Sono arrivata nella casa di campagna di un uomo di sessantadue anni. Sua figlia di trentasette, Assunta, mi ha mostrato la sua stanzae sono ripartita lo stesso giorno. Vi racconto cosa ho visto.
Quando un uomo di sessantadue anni ti invita nella sua casa di campagna, capisci che la cosa è seria. Soprattutto dopo sei mesi di frequentazione in cui tutto sembra andare bene. Giovanni è vedovo, colto, gentile, sempre a modo. Ho quarantatré anni, e dopo il mio divorzio non avevo mai incontrato nessuno così… giusto per me.
Parla bene. Del rispetto, del dialogo, del fatto che alla sua età non ha più voglia di giochetti. E io mi sono fidata.
La casa si trova a quaranta chilometri da Bologna. Incantevole, curata nei dettagli, con un prato perfetto e le rose sotto alle finestre. Tutto impeccabile. Anzi, quasi troppo.
Ad accoglierci cè sua figlia, Assunta. Trentasette anni, single, vive col padre e si occupa della gestione della casa. Giovanni la presenta, fiero:
La mia mano destra. Non so cosa farei senza di lei.
Assunta accenna un sorriso. Ma è solo educazione, manca ogni calore.
La sera: qualcosa non torna, ma non capisco cosa
Ceniamo in veranda. Giovanni racconta aneddoti, io rido, Assunta rimane in silenzio. Versa il tè al papà, gli porge il pane, controlla che abbia tutto a disposizione.
Tutto ciò sarebbe persino commovente, se non fosse per il modo in cui lo fa: meccanicamente. Sembra una macchina programmata per fare il suo dovere.
Cerco di rompere il ghiaccio:
Assunta, lavori?
Aiuto mio papà, risponde breve.
E prima?
Prima sì, ma da quando è mancata la mamma avevo bisogno di stare qui con lui.
Giovanni interviene:
Assunta è il mio angelo, non mi ha mai lasciato solo.
Lo dice con una dolcezza tale, che quasi mi sento intrusa nella loro intimità.
La cena finisce presto. Giovanni mi mostra la mia stanza, ordinata, accogliente, coi cuscini ricamati a mano. A letto, però, resto con uninquietudine che non so definire.
La mattina seguente: il giro della casa
Al mattino Giovanni esce prestodice che deve andare a fare la spesa. Restiamo solo io e Assunta.
Scendo in cucina. Lei prepara la colazione, in silenzio. Latmosfera è elettrica.
Poi, dun tratto:
Le va se le faccio vedere casa?
Accetto. Gironzoliamo per le stanze. Lo studio di Giovanni: scaffali pieni di libri, uno scrittoio antico, il profumo di cuoio e tabacco. Il salotto: mobili depoca, quadri ovunque. Tutto sistemato alla perfezione, sembra quasi una casa museo.
Arriviamo allultima porta. Assunta si ferma:
Questa è la mia stanza.
Apre. Mi blocco.
La camera di una ragazzina
Davanti a me, una stanza da adolescente. Pareti rosa, poster dei Lunapop e di Tiziano Ferro. Sugli scaffali peluche ordinati, il letto con le balze. Sulla scrivania, quaderni e libri di scuola.
Sul comò, una scatola di trucchi per bambine, fermagli colorati, un diario col lucchetto.
Tutto qui è rimasto fermo nel tempo.
Mi giro verso Assunta. È sulla soglia, mi osserva impassibile, come se aspettasse una mia reazione.
È davvero la sua stanza?
Sì. Da quando è morta mamma non abbiamo cambiato niente. Papà lo preferisce così.
Però… hai trentasette anni.
Lei fa spallucce:
Così si sente più tranquillo. Dice che lo aiuta a ricordare i momenti felici.
La guardo meglio. Il viso senza trucco. Un taglio di capelli semplice. Un vestito di casa, come quelli di una donna molto più anziana.
E improvvisamente capisco: Assunta non vive davvero. È rimasta ferma.
Cosa realizzo in quel momento
Tutto si chiarisce.
Giovanni non è solo un vedovo malinconico. È qualcuno che ha imprigionato il passatoe anche la figlia.
Assunta avrebbe dovuto andarsene, sposarsi, trovare la sua strada. Invece è rimasta col padre. Non tanto per scelta, quanto perché lui non lha lasciata andare.
Quella stanza rosa non è un ricordo, è un segno. Giovanni vuole che la figlia resti sempre una bambina, che non lo abbandonerà mai.
E mi sono immaginata: se resto con lui? Cercherà di “congelare” anche me, di collocarmi nel suo sistema perfetto. Non sarei una compagna, sarei solo un ingranaggio.
Una donna a servizio dellordine, senza disturbare, senza pretendere, solo comoda.
Il confronto con Giovanni
Rientra Giovanni, gli dico che devo andare subito. Sembra sorpreso:
Ma avevamo deciso di restare fino a domenica!
Scusa, sono emersi degli impegni.
Quali impegni? Mi avevi detto che eri libera.
Lo guardo negli occhi. È visibilmente a disagio, gioca nervosamente con le buste della spesa.
Capisco che davvero non capisce.
Per lui tutto è normale. La figlia che vive con lui, che lo accudisce, che dorme nellanticamera dellinfanziatutto ok. Perché a lui così va bene.
Giovanni, tua figlia ha trentasette anni, dico. Non trovi strano che viva ancora nella stanza di una ragazzina?
Si irrigidisce:
Cosa c’entra? Lei sta bene così. Io pure. Perché cambiare?
Stavolta non resisto e alzo la voce:
Perché è una donna adulta.
E allora? È libera di fare ciò che vuole.
Sicuro? Quandè stata lultima volta che è uscita con qualcuno?
Lui tace. Poi:
Non capisco dove vuoi arrivare.
E capisco che non vuole capire. Gli va bene vivere in un mondo dove la figlia è per sempre bambina, e le donne sono ospiti di passaggio, che non devono scombinare nulla.
Sono andata via subito.
Cosa ho capito di me
Per una settimana mi sono chiesta: forse sto esagerando? Forse è solo un uomo un po particolare?
Poi ho ripensato al volto di Assunta. Alla sua voce sommessa. Alla sua docilità.
Non è stranezza. È una prigione psicologica.
Giovanni tiene la figlia prigioniera del proprio dolore. Non le permette di vivere. E chiunque entra nella sua vita, tenta di piegarla alle sue regole.
Io non voglio essere un soprammobile nella casa di un altro. Non voglio vivere secondo logiche che non sono mie. Non voglio diventare come Assunta.
Giovanni ha provato a chiamare ancora. Non capiva cosa fosse successo. Voleva spiegazioni. Ma come le dai a chi non vuole ascoltare?
Donne, vi è mai capitato di incontrare uomini che tengono i figli adulti sotto dipendenza psicologica?
Uomini, ritenete normale che una figlia adulta viva col padre nella stanza dellinfanzia?
Sinceri: è possibile amare qualcuno che non sa lasciare andare il passato?
O magari va bene così, limportante è vivere come ci viene naturale, senza ascoltare nessuno?



