Diario di Giacomo, Milano
Il ristorante dove Filippo mi aveva invitato per il nostro secondo appuntamento traboccava di quel lusso un po teatrale che si respira solo nei locali più chic di Milano: luci soffuse, camerieri che si muovono leggeri come fantasmi tra i tavoli, sedie rivestite in velluto color smeraldo. Lui sembrava nato per stare lì: completo sartoriale blu notte, orologio vistoso al polso, quella tipica mezzosorriso di chi è abituato ad essere al centro della scena.
Ordina quello che vuoi, davvero, ha detto con una certa noncuranza senza nemmeno sfogliare il menù. Non sopporto quando una donna si limita.
La frase suonava come una battuta uscita da una favola moderna sul principe generoso, ma cera qualcosa che mi lasciava inquieto. Forse il suo sguardo indagatore, o forse il modo troppo disinvolto con cui parlava delle sue ex, tutte descritte come donne che vedevano in lui solo un portafoglio ambulante.
Io mi sono limitato a uninsalata danatra e un calice di Vermentino, mentre Filippo si è concesso lintero spettacolo: filetto, tartare, una bottiglia di Nebbiolo costoso. Non smetteva di parlare di affari, lamentandosi della superficialità delle persone, dei veri valori nella vita, della ricerca di una connessione autentica. Gli davo corda, annuivo, ma limpressione era quella di essere davanti a un esame più che a una serata romantica.
Il suo spettacolo
Quando il cameriere ha posato sul tavolo la cartellina nera con il conto, Filippo non ha battuto ciglio, ha continuato a filosofeggiare sul decadimento della società, facendo finta di cercare il portafoglio. Una mano nella giacca, poi nellaltra, poi una rapida palpatina sulle tasche dei pantaloni. La sua espressione da sicura è diventata improvvisamente smarrita.
Cavolo… ha detto fissandomi negli occhi. Devo aver lasciato il portafoglio in ufficio, o forse nellaltra macchina.
Ha allargato le braccia in modo teatrale, ma negli occhi nessuna vera preoccupazione. Non ha chiesto al cameriere di attendere, non ha controllato il cellulare per risolvere con una banale app di pagamento. Mi guardava, in silenzio.
Che situazione ridicola, vero? ha continuato, appoggiandosi schiena alla sedia. Mi salvi tu? Paghi ora, ti restituisco o ci vediamo la prossima volta, offro io… con gli interessi.
A quel punto era chiaro: nessuna dimenticanza, ma una prova studiata in anticipo, proprio come quelle di cui aveva parlato poco prima. Di storie così ne avevo lette su qualche forum online, mai avrei pensato di viverne una in prima persona, e per di più con un uomo adulto e allapparenza realizzato.
Il suo ragionamento era semplicissimo: se la donna paga senza fiatare, allora è a posto, comoda, pronta a sacrificarsi; se si rifiuta, allora è attaccata ai soldi. In quellistante davanti a me non cera più un imprenditore, ma un manipolatore con molte insicurezze travestito da uomo daffari.
Era convinto di avermi messo alle strette. Nel suo mondo, nessuno rifiuterebbe di pagare la cena a un partito come lui.
La mia risposta
Ho aperto la borsa di pelle con calma, cercando il portafoglio. Filippo ha rilassato le spalle: pensava di aver vinto.
Certo, nessun problema, ho detto, dolcemente, e ho fatto cenno al cameriere.
Mi scusi, può separare il conto? ho scandito con molta chiarezza. Pago il mio. Quanto al filetto, vino e dolce, lasci fare al signore.
Il sorriso di plastica gli si è spento in un lampo.
Ma che dici? ha sibilato avvicinandosi. Non ho il portafoglio!
Capisco perfettamente, ho risposto con voce ferma, avvicinando il telefono al POS. Ci conosciamo appena. Pagare per sé è giusto. E una cena ordinata da chi mi invita in un ristorante costoso e si fa portare le cose più care del menù… beh, non è proprio una mia responsabilità. Sei adulto, sono sicuro che trovi una soluzione.
Il cameriere era confuso quanto me, e Filippo cominciava a diventare paonazzo. La sua patina scendeva strato dopo strato, e rimaneva solo una certa aggressività malcelata.
Davvero vuoi fare così? ha ringhiato. Per dei soldi? Ti ho detto che poi ti rimetto tutto. Era solo una verifica.
E adesso lhai fatta, gli ho detto alzandomi. Io non mi faccio manovrare.
Verso luscita ho sentito che mancava ancora qualcosa. Lui era rimasto al tavolo, il conto a metà pagato, arrabbiato, senza portafoglio.
Mi sono avvicinato di nuovo, ho tirato fuori dal mio borsellino alcune banconote accartocciate, quelle che si dimenticano sempre in fondo alle tasche, insieme a una manciata di monete da un euro.
Ah, giusto, ho aggiunto guardandolo. Se il portafogli è in unaltra macchina, avrai finito anche i soldi per il taxi, no?
Ho lasciato i soldi accanto al suo calice di vino rosso.
Ti basteranno per la metro. Consideralo il mio contributo alle tue ricerche sulla psiche femminile.
Vari clienti ai tavoli vicini si sono voltati. Filippo era rosso acceso, come se avesse appena preso uno schiaffo.
Sono uscito nel fresco della sera milanese.
Quella cena mi è costata solo uninsalata e un bicchiere di Vermentino prezzo minimo, se penso che ho evitato di impegnare anni della mia vita con una persona simile. Spero abbia imparato qualcosa, anche se certi uomini raramente cambiano.
Ecco cosa ho capito quella sera: la dignità non si negozia mai, nemmeno per compiacere chi crede di sapere già tutto su di noi. E tu, al mio posto, cosa avresti fatto? Avresti salvato il distratto cavaliere o scelto la via, difficile ma giusta, dellonestà?



