciatura e scendevano tra gli ospiti.

Casa sempre pienavicini, amiche, qualche lontana parente sbucata dal nulla. Tutti a tavola, chiacchiere, risate, Laura che controllava che la madre non si addormentasse dopo il primo bicchierino.

Maria solo grappa, lo spumante era roba per bambini, diceva. Grappa, la compagna del cuore.

Ma alla prima, il fisico mollavaMaria si appisolava a tavola. Laura la spronava col gomito, lei si risvegliava, brontolava per un altro bicchierino, brindava, rideva, ma di un riso amaro, affaticato. Come poteva Laura permettersi di essere fragile? Impossibile.

Laura si sposò presto. Antonio era più grande quasi di dieci anni, sempre posato, educato, un uomo serio, ma distante. Sembrava che Laura fosse solo inserita nel suo sistema, parte degli ingranaggi, perfetta per mandare avanti casa.

A Laura, forse, andava anche bene così. La passione, la romanticità appartenevano ai primi tempipoi il cuore si raffredda. Limportante era essere finalmente in una casa tutta sua, lontana da una madre consumata e da una finestra che dava sul cortile puzzolente. Ora cera lappartamento di Antonio, una cucina grande, bagno con vasca, balcone, due stanze, una splendida libreria, un marito. Tutti la invidiavano, pensa te!

E la chiamavano sempre Laura, al massimo Laura Mariamai Micetta.

Antonio, la mamma, le amichesempre solo Laura.

E adesso, allimprovviso, Micetta. E vini, e sfizi E qualcuno che davvero vuole sapere cosa pensa, cosa desidera la sua Micetta.

Antonio queste cose non le capiva. Certo, le questioni domestiche le discutevano, ma più che altro lui comunicava la sua decisione, era uno che voleva finestre spalancate tutto lanno, chiuderle neanche a parlarne.

Michele, invece, appena entrati al ristorante aveva chiesto di essere messi in un angolino senza spifferi. Così, solo, per proteggerla.

Curioso

Le domandava cose, lei rispondeva timida. Sì, era sposata. Sì, aveva una figlia. Come si chiama? Paola. La sua Paola studiava lingue alluniversità, Laura le aveva trovato una bravissima insegnante privata, e infatti la figlia era quasi pronta per lErasmus.

Paola, con Antonio, non era attesa, non era un dono sperato. Lavevano fatta, come si dice qui, perché era arrivato il momento. Ma la gravidanza tardava. E ci lavoravano su.

Quando scoprì di aspettare una figlia, Antonio passò nove mesi distante, niente carezze sulla pancia come vedi nei film. Bastava, diceva, che nascesse, poi si vedeva.

Quando hai visita? sbuffava quando Laura accennava a un po di attenzione. Ti accompagno in macchina, se vuoi.

La accompagnava, la riportava a casa con tutti i crismi, festoni, ospiti e regali. Controllava peso, latte, alimentazione. Di notte si alzava per Paola, la portava per le vaccinazioni. Quando arrivava la pediatra, controllava che si fosse ben lavata le mani, valutava il camice, scaldava lo stetoscopio per la bambina. Proprio un ometto di casa.

Sei stanca? la rimproverava quasi con tenerezza lamica Giulia. Essere madre è un macello, non ci sono santi! Antonio almeno ti aiuta?

Laura alzava le spalle. Forse sì. Ma sempre poco

In realtà, a volte essere la martire le dava anche un senso di piacereera la stanca, la stressata, gli altri la compativano.

Ma Michele, quello sì, la coccolava, la viziava con delizie, e Laura si vergognava.

Su, Micetta! insisteva il generoso Michele. Mangia, altrimenti non ti lascio andare!

Laura lanciava occhi tristi al suo salvatore e mangiava.

Quel giorno lui la riaccompagnò fino alla metro e poi lei si defilò con una scusa.

Quella sera trovò tutti i riassunti dei report nella sua email.

Per la Micetta, da Michele! cera scritto.

Chiuse il portatile in fretta, ma Paola, a occhio, aveva già sbirciato qualcosa.

Che storie, sti soprannomi idioti! protestò Laura a voce alta. Si tratta di documenti ufficiali e questi fanno gli stupidi!

Ma Paola già non la sentiva più, si era infilata le cuffie e partiva la musica…

Laura, Paola, sono a casa! A tavola, dai! si sentì dalla porta.

Antonio, rientrato con la puzza di sudore e di trasporti pubblici incollata addosso, si era già tolto la camicia, era in pantaloni, e poi anche quelli, infilando dei shorts con le palme verde fluo, spalancando il balcone e respirando a pieni polmoni.

Profumava ancora di ieri, di sudore, acido.

Laura, basta mettermi pressione con la doccia! Mi fa prudere tutto, non lo sopporto. Domani mi lavo, fine della storia! respingeva i tentativi della moglie. Dai, cena e basta.

A tavola, tutti zitti, ognuno nei suoi pensieri. Laurasu Michele e il suo modo di vivere…

La chiamò il giorno dopo, al lavoro.

Ciao, Micetta! Come va? Hai pranzato? la sentì Laura al cellulare, e si guardò intorno impaniata, temendo che colleghi potessero sentire. Pareva urlasse laltoparlante.

No, non ancora, troppo lavoro, balbettò. Micetta. Lei, debole, tenera…

Lascia tutto, scendi. Sono giù al bar, non è un granché, ma si mangia. Ti aspetto!

Mollò tutto, prese lascensore senza ricordare neanche quale tasto premere. Aveva le guance di un rosso incredibile e sembrava che tutti avessero capito che Laura Maria aveva un amante.

E così lo chiamava, amante, nella testa. Era emozionante, azzardato.

Quel giorno Michele era in jeans e t-shirt, sempre un po spettinato.

Bevvero caffè, Laura raccontava ricordi dinfanzia, Michele ascoltava.

Ma lo sai che sei bella, piccola mia? allimprovviso la interruppe. Vieni, ti compro un vestito! Ho amici in boutique, scelgono loro! Voglio vederti con un bellabito.

E la vide. Non subito, ma quella sera, quando la portò in una boutique chic e si sedette a una pancina mentre le commesse la circondavano.

Come la guardava, Madonna! Affamato, come nessuno. Altro che Antonio.

Non ho mai visto una cosa simile! Laura sussurrò allamica Giulia. Solo nei film. Non credevo si potesse essere guardata così. Davvero. Mi sono sentita una donna. E terribile, ma mi è piaciuto.

E Antonio? chiese più tardi Giulia.

Non sa nulla. E non deve. Non so nemmeno io cosa fare! le mani nei capelli. Non dirgli niente, Giulia! E tieni tu labito. In busta. Come faccio a spiegare tutto a casa? Costa una sassata! Madonna, che casino…!

Giulia si avvicinò, tolse la busta, scrollò le spalle. Che sarà, sarà.

Sai, Laura, ci vai a cacciare tu i guai. Antonio sarà anche rozzo, ma pensa a quando a gennaio si è fatto tutta la strada per comprare latte fresco berretta. Si sbatte per voi. Un altro poltrirebbe sul divano. Volevi la macchina, lha comprata. Volevi il bagno nuovo, già fatto. Il mare ogni anno. Lui è onesto, trasparente. E Michele? Da dove vengono i soldi?

Non lo so. E chissenefrega! Ci vivi tu con Antonio? A me sta venendo il latte alle ginocchia! Mi invidi, lo so, Giulia!

Giulia altre spalle… Forse sì, magari era invidia. Ma non certo per Michele.

Laura tornava a casa sempre più tardi, preparava cene veloci, nemmeno mangiava, pensierosa, a trafficare nello zucchero inesistente del suo tè freddo.

Mamma, dai! Sono cinque volte che chiedo il pane! protestava Paola. Non cè più e basta, ho guardato io!

Lei si voltava e spariva. Sognare.

Sognava a lungo, le mani sudate dal brivido.

Michele era dolce, le sapeva baciare, rideva della sua impacciatezza, la chiamava sempre Micetta, la coccolava, regali segreti custoditi da Giulia, soldi caricati sulla carta, qualche notte messaggi, troppi, tanto che Laura era scappata a chiudersi in bagno, a leggere, cancellare. Spenta la suoneria, acqua fredda sul viso, letto.

Antonio si girava dallaltra parte, la cingeva con la sua braccia pesante, russava parole indistinte. Laura stava ferma. Eh sì Peccato ci sia Antonio… Peccato che non abbia mai saputo cosa voglia dire essere una Micetta. Piccola, amata, bella, con gli occhi che brillano.

Adesso cera Michele, la sua felicità.

Si vedevano da Michele, nellattico: grande, luminoso, vetrate a tutta parete, senza tende, fuori Milano brillava sotto le luci. La testa girava di prosecco e colonia, le lenzuola lisce, seta pura.

Il mondo si dissolveva in mille scintille, fuochi dartificio che cadevano sul letto. Magia.

Ma a casa, tornata, tutto era spento. Laura aveva limpressione che sapessero tutti del suo sgarro, Paola che la osservava male, Antonio serio.

E trovava scuse per uscire, per tornare tardi con la casa già silenziosa, sedersi da sola in cucina, caffè amaro, sogni

Laura! Dove sei? Ho comprato il cavolo, va affettato. Avevamo detto così, no? senti la voce di Antonio sul telefono, il cuore gelato. Lì, lungo la piscina comunale dove Michele laveva portata a nuotare quel pomeriggio, invitandola a prendere un abbonamento. Ed era davvero un sogno: galleggiavano nellacqua calda, vapore nellaria fredda, gente poca, pace. Dalla piattaforma si vedevano le luci della pista di pattinaggio in Darsena. Ma Laura guardava solo Michele, il suo cavaliere, il suo piccolo miracolo damore finalmente trovato.

Il cavolo? balbettò, avvolgendosi nellasciugamano. Lascia stare, io oggi torno tardi. Siamo abbiamo deciso con Giulia di venire in piscina. La schiena va allenata, lo dicono i dottori! Il cavolo lo tagliamo domani. Ciao, scusami, Giulia mi chiama!

Riagganciò nervosa, ingoiando a fatica. Meglio avvisare lamica, casomai Antonio chiamasse lei…

Appena Giulia rispose, Laura avviò il racconto della piscina tutta concitata, poi si bloccò.

Laura, guarda che sono già venuta da voi stamattina col cumino. So che lo mettete sempre nel cavolo. Lho preso al mercato e lho portato. Antonio aveva già messo su il bollitore, rispose tranquilla Giulia. Cumino, ho portato io… ripeté.

Laura si morse il labbro, e intanto cercava Michele con gli occhi. Lui era già sulla piattaforma si preparava al tuffo, mentre delle ragazzine giovani e belle lo fissavano ridendo.

Allora, micette? Uno, due, tre! gridò, tuffandosi perfetto, risalendo in superficie per salutare Laura. Laura, vieni! La serata è giovane!

Le ragazze se la squadravano. Laura si sentì allimprovviso bruta, con la pancia molliccia, le gambe goffe. Nuotava tutta ingobbita, come una ranocchia affannata. E di nuovo quella faccia di martire.

Le nuove micette di Michele avevano già iniziato una partita a pallanuoto, agguantandolo con risate sotto lacqua.

Lui rideva, e non si offese troppo quando Laura sparì subito. Aveva capito: doveri, famiglia, cavoli… Chi si accontenta gode!, direi.

In casa, buio. Solo in cucina la luce.

Antonio le mise davanti una padella di uova strapazzate.

Avrai fame dopo la piscina. Vuoi anche un po di salame? E le riempì la tazza di tè.

Lei no, nemmeno lo guardava, aggrappata alla forchetta.

Sa o non sa? E adesso? Perché è così tranquillo?

Laura… fece infine piano Antonio. Giulia ha portato delle cose. Diceva di mettere ordine, io lho mandata via. Cosa vuole sempre ficcarsi, eh? Ha lasciato dei pacchidice sono tuoi. Ma davvero lo sono? Forse si confonde, va a capire.

Laura solleva la tovaglia, fissa i sacchetti, scrolla le spalle.

Pure io dicevo che è una scemenza! sembrò quasi felice Antonio. Versami anche a me del tè. Meglio, tira fuori il brandy, va’. Voglio del brandy oggi.

Laura scattò, andò allarmadietto e poi si bloccò.

Micetta, sentì la voce del marito, si voltò di scatto. Dico, le briciole sulla tavola, pulisci. Paola lascia sempre il pane ovunque. Passa uno straccio, concluse calmo, poi guardandola torvo si voltò.

Bevvero brandy insieme, in silenzio, senza mai incrociare gli occhi.

Alla fine Antonio si alzò e andò via.

… Giulia, mi senti? Se nè proprio andato! Ha lasciato le chiavi. Giulia! Laura piangeva al telefono, specchiandosi: la faccia storta, brutta, la micetta distrutta appena tre ore dopo essere stata in piscina con Michele. I capelli sapevano ancora di cloro, la schiena indolenzita. Come ha potuto?! Un vero uomo non fa così, Giulia! Ci ha lasciate, a me e Paola!

Allimprovviso la rabbia, il pugno sul tavolo.

Ha fatto da vero uomo, Laura. Un altro ti avrebbe presa a schiaffi. Lui si è solo tolto di mezzo. E pure dalla sua di casa! E tu hai ancora fiato per lamentarti? ironizzò Giulia. Non ho mai capito davvero, perché a te manca la vita? Non è che vi manchi niente, Paola è in gamba, Antonio lavora. Magari è taciturno, ma almeno non è un chiacchierone che porta a bere la gente a casa. Volevi la favola? Intanto, manco un abbraccio gli hai dato in vita tua! Se glielo dai, un uomo ti porta la luna. Ma tu… Laura, io non sono dalla tua parte. Buonanotte.

Laura posò il telefono sul tavolo, si rannicchiò e pianse piano

Paola aveva dato gli esami, poi via in campagna dagli amici. Non parlavano più.

… Michele si fece vedere una settimana dopo, fuori dal portone, sbucato dal buio.

Ciao, micetta! sussurrò, nascondendosi nel colletto della giacca di pelle. Sentita la mia mancanza?

Laura gli aveva telefonato mille volte per sfogarsi, ma lui non aveva mai risposto.

Michele… lo chiamò senza forze. Che ci fai qui?

Sono venuto perché è ora di riscuotere i debiti, micetta! Si avvicinò.

Quali debiti? Che dici?

Laura ebbe paura e cercò di tirare via il braccio, ma lui la stringeva più forte.

Ti ho dato da mangiare? Eccome. Ti ho viziata? Eh! sussurrò sul serio, al suo orecchio. Ora ho bisogno io, gattina. Dammi dei soldi. Ho problemi. Tu hai quellappartamento lasciato da tua madre, ci becchiamo mezzo milione. Lo vendiamo. E pure questa casa. Dai, su, fammi entrare, parliamone!

Laura si divincolò terrorizzata, ma finì trascinata verso il portone, sperando che qualcuno comparisse. Ma, ovviamente, nessuno.

Su, apri micetta che fa freddo, la spinse Michele.

Lei scoppiò in lacrime, si lasciò quasi cadere sulla neve quando Michele dun tratto mollò la presa, barcollò e cadde di lato.

Sopra di lui stava Antonio, senza cappello, arruffato, furioso. Agitava i pugni.

Via! Fuori di qui, hai capito?! Altrimenti ti conto le ossa una ad una! urlò, cercando di saltargli addosso e Laura lo trattenne per un braccio.

Michele, resosi conto, ghignò per un attimoAntonio ormai cornuto!ma incassò subito un pugno sullo zigomo.

Sparisci! Fuori dai piedi! urlò Antonio, raccolse il cappello, si pulì il naso e si rivolse a Laura: Andiamo a casa. Fa freddo!..

Cosa si dissero e si confessarono quella notte, in casa, lo sanno solo la luna e il vento dietro la finestra socchiusa. Sul tavolo due tazze di tè abbandonate, il vecchio orologio a ticchettare. Poi il mondo calò nel silenzio, con loro duemarito e moglie, decisi a vivere ancora insieme, chissà perché

Nessuno, mai più, chiamò Laura Micetta. E se lavessero fatto, lei avrebbe solo sobbalzato, voltando via gli occhi.

Michele non tornò mai più da lei. Non gli era andata benetroppo tosto il marito.

Una volta, sentì Laura al telefono su un autobus, parlava dellappartamento della madre, diceva che non sapeva che farne, che era stanca, sola, infelice. Michele aveva pensato che lavrebbe aiutata, che avrebbe risolto la questione immobiliare, e magari anche la sua solitudine. Se solo avesse giocato meglio le sue carte, avrebbe avuto tutto. Tanto, ormai, Laura era sua, docile, nutrita. Ma gli affari stringevano, Luca reclamava di saldare il debito, le costole bruciavano dal pressing

Dovette rischiare, esigere tutto subito. Non gli riuscì. Pazienza. Il mondo è pieno di altre micette: non amate, tristi, piegate. Michele le troverà, le renderà felici. E poi, chiederà il suo conto.

Intanto, aveva lasciato anche quellappartamento di lusso con la vista su Milano. Andrà bene, Michele non molla. Se solo Luca non decide diversamenteE così, nel piccolo appartamento odoroso di detersivo e cavolo, Laura imparò infine il gusto amaro della tenerezza. Non veniva dai soprannomi, né dalla passione improvvisa dei forestieri, né dagli applausi stanchi nei saloni gremiti. Era il pane spezzato in silenzio, le tazze accostate sul tavolo quando fuori la notte urlava e la famiglia era ridotta allessenziale, uno accanto allaltra, mani spalancate che non si stringevano più ma nemmeno si lasciavano veramente.

Paola, un pomeriggio di primavera, rientrò allimprovviso dalla campagna. Tossì, sfilandosi la giacca, e con laria di chi non vuole concedere troppo domandò: Cè qualcosa da mangiare?

Laura la guardò, si alzò a prendere il pane. La figlia lasciò lo zaino per terra e, senza una parola, le appoggiò la testa sulla spalla.

Sei magra, disse piano Laura. E capì di essere cambiata.

Da qualche parte, in una città che non era più la sua, Michele beveva vino mediocre e raccontava barzellette a una cameriera che sorrideva distratta. Per lui il tempo scorreva uguale, la caccia sempre aperta, gli occhi ormai stanchi a riflettere i neon dei bar.

Un giorno qualsiasi, Laura tornò dallufficio con una borsa di spesa, attraversò il portone e salì le scale senza guardarsi allo specchio. Sentiva che non era più una micetta: era diventata, finalmente, una donna intera, ferita, stropicciata ma viva.

Fuori, il tram sferragliava lento come una ninna nanna. Dentro, Antonio aggiustava la radio che gracchiava Volare. Laura sorrise stavolta davvero, senza timore di nessuno, né dellamore, né della solitudine.

Aveva imparato, sul serio, che la vita non è la favola dei gatti né il rombo delle passioni improvvise, ma piuttosto il coraggio temerario di restare restare quando si può, e ripartire quando si deve, anche solo con la forza sottile di una schiena affaticata e due mani pulite di lacrime.

Chiusero la porta dietro di loro quella sera, lasciando fuori il passato. E quando Laura ruppe finalmente il silenzio per raccontare una storia, nessuno la chiamò, più, Micetta.

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