«Vado dalla giovane», dichiarò il nonno di sessantacinque anni, mentre preparava la valigia. Unora dopo, tornò piangendo.
Vado dalla giovane! gridò nonno Luciano, cercando di schiacciare nella valigia una vecchia coperta a quadri che sembrava ribellarsi a una nuova destinazione.
Quando pronunciò quelle parole, fu come se annunciasse un viaggio in America o la scoperta di un oceano sconosciuto. Forte, teatrale, aspettandosi leffetto di una bomba.
Ma la bomba non esplose. Nemmeno un piccolo sibilo.
Sua moglie, Giuseppina, era davanti allasse da stiro e passava ferri vigorosi sulla sua camicia da cerimonia. Il vapore scappava, rompendo il silenzio dellappartamento.
Ho sentito, Luciano, rispose pacata senza distogliere lo sguardo. Hai messo i mutandoni di lana? Fuori è novembre, la tua giovane non ti curerà certo i reni.
Luciano si immobilizzò, il calzino di lana stretto in mano a mezzaria. Si era preparato a tutto: piatti rotti, crisi isteriche, preghiere, minacce di chiamare figli e nipoti.
Ma certo non a una domanda casalinga sulle mutande.
Che centrano le mutande, Pina?! strillò, sentendosi incendiare il volto. Sto parlando damore, di una nuova vita… di un rinascimento!
Alla fine riuscì a chiudere la valigia, buttandosi sopra il coperchio; la lampo stridette, come facevano le sue ginocchia ogni mattina, ma sigillò il contenuto.
E tu pensi alle mutande! Tutto a terra sei tu. Noiosa! prese fiato. Ma là… là è una vita nuova! Passione! Energia!
E almeno, questo ciclone ha un nome? domandò Giuseppina, appoggiando la camicia stirata sulle grucce. O è solo Stellina nei contatti?
Si chiama Caterina! dichiarò Luciano, impettito. E non è una donna qualunque. È una musa.
Giuseppina fece un sorrisetto. Sapeva bene che lunica poesia che Luciano amava erano i brindisi ai compleanni degli amici.
Caterina, dunque. E quanti anni ha questa musa?
Ventotto! ribatté Luciano, con sguardo di sfida.
Giuseppina posò il ferro, lo osservò a lungo, con la stessa incredulità con cui si osserva un vecchio armadio di famiglia quando perde una porta.
Luciano, disse piano, ma con un tono di ferro. Hai sessantacinque anni. Ti viene il mal di schiena dopo dieci minuti sulla poltrona, e hai la dieta per il fegato.
Sospirò.
Cosa pensi di farci con una Caterina di ventanni? Declamerai Dante?
Non sono affari tuoi! sbottò, afferrando la maniglia della valigia. Viaggeremo! Passeggeremo notti intere! E Io… io mi sento ancora un uomo!
Tentò di sollevare la valigia di scatto ma risultò pesante da far paura. Sentì pungere la schiena ma si impose di non storcere il viso.
Mai mostrare debolezza davanti alla ex. Ormai quasi ex.
Non dimenticare le pasticche per la pressione, Don Giovanni, aggiunse Giuseppina, tornando a stirare. Sono nel primo cassetto del comò. E anche la pomata per le articolazioni.
Non ne ho bisogno! mentì. Il cuore gli batteva come un tamburo. Al fianco suo, torno ventenne! Addio, Pina. Ti lascio la casa, sono un gentiluomo.
Grazie, Luciano, rispose con un cenno. Lascia le chiavi sul tavolino e già che ci sei butta la spazzatura.
Questo lo demolì. Nessuna tragedia, nessuna implorazione. Solo: Porta giù la spazzatura.
Raccolse il sacchetto vicino allingresso, fece il dignitoso e uscì. La porta si chiuse alle sue spalle in silenzio.
Luciano si trovò sul pianerottolo, lodore dei gatti e di cipolla fritta proveniente dagli appartamenti. La valigia pesava, la schiena doleva, il telefono vibrava in tasca.
Forse era Caterina. Che aspettava il suo cavaliere.
Chiamò lascensore, tirò fuori il cellulare mentre aspettava. Il cuore gli balzò in gola. Messaggio: «Amore, arrivi? Ho prenotato il tavolo. Però, cè un piccolo problema…».
Prese fiato: «Devo inviare urgentemente cinquecento euro a mia mamma per le medicine, io ho il limite, me li dai tu? Appena ci vediamo te li rendo!»
Si rabbuiò. Cinquecento euro. Strano. Ieri erano trecento per il taxi. Laltroieri, duecento per la linea internet. Una settimana fa, mille per uno stage creativo.
Salì sullascensore con la valigia, schiacciò il piano terra. Allo specchio vide riflesso un vecchio distinto con un berrettino, volto rosso e spaesato.
Vado dalla giovane, ripeté tra sé, ma la frase aveva perso tutta la sua brillantezza.
Fuori faceva freddo, pioveva sottile, il vento portava via le ultime foglie dagli alberi. Trascinò la valigia fino alla fermata: Caterina viveva dallaltra parte di Milano, in una zona moderna.
Si sedette sulla panchina bagnata, prese in mano il telefono per fare il bonifico. Mani fredde, poco reattive. Aprì lapp della banca.
Saldo: 480 euro. La pensione sarebbe arrivata la settimana dopo.
Maledizione, borbottò.
Sferrò il messaggio: «Caterina, cara, ora ho pochi soldi sulla carta. Passo di persona con i contanti, ho una piccola scorta».
Risposta immediata: lemoji con gli occhi al cielo. Poi: «Luciano, ma proprio adesso? Chiedi a qualcuno! Mamma sta male! Se mi ami, troverai il modo!»
Lucianino. Non Luciano, non amore. Solo quel diminutivo che usano per il gatto dei vicini.
Qualcosa di freddo e vischioso gli prese lo stomaco. Non era amore, era sospetto.
Di colpo ricordò che non aveva mai parlato con Caterina in videochiamata. Sempre con la telecamera rotta o internet che non va. Ma le foto profilo erano da vera modella.
Decise di chiamarla comunque, almeno per sentire la voce. Tono libero, poi riagganciato.
E messaggio: «Non posso parlare, sto piangendo!»
Luciano rimase alla fermata abbracciato alla maniglia della valigia. Le auto schizzavano pozzanghere sui marciapiedi.
Sentiva il freddo fino alle ossa, coperto solo dalla camicia elegante e dal giubbotto leggero. La schiena gli gridava contro.
Caterina, mormorò a voce alta, assaporando il nome. Sapeva di plastica.
Arrivò un altro messaggio: «Allora? Hai fatto il bonifico? Se no, lascia stare. Non ho bisogno di un uomo che non trova cinquecento euro!»
Luciano fissò lo schermo; le lettere si confondevano tra le lacrime.
Gli venne in mente Giuseppina. Come la sera prima gli aveva spalmato la pomata sulla schiena, in silenzio. Come gli preparava polpette al vapore che odiava, ma mangiava lo stesso, per il fegato.
Come sapeva trovare i suoi calzini meglio di lui.
«Non ho bisogno di un uomo…»
Si figurò nella casa di Caterina. Divano estraneo, profumo sconosciuto, abitudini diverse. Il dover sempre essere giovane. E pagare, pagare… per lillusione della gioventù.
Poi si immaginò con il mal di schiena da Caterina. Avrebbe spalmatogli la pomata lì? O sarebbe scappata schifata nella stanza accanto?
Luciano si alzò. Le ginocchia scricchiolarono come rami secchi. Guardò lautobus che arrivava nella direzione dei quartieri nuovi, ma non si mosse.
Lautobus ripartì, sputandogli addosso il gas di scarico.
Restò lì, con la valigia pesante. Poi si voltò, la raccolse e tornò indietro. Verso casa.
La strada del ritorno sembrò infinita. Lascensore fuori uso, ovviamente. Tre piani a piedi, con la valigia.
Si fermava a ogni piano, ansimando, asciugandosi il sudore. Il cuore tambureggiava non damore, ma di fatica.
Davanti alla porta, appoggiò la valigia, suonò il campanello. Taceva tutto.
Lo prese il panico. E se Giuseppina se ne fosse andata? Se avesse cambiato serratura?
Aveva lasciato le chiavi sulla credenza, da sciocco! Suonò ancora.
Pina! chiamò, rauco. Apri!
Scattò la serratura, la porta si aprì. Giuseppina, tranquilla in vestaglia.
Luciano restò sulla soglia: zuppo di pioggia, cappello sgocciolante in mano. Le lacrime gli solcavano il viso.
Erano vere, amare per la rabbia contro se stesso, la propria stupidità, la vecchiaia che si presenta non con la saggezza, ma con le illusioni.
Io… provò a dire, la voce rotta. Io, Pina… Lautobus… La pioggia… E ho pensato…
Non trovava il coraggio di dire la verità. Di confessare che la sua Caterina era una scatola vuota, assetata di soldi. Sarebbe stato umiliante.
Giuseppina lo guardò, la valigia ai suoi piedi, sospirò.
Hai buttato la spazzatura? chiese.
Luciano si smarrì e guardò la mano libera. Il sacchetto non cera Dimenticato sulla panchina.
Ho dimenticato, sussurrò a occhi bassi.
Giuseppina scosse la testa e si fece da parte.
Entra, Romeo. Il tè si raffredda. E lavati le mani, sei uno straccio.
Entrò nellingresso, tirò dentro la valigia maledetta. Lodore familiare di bucato fresco, un pizzico di medicinali, lo investì.
Era il profumo più bello del mondo.
Si tolse le scarpe e andò in bagno. Nello specchio vide un uomo stanco, vecchio. Si lavò il viso con lacqua gelida, lavando via lacrime e umiliazione.
Quando tornò in cucina, Giuseppina stava già versando il tè nella sua tazza preferita. Sopra il tavolo, le polpette di vitello a vapore.
Pina… disse sommesso sedendosi. Perdonami. Sono stato un vecchio sciocco. Mi è saltato il ghiribizzo.
Mangia, rispose lei seccamente, senza voltarsi. Si raffredda.
No, davvero. Quale Caterina? Quale musa? Io senza di te… non saprei nemmeno dove teniamo lassicurazione.
Nella cartellina blu, primo cassetto, rispose automaticamente, sedendosi di fronte. Luciano, ti prego. Non ricominciare. Sei tornato, basta così.
Mangiare quella polpetta gli sembrò più buono di qualunque piatto di un ristorante.
E lei Caterina azzardò allora per salvare un minimo di dignità. Era il contrario di quel che sembrava. Fumava persino! E un linguaggio
Giuseppina lo guardò sopra gli occhiali. Cerano scintille di ilarità nei suoi occhi, ben nascoste.
Che orrore, rispose seria. Da vero esteta, non potevi resistere.
Certo! si ravvivò Luciano. Le ho detto: Signora, il suo lessico non fa per me. Poi
Fece un gesto vago.
Insomma, ho capito che mi sbagliavo. Un vuoto, Pina. Un vuoto totale.
Bene, annuì. Limportante è che lhai capito alla fermata, non dallo stato civile.
Si alzò e prese il tubetto della pomata. Lo mise sul tavolo davanti a lui.
Ti sarà venuto mal di schiena con tutta quella fatica.
Luciano arrossì.
Un po sì.
Su, spogliati. Ci penso io.
Si tolse la camicia tra i lamenti, e sentì quelle mani conosciute che lo massaggiavano con la solita energia.
Bruciava, ma era un bruciore buono, curativo.
Pina… mormorò verso il tavolo.
Dimmi.
Sapevi che sarei tornato?
Certo.
Perché?
Giuseppina gli diede una pacca sulla spalla sana, chiaro segno che il trattamento era finito.
Perché, Luciano, nella tua valigia non cerano né mutande né calzini né medicine.
Sorrise appena:
Ma hai messo la mia vecchia pelliccia e la coperta a quadri, quella che ti dico sempre di portare in lavanderia.
Luciano rimase di sasso, girandosi verso di lei.
La pelliccia?
Sì, la pelliccia. Ti ho visto stamattina che la infilavi. Credevi non me ne fossi accorta? Sei cieco come una talpa senza occhiali.
Rimase in silenzio. Stava realizzando che era partito per una nuova vita con la pelliccia della moglie e una coperta a quadri.
Allimprovviso scoppiò a ridere. Piano piano, poi più forte. Una risata che si trasformava in tosse e di nuovo in risata.
Giuseppina lo guardava, e le rise anche un angolo delle labbra.
Sei proprio un vecchio bacucco, disse senza cattiveria. Dai, finisci la polpetta. Domani si va alla casa di campagna, cè bisogno di sistemare le conserve in cantina. Quello sì che è movimento!
Volentieri, Pinella. annuì Luciano, asciugandosi le lacrime dal ridere.
Il telefono vibrò di nuovo. Luciano diede uno sguardo allo schermo: Caterina: Dove sei?? Mamma sta male!! Mandami almeno cento euro!!.
Premette deciso Blocca utente. Poi Elimina chat. Lasciò il cellulare schermo in giù sul tavolo.
Pina, ma senti lasciamo perdere le conserve domani? Facciamo una bella grigliata? Marino io la carne, come piace a te, con tanta cipolla.
Giuseppina spalancò gli occhi: erano dieci anni che Luciano non toccava il barbecue.
Una grigliata? domandò. E il fegato?
Al diavolo il fegato, disse Luciano sorridendo. Si vive una volta sola.
Le prese la mano ruvida, lavorata e la baciò, impacciato ma sincero.
Grazie che mi hai aperto, Pina.
Lei gli tolse la mano, ma piano, quasi con tenerezza.
Mangia, Don Giovanni. O si raffredda tutto.
Fuori pioveva più forte, il vento spingeva i rami contro le finestre, ma in cucina cera tepore. Sulla sedia la camicia stirata, odore di pomata e di tè.
Un profumo che non si trova in nessun altro posto.
Luciano la guardava e pensava che sì, ventotto anni sono belli.
Ma chi altro avrebbe accettato che si partisse con la sua pelliccia in valigia e lo avrebbe comunque riaccolto a casa?
Pina, disse.
Che cè ora?
La pelliccia la porto davvero in lavanderia domani. Te lo prometto.
Portacela pure, rispose lei. E sistema la valigia. Tira fuori la coperta ché ho i piedi gelati.
Luciano annuì e addentò unaltra forchettata di polpetta al vapore.
La vita continuava, e in fondo, dannazione, non era mica poi così male.



