Senti, ti voglio raccontare di quello che è successo ieri, perché ancora ci penso e mi vengono i brividi.
Allora, era una giornata di quelle pesantissime. Laura sì, la mamma di cui ti parlo sempre si era innervosita alla cassa del supermercato. Aveva urlato così tanto contro la cassiera che la poverina tremava tutta.
Ma è possibile che ci metti così tanto? Se non sei capace di lavorare, allora stai a casa!
Mi scusi la donna, già anziana, cercava di muoversi ancora più veloce, ma era chiaro che era agitata.
A quel punto, Luca, il marito, le ha sfiorato il gomito:
Laura, dai basta andiamo.
Lei si è girata secca:
Ma tu zitto, eh! Chi ti ha chiesto niente?
E lui si è chiuso, come fa sempre.
***
Arrivati a casa, si sentiva lodore di pollo alle erbe. La suocera, Antonietta, era ai fornelli che girava la pasta nella pentola.
Oh, siete tornati! Ho fatto il brodino con il pollo e le tagliatelle. Sedetevi, vi servo tutto caldo.
Quante volte devo dire di non metter mano nella mia cucina? sibilò Laura, molto stizzita. Ma abiti qui o sei solo ospite?
Antonietta impallidì e lasciò cadere il mestolo.
Volevo solo aiutare
Non mi serve il tuo aiuto! Me la cavo benissimo da sola!
A quel punto, irrompe Matteo, che ha sette anni:
Mamma, ciao! Oggi Marco del terzo piano mi ha detto che sono un debole! Ma io non sono debole, vero?
Lasciami stare, non vedi che sono occupata?! gridò Laura.
Matteo si bloccò. Guardò la nonna, che abbassò gli occhi.
Laura si chiuse in camera sbattendo la porta.
***
Ti giuro, era sempre così.
Le giornate tutte uguali. Laura si svegliava col muso, andava a dormire col muso, e in mezzo urlava con tutti: col marito, la suocera, il figlio, la commessa, le colleghe, pure con i passanti. Rarissimamente si domandava: Ma che sto combinando? ma poi scacciava il pensiero, come se fosse precipitare in un buco nero senza uscita.
Luca sopportava perché era abituato. Stare zitti e non protestare: dieci anni di matrimonio gli avevano insegnato questo. Faceva due lavori, portava a casa lo stipendio, faceva tutto quello che lei chiedeva. A volte, di notte, usciva in cucina quando Laura dormiva e stava lì ore a fissare la tazza di tè.
Antonietta era arrivata tre mesi prima, per dare una mano con Matteo mentre i genitori lavoravano. Ma adesso stava male a sentire gli occhi carichi di rabbia della nuora ogni giorno.
Matteo Matteo viveva e basta. Correva, giocava, faceva domande. Ma ogni volta che cercava la mamma trovava un muro. Allinizio piangeva, poi ha smesso. Passava più tempo con la nonna, vicino a lei, in silenzio almeno lì si sentiva tranquillo.
***
Poi, arriva il venerdì. Laura torna dal lavoro nervosa come non mai: il capo le aveva fatto una scenata, la collega le aveva messo i bastoni tra le ruote, e pure in metropolitana le avevano pestato un piede.
Proprio mentre saliva, Matteo aveva rovesciato il succo sul divano nuovo color panna, quello pagato a rate. Lo guardava con gli occhi spalancati, vicino al bicchiere vuoto e la chiazza rossa che si allargava.
Ma che hai combinato?! gridò Laura subito dopo essere entrata Ma lo sai quanto costa questo divano?!
Non volevo, mamma. Ti prego, non urlare… Ho paura di te
Ah, hai paura? sinasprì ancora Laura Bravo solo a rompere tutto e a dare pensieri!
Mamma, scusa…
Vai in camera tua! Non ti voglio vedere!
Matteo obbedì. Laura gridò ancora per un bel po, finché non si sentì senza voce.
***
Quella notte non dormiva. Andò in cucina, si sedette davanti alla finestra fuori piovigginava piano. Guardava le gocce che scivolavano sul vetro. Non ce la faceva più, avrebbe voluto che tutto finisse, che tutti la lasciassero in pace. Anelava il silenzio.
Non si accorse nemmeno che si era addormentata lì, alla sedia, finché non si svegliò per il freddo verso le quattro del mattino.
In casa tutto silenzioso. Luca dormiva, Antonietta dormiva, Matteo pure.
Si alzò, andò in bagno e tornando passò davanti alla camera del figlio. La porta era socchiusa. Si fermò un istante a guardare non si era scoperto nel sonno?
Matteo dormiva raggomitolato, abbracciato al suo cuscino. Sulla scrivania, cera un quaderno aperto, di quelli a quadretti, la copertina tutta piena di disegni di macchinine.
Stava per tornare in camera sua, ma le cadde locchio su una pagina:
Cera scritto “Mamma”.
Prese il quaderno e si sedette sul bordo del letto. Lesse.
Era il diario di Matteo.
La prima pagina settembre.
“Oggi mamma ha urlato ancora. Papà ha detto che è stanca. Volevo abbracciarla, ma si è scostata. Forse sono cattivo io.”
Laura deglutì. Voltò pagina.
Ottobre: “Oggi è il compleanno della nonna. Ho disegnato un biglietto bello, con i fiori. Volevo darglielo la mattina. Ma mamma gridava ancora e non lho fatto. Lho nascosto sotto il cuscino. Forse domani, quando mamma non ci sarà.”
Ancora avanti.
Novembre: “Ho rotto la macchina che mi ha regalato papà. Apposta. Ho pensato, se rompo una mia cosa, lei non urla più. Invece ha urlato lo stesso. Ha detto che non capisco niente e che sono scemo.”
A Laura tremavano le mani.
Dicembre: “Tra poco è Natale. Ho scritto a Babbo Natale di far smettere mamma di gridare. Peccato che non si possono regalare queste cose.”
Gennaio: “A scuola ci hanno chiesto cosa vogliamo fare da grandi. Ho scritto che vorrei fare linvisibile. Così mamma non mi vede e non mi urla più. La maestra si è preoccupata, ha chiamato papà. Lui mi ha detto che la mamma in fondo è buona, solo che per lei è un periodo difficile. Io me la ricordo comera prima. Mi abbracciava forte forte. E rideva. Adesso invece non ride mai.”
Laura non si muoveva, le lacrime cadevano sulle pagine sciogliendo linchiostro.
Febbraio: “Oggi ho versato il succo sul divano. Mamma ha urlato tanto. Ogni volta che urla, mi sembra che muoio un pezzo per volta. Prima le orecchie, poi il cuore, poi lanima.” “Mi sono sdraiato e ho chiuso gli occhi. Ho pensato: chissà se morissi stanotte, piangerebbe? O direbbe solo uno in meno da gestire?”
Il quaderno le sfuggì dalle mani. Le spalle si scuotevano, ma non riusciva a emettere un suono. Aveva paura di svegliare Matteo, paura che la vedesse così. Paura di tutto.
E così restò lì seduta per tanto tempo, non sa neanche quanto. Poi recuperò con calma il quaderno, lo rimise al suo posto e uscì.
Tornò a letto. Si sdraiò accanto a Luca. Fissò il soffitto fino allalba.
***
La mattina dopo, Matteo si svegliò per primo.
Si stiracchiò, si sedette sul letto. La porta era socchiusa, gli tornò in mente tutto. Sospirò.
Uscì in corridoio ad ascoltare. Silenzio. Strano. Di solito a quellora la mamma era già lì a far rumore con i piatti e a brontolare che sono tutti troppo lenti.
Guardò in cucina.
La mamma era ferma al tavolo. Non gridava, non spostava niente. Guardava soltanto fuori dalla finestra. Davanti a lei una tazza di tè fredda.
Mamma? chiamò Matteo piano.
Si voltò. Il suo viso era diverso non arrabbiato, non stanco. Semplicemente altro. Matteo non sapeva nemmeno definirlo.
Buongiorno, disse Laura piano. Vieni a fare colazione.
Lui si sedette. La mamma gli mise davanti il piatto con la crema pasticcera di riso. Si sedette dallaltra parte.
Matteo mangiava e la scrutava aspettandosi, da un momento allaltro, lurlo solito. Ma non successe.
Mamma, azzardò lui, ma che hai?
Niente.
Perché sei così silenziosa?
Sto pensando.
A cosa?
Laura fissò a lungo il figlio. Poi gli accarezzò la testa, così, senza un motivo.
A te. A noi, rispose.
Matteo si bloccò con il cucchiaio in bocca.
Mamma, non hai la febbre?
No, tesoro mio. Anzi, forse sto guarendo.
Non capì, ma annuì. Gli bastava che la mamma non urlasse.
Mangia, disse Laura che poi si fa tardi per la scuola.
Matteo finì il tè, si vestì. Prima di uscire si fermò davanti a lei.
Mamma, chiese con la voce piccola, ma stasera non urli di nuovo?
Laura si accovacciò di fronte a lui.
Senti, amore, gli disse con fermezza non so se mi riuscirà. Però ci proverò sul serio a non urlare più. Tanto, ma tanto. Così non dovrai mai più avere paura. Capito?
Matteo annuì.
E se non ci riesci? sussurrò.
Se non ce la faccio, tu dimmelo. Basta che mi chiedi: Ancora tu?. E io ricorderò.
Cosa ricorderai?
Tutto, e gli stampò un bacio sulla fronte. Vai.
Matteo uscì.
Laura restò lì nellingresso. Sentì la porta dellascensore che si chiudeva. Poi solo silenzio.
Luca uscì dalla camera, ancora stropicciato dagli incubi.
Che ci fai già in piedi?
Non riuscivo a dormire.
Lui la guardò fisso Tutto bene?
Sì. Vai a fare colazione.
Si sedettero in cucina, lui versò il tè…
Luca, chiese Laura di colpo ma perché mi ami?
Lui si bloccò, quasi si strozzava.
Come?
Perché mi ami? Io sono sono un mostro.
Luca lasciò la tazza. Le prese la mano:
Tu non sei un mostro. Ti sei solo dimenticata chi sei.
E chi sono?
Sei tutto, sorrise piano lui Sei calda, buffa, affettuosa. Sapevi abbracciare così forte che mi facevi scricchiolare le ossa Io me le ricordo tutte, queste cose, Laura. Solo tu le hai dimenticate
Lei lo fissò in silenzio.
Sai, aggiunse Luca, io aspetto che torni comeri. Quanto ci vorrà non importa. Io aspetto.
Laura gli strinse la mano.
***
Quel giorno, per la prima volta, non urlò contro nessuno.
Matteo tornò da scuola, lanciò lo zaino, le saltò al collo solo per il gusto di abbracciarla.
Mamma, ho preso dieci!
Bravo! gli fa Laura Sono fiera di te!
Lui la guardò incredulo.
Davvero?
Davvero, sorrise.
Matteo sorrise largo, come non sorrideva da mesi.
Mamma, le disse piano, oggi a scuola ho pensato: magari stasera la mamma mi abbraccia. E tu mi hai abbracciato davvero…
Sciocco, lo strinse forte ora ti abbraccerò tutti i giorni!
***
Di sera Laura entrò nella camera di Matteo. Lui già dormiva. Sul tavolo cera ancora quel diario.
Lo prese, aprì lultima pagina. Sotto ai pensieri del figlio scrisse:
Matteo, ti voglio tanto bene. Perdona la tua mamma. Farò di tutto per diventare migliore.
MammaRichiuse piano il quaderno e lo posò vicino alla lampada, accarezzando la copertina consunta come si accarezza una ferita in via di guarigione. Quella notte rimase seduta accanto al letto, vegliando il respiro calmo di suo figlio. Ogni tanto, nel silenzio, il passato bussava forte dentro di lei ma Laura lo lasciava scivolare via, senza farsi trascinare giù.
Quando il mattino filtrò con timidezza dalle persiane, Laura si sentì leggera, quasi nuova. Andò a preparare la colazione: Matteo ancora sognava, Antonietta sorrideva tra i fornelli. Luca arrivò con gli occhi pieni di cose non dette, e Laura lo abbracciò senza una parola, con la forza di chi promette senza giurare niente.
Fuori, il giorno cominciava come tutti gli altri. Ma in quella casa, nel piccolo silenzio tra madre e figlio, tra moglie e marito, tra nuora e suocera, si era aperto uno spiraglio. Bastava poco: una carezza sul viso addormentato, un biglietto scritto a mano, un abbraccio interrotto troppo a lungo.
Laura guardò la sua famiglia, e in fondo agli occhi ritrovò un riflesso dimenticato la ragazza che sapeva ridere, la madre che avrebbe voluto essere. Non lo disse a nessuno, ma decise che, da quel giorno, avrebbe imparato larte più difficile: ascoltare il silenzio, e riempirlo damore.
Per la prima volta da tanto tempo, si sentì dare il buongiorno dal suo cuore. E il buongiorno era sincero, come il sorriso di Matteo che si svegliava finalmente, senza più paura.




