Ricordo come se fosse ieri quel periodo distante, quando il mio nuovo compagno andò a vivere con noi. Mio figlio, Giulio, allora quindicenne, si fece improvvisamente chiuso, taciturno. Non si sedeva più con noi a tavola e, una mattina fredda dinverno, mi disse sottovoce: «Mamma, ho paura di lui. Non posso vivere nella stessa casa con lui perché lui…»
La prima notte che Roberto si fermò a dormire fu un venerdì. Al mattino mi svegliò il profumo del caffè che aleggiava per la casa. In cucina, Roberto stava con calma preparando delle uova, come se avesse sempre vissuto lì. Mi sorrise, mi diede un bacio sulla guancia e mi disse che era abituato ad alzarsi presto. Tutto sembrava normale.
Giulio uscì dalla sua stanza dopo qualche minuto. Visto Roberto, fece cenno con la testa, si versò del succo darancia e lo bevve in piedi, guardando fuori dalla finestra. Non si mise a tavola. Pensai fosse la solita ostinazione degli adolescenti: a quindici anni, difficilmente ci si sveglia di buonumore.
Avevo quarantaquattro anni allora, da tempo ormai divorziata, lavoravo come ragioniera in uno studio di Milano. Roberto, invece, aveva quarantanove anni, insegnante di liceo, anche lui separato. Ci eravamo conosciuti grazie ad amici comuni, scritto a lungo prima di vederci, poi erano iniziate le cene, le telefonate, la complicità. Mi colpiva la sua tranquillità, il modo pacato di parlare, la vita priva di eccessi. Dopo otto anni di solitudine, accanto a lui sentivo di essere finalmente, di nuovo, anche una donna oltre che una madre.
Allinizio Roberto veniva solo quando Giulio era da suo padre o fuori con gli amici. Poi decisi che non cera più niente da nascondere: mio figlio era ormai grande, doveva capire che anche sua madre aveva diritto alla sua felicità. Così li feci conoscere. Tutto fu molto educato, senza tensioni evidenti. Pensai che le cose sarebbero andate bene.
Invece, col tempo, cominciarono a emergere dettagli strani che ostinavo a non collegare.
Giulio aveva smesso di fare colazione quando sapeva che Roberto aveva dormito da noi. Diceva sempre di non avere fame. Passava più tempo agli allenamenti di calcio e ogni fine settimana preferiva andare dalla nonna, in Brianza. In fondo mi rassicurava vederlo impegnato nello sport e vicino ai familiari. Successivamente, mi convinsi che fosse solo una coincidenza.
Dopo quattro mesi, Roberto iniziò a fermarsi da noi sempre più spesso. Avevo quasi accettato lidea che sarebbe venuto a vivere definitivamente con noi. Quella mattina, nel bel mezzo della settimana, Giulio entrò in cucina, vide Roberto, restò immobile sulla soglia per un istante, poi si voltò e tornò in camera.
Lo seguii, preoccupata. Era seduto sul letto, lo sguardo fisso nel vuoto.
Chiesi: «Che succede, Giulio?»
E lui, a voce bassa, rispose: «Mamma, ho paura di lui. Non posso abitare nella stessa casa.»
Tutto mi crollò addosso. Domandai cosa fosse successo e perché dicesse una cosa simile.
Alzò gli occhi: «Dopo che il tuo compagno è venuto a vivere da noi, non sono più a mio agio. Non riesco più a sedermi a tavola con voi e…»
«Mamma, devi scegliere. Lui o io.»
Le parole mi lasciarono senza respiro. Quello che seppi poi su Roberto fu uno shock enorme. Quel giorno stesso, lo mandai via da casa.
Avevo desiderato così tanto tornare a essere felice, che avevo smesso di vedere cosa provava mio figlio. Mi ero persa nel mio bisogno damore e avevo trascurato la sua ansia crescente.
«Ha detto che presto si trasferirà qui per sempre,» sussurrò Giulio.
«E allora?» provai a chiedere, fingendo calma.
«E allora dovremo mettere in ordine. Seriamente.»
Non compresi subito.
«Che ordine?» domandai.
«Un ordine dove non darò fastidio. Ha detto che in casa deve esserci un solo uomo.» Abbozzò un sorriso che non arrivò agli occhi. «Presto tutto cambierà, dice lui.»
Mi si gelò il sangue nelle vene.
«Lo ha detto davvero?» chiesi.
«Ha detto: Dovrai abituarti. Tua madre e io stiamo per costruire una famiglia nostra. Tu ormai sei grande. E ancora…» Giulio si interruppe.
«Cosaltro, Giulio?»
«Ha detto che forse starei meglio dalla nonna, se qualcosa non mi piace.»
La sera aspettai il rientro di Roberto.
Appena entrò, andai dritta al punto: «Hai detto a mio figlio che dovrà abituarsi?»
Sospirò stancamente.
«Ho solo messo le cose in chiaro, capisci? Se mi trasferisco, la famiglia va gestita da adulti. Voglio una famiglia normale.»
«E mio figlio, per te, cosè?»
«È quasi un uomo ormai. Prima o poi andrà via. Anche noi dobbiamo pensare al nostro futuro. Magari a un figlio nostro.»
Guardandolo, improvvisamente mi resi conto che diceva tutto con una calma glaciale. Così semplicemente era la sua verità.
«Quindi mi chiedi di scegliere?»
Si strinse nelle spalle:
«Voglio solo che tu capisca cosa desideri davvero.»
Quella notte non chiusi occhio. Al mattino entrai in camera di Giulio a Milano e mi sedetti accanto a lui.
«Ho già scelto, amore mio,» dissi. «Tu non sarai mai di troppo nella tua casa.»
Quello stesso giorno, Roberto raccolse le sue cose e se ne andò per sempre.




