Quando svanisce la paura

Quando la paura se ne va

Mamma, sono a casa! gridò Lucia appena entrata nellappartamento, posando con cura lo zaino vicino alla porta. Respirò profondamente, cercando di calmare lansia: dopotutto, tornare da scuola le faceva sempre paura non sapeva mai in che umore avrebbe trovato la madre. Il cuore batteva così forte che sembrava dovesse uscire dal petto, mentre le mani, sudate, tradivano la tensione.

Nel silenzio della casa, la voce tagliente della madre ruppe laria come una frustata:

E allora, questa volta che è successo? Hai preso unaltra insufficienza?

Lucia sobbalzò e abbassò lo sguardo sulle sue vecchie scarpe da ginnastica. Aveva solo dodici anni, ma era ormai abituata a quel tono: lo sentiva quasi ogni giorno, come una puntura che la costringeva a chiudersi dentro di sé, a nascondere le emozioni come se le seppellisse sotto terra. Un dolore gelido le stringeva il cuore, e il respiro si faceva corto.

No, mamma Ho preso sette in matematica rispose piano la bambina, senza alzare gli occhi. La voce tremava, rivelando tutto il suo timore. Mi è mancato poco per prendere otto

Giulia si alzò di scatto dal divano, dove fino a un momento prima sfogliava svogliatamente una rivista patinata, e con passi ampi raggiunse la figlia. Il volto deformato dalla rabbia: le sopracciglia aggrottate, le labbra serrate, gli occhi accesi di un fuoco oscuro.

Sette?! Ma scherzi? la voce della madre scintillava di indignazione. Mia figlia che prende sette?! Capisci come la gente mi vede? Penseranno che sono una madre incapace, che non ti ho dato la giusta educazione!

Ho fatto del mio meglio sussurrò Lucia, il nodo in gola salendo sempre più. Era un problema difficile ci ho messo due ore ieri sera

Difficile, difficile! la madre la schernì con un sorriso velenoso. La verità è che sei pigra! Invece di studiare, stai sempre col telefono in mano, eh? Hai la testa fra le nuvole!

Afferrò lo zaino della figlia, lo strattonò con forza e ne svuotò il contenuto per terra: quaderni sparsi in tutte le direzioni, lastuccio si aprì e penne e matite rotolarono ovunque nellingresso. Lucia rimase immobile, trattenendo a stento le lacrime. Dentro di sé sentì solo impotenza e amarezza: davvero ci aveva provato, aveva passato parte della serata sui compiti, riletto il libro, cercato esempi sulla rete

Senza ascoltare obiezioni, la madre la spinse fuori dalla porta:

Finché non capisci come risolvere problemi così, non rientri! E niente più voti bassi! È chiaro?

La porta si chiuse con un tonfo, ed ecco che il colpo riecheggiò nellanima di Lucia come uno schiaffo. Rimase ferma sul pianerottolo, stringendo lunico quaderno scampato al disastro. Dalle guance le scendevano lacrime calde che cadevano sulla copertina dei compiti, lasciando macchie scure sulla carta.

Perché sempre così? si domandava mentre scendeva lentamente le scale, superando ogni gradino come se fosse un ostacolo invisibile. Si strinse tra le braccia nel tentativo di scaldarsi la giacca era rimasta in casa, e il freddo la faceva tremare fino alle ossa.

Le mancava tanto il padre! Papà sapeva sempre come calmare la mamma, come trovare le parole giuste, come sdrammatizzare con una battuta o una carezza. Ma lavorava lontano, in un piccolo paese del nord, dove stava seguendo i lavori per una centrale elettrica. La chiamava ogni settimana, chiedeva come andava, prometteva regali Ma ora non era lì, e la solitudine era come un sasso che pesava sulle spalle di Lucia.

La prima volta che la madre le urlò contro aveva nove anni, dopo un brutto voto in italiano. La madre aveva gridato, le aveva stretto il braccio con forza, lasciandole un segno rosso sulla pelle:

Mi metti in imbarazzo davanti a tutti! Come faccio a guardare la gente negli occhi se pensano che non ti abbia insegnato nulla?

In quelloccasione, Lucia era corsa dal padre, raccontandogli tutto. Marco si era arrabbiato moltissimo, aveva discusso a lungo con la moglie, sostenendo che i voti non sono la cosa più importante. Ma il giorno dopo, appena lui era ripartito per il lavoro, Giulia la chiamò in camera.

Se ancora una volta racconti qualcosa a papà le aveva sibilato dolorosamente, stringendole la spalla tanto forte da lasciar segno ti farò vedere io! Devi imparare a stare al tuo posto. E non azzardarti più a disturbarlo con i tuoi problemi da bambina!

Da allora Lucia aveva scelto il silenzio. Cercava di essere invisibile, di fare tutto alla perfezione, ma la madre trovava sempre nuovi motivi per rimproverarla. Ogni mattina iniziava con il controllo del diario, ogni sera con un interrogatorio sui voti. Lucia si accorgeva di avere paura persino ad entrare in casa, ogni passo le costava fatica, come se camminasse sul ghiaccio sottile.

Una volta, mentre sistemava la sua camera, sentì la madre parlare al telefono con lamica Roberta, a viva voce. Lucia rimase immobile alla porta socchiusa, trattenendo il fiato.

Non volevo nemmeno avere un figlio diceva Giulia, con una durezza inaspettata. Marco ci teneva tanto Diceva che senza figli non si è famiglia. Avevo paura di perderlo. Pensavo: nascerà un maschio e si legherà più a lui. E invece è arrivata Lucia Lui la tratta come una principessa! Si è dimenticato di me!

Sei gelosa di tua figlia? sorprese Roberta.

Non è gelosia, è che lei rovina tutto! Per colpa sua litighiamo sempre! Se non ci fosse sarebbe tutto più semplice queste parole trafissero il cuore di Lucia come coltelli appuntiti.

Lucia rimase immobile, il petto serrato da un nodo di dolore. Silenziosa si ritrasse e si chiuse in camera, affondando il viso nel cuscino per non farsi sentire mentre piangeva. Da allora cercò di farsi notare ancora meno ma non serviva: la madre trovava sempre motivi per rimproveri e punizioni, come se cercasse qualunque pretesto per sfogare la frustrazione

~~~~~~~~

Lucia? Che ci fai qui fuori? una voce soave la sorprese alle spalle.

La bambina si voltò. Davanti a lei cera la signora Anna, la vicina del primo piano. Una donna anziana gentile, coi capelli bianchi raccolti ordinatamente e degli occhi caldi segnati dalla fatica, ma ancora luminosi di bontà. Indossava una vestaglia fiorita e delle comode pantofole con pompon, fatte come per donare tepore.

Mamma mi ha cacciata rispose Lucia col naso che colava e la voce incrinata dal pianto.

Sempre per i voti? sospirò la vicina, osservando il viso arrossato di Lucia. Scosse la testa e nei suoi occhi brillò compassione autentica, tanto che Lucia si trattenne a fatica dal piangere di nuovo. Vieni su da me, piccola, fuori fa freddo e piove, rischi di ammalarti, non si fa così.

La prese per mano la sua era calda e morbida e la condusse nellappartamento profumato di vaniglia e tè appena fatto. Sul davanzale brillavano gerani, a colorare la giornata grigia.

Siediti, ti preparo due fette di pane e prosciutto disse Anna, mettendo lacqua sul fornello. Su, racconta. Ti ascolto.

Lucia sedette guardando la tovaglia piena di margherite ricamate. Le mani ancora tremanti, un nodo in gola che le impediva quasi di parlare.

Solo un sette balbettò Lucia, sciogliendosi in lacrime. E lei dice che la faccio sfigurare. Che sono pigra e incapace. Che per causa mia tutti pensano che sia una brutta madre

Sciocchezze, disse severa Anna, affettando il pane con sicurezza. Sei una brava ragazza, hai solo una mamma che ha le sue paure e insicurezze, così le sfoga su di te. Vuoi, parlo io con lei? Le spiego che non si fa.

Meglio di no scosse il capo Lucia, asciugandosi gli occhi col polsino. Poi peggiora tutto. Solo papà potrebbe aiutare, ma è lontano

Anna rimase in silenzio un attimo, poi le accarezzò piano la testa. Quel semplice gesto la fece sentire protetta, come avvolta da una coperta invisibile.

A volte anche i grandi hanno bisogno di una spintarella, disse con dolcezza, sistemando i panini su un piatto. Forse sarebbe il caso che tuo padre tornasse, o almeno che parlasse seriamente con tua madre. Si vede che ti vuole bene, lo si nota a occhi chiusi.

Lucia alzò lo sguardo, sentendo dopo tanto tempo che finalmente qualcuno la capiva davvero. Una gratitudine silenziosa le scaldava il cuore, e insieme affiorava una piccola, timida speranza. Addentò il panino: aveva un gusto sorprendente, tra la sapidità del formaggio e la dolcezza del prosciutto. Il profumo del tè alla menta e tiglio la avvolse, leggero e caldo.

Papà ha promesso che rientrerà per le vacanze, sussurrò Lucia, guardando il fumo che saliva dalla tazza. Ma è così lontano E mamma non vuole che lui si occupi della mia educazione. Dice che sono figlia sua e basta.

Anna sospirò, sedendosi di fronte, sostenendole il mento con una mano.

Educare non significa urlare e punire, commentò. Serve sostegno e fiducia nei figli. Tua madre non sa fare diversamente, ma non per questo le cose devono rimanere così per sempre.

Rifletté un momento, poi aggiunse:

Senti, potrei chiamare io Marco. Gli dico che cè bisogno di lui. Non ti rifiuterebbe aiuto, vero?

Lucia restò un attimo in silenzio. Speranza e paura insieme le serravano la gola. Annuì, senza voce, stringendo la tazza tra mani intirizzite dal freddo.

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Dopo due settimane accadde linaspettato.

Lucia rientrò da scuola e si bloccò nel corridoio. Cerano le scarpe del padre, ricoperte di fango, le punte consumate: era tornato prima del previsto? Il cuore cominciò a batterle così forte che quasi la stordiva quanto le mancava il sorriso di papà, il suo abbraccio forte, le battute che le strappavano una risata nei giorni tristi. La gioia era quasi tanto forte quanto la paura.

Dalla sala arrivavano voci alterate:

Non puoi andartene così! Siamo una famiglia! gridava Giulia, la voce isterica.

Una famiglia? rispondeva stanco Marco, con una fermezza insolita. Dici famiglia se tu terrorizzi tua figlia? Ho sentito gli insegnanti, ho parlato con Anna So tutto, Giulia. Ogni urlo, ogni punizione, come costringi Lucia a sentirsi inutile.

Ma cosa ne sai tu?! la voce della madre era ormai acuta, quasi tremula. Racconta bugie su di me, quella quella ragazzina!

So come la tratti, ribatteva lui. La umili, la impaurisci, non le fai sentire il tuo affetto. Le hai rovinato linfanzia! Hai idea che lei ha paura a mettere piede in casa? Che piange la notte e non osa parlarmi perché tu glielhai proibito?

Sei tu che la vizi, Marco! urlò Giulia. Deve capire che la vita è dura, che niente le verrà regalato!

Ma non a scapito della sua felicità! la voce del padre divenne dura. Non puoi spezzarle la serenità solo per le tue frustrazioni.

Se te ne vai, non ti lascerò più vedere Lucia! gridò Giulia, la disperazione negli occhi.

Chi ha detto che resterà con te? ribatté Marco gelido, lo sguardo pieno di disprezzo. Non ti permetto più di farle del male!

Uscì nel corridoio e vide la figlia. Gli occhi gli si addolcirono, colmi di tenerezza. Si inginocchiò, le prese le mani nelle sue calde, sicure, familiari e sussurrò:

Piccola mia Non ti lascio, mai. Ho già pensato a tutto.

La abbracciò, e per la prima volta Lucia si sentì al sicuro. Avrebbe voluto raccontargli tutto, ogni rimprovero, ogni notte di pianto, ogni parola cattiva della madre Ma per ora bastava sentirlo vicino e sapere che non era sola.

Papà, mormorò, premendo il viso sulla sua spalla, annusando il familiare odore di giacca. Potremo vivere insieme, solo io e te?

Certo che sì sorrise Marco, e quel sorriso spazzò via tutte le nuvole dal suo cuore. Ho già trovato un appartamentino qui vicino. Ho anche un nuovo lavoro. Vivi qui, vai nella stessa scuola, la sera cuciniamo e guardiamo film insieme. Va bene?

Lucia annuì, sorridendo tra le lacrime. Dentro di sé sentiva fiorire la speranza, fragile ma vivida, come un primo germoglio di primavera. Lo abbracciò stretto, sentendo il peso degli ultimi anni dissolversi piano.

Grazie, sussurrò. Grazie di esserci.

Marco le accarezzò la testa e rispose:

Sono io che ringrazio te di esserci. Farò di tutto per vederti felice.

Il temporale fuori cessò e i primi raggi di sole illuminarono la strada con una luce dorata. Lucia guardò fuori dalla finestra e sorrise per la prima volta, la vita prometteva qualcosa di buono.

Proprio allora Giulia uscì furiosa dal salotto. Gli occhi ardevano di cattiveria, il sorriso era una smorfia. Era come se la sua oscurità interiore le avesse deformato il volto.

Vi pentirete! sibilò, la voce tremante. Pensate di liberarvi così facilmente? Ve la farò pagare! Vi distruggerò!

Marco si mise davanti alla figlia, deciso. Negli occhi quella sicurezza granitica di chi protegge ciò che ha di più caro.

Giulia, pronunciò calmo ma irremovibile, lasciaci stare. Ho deciso. Vivremo separati e non ci intralcerai. Questa è una certezza.

Intralciare? Giulia rise di un riso isterico, innaturale. Vedrai cosa ti combino! Tu e quella tua preziosa figliolina vi farete vedere in ginocchio a chiedere perdono!

Lucia strinse la manica del padre, la paura tornava a colpirla: lo stesso nodo ghiacciato che conosceva da bambina. Ma Marco le posò una mano sulla spalla con dolcezza: fu sufficiente per calmarla.

Andiamo, Lucia, disse, tranquillo ma fermo. Noi qui non abbiamo più nulla da fare.

Le prese la mano e si avviarono alla porta. Giulia tentò di seguirli ma si fermò, come bloccata da un muro invisibile. Rimase lì, col viso stravolto e i pugni serrati.

Mi sentirete ancora! urlò dietro di loro, la voce che ormai si spezzava. Mi vendicherò! Vi pentirete di avermi lasciata! Mi rovinerete la vita, ricordatevi le mie parole!

La porta si richiuse, tagliando con un colpo netto il passato. Lucia respirò a fondo, sentendo la tensione scivolarle via dalle spalle.

**********************

I giorni seguenti furono come una favola, per Lucia e Marco come se avessero trovato rifugio in un altro mondo, senza urla né rimproveri né paura. Si trasferirono in un piccolo ma accogliente appartamento nel quartiere vicino: pareti chiare, finestre luminose, vista su un cortile tranquillo pieno di alberi.

Marco trovò presto lavoro in una ditta di costruzioni locale la sua esperienza da ingegnere era molto apprezzata. Ogni mattina si svegliava col sorriso di papà e la colazione preparata insieme: Lucia tagliava frutta, Marco cucinava omelette o toast. Il profumo di caffè si mescolava a cannella e vaniglia. La sera passeggiavano al parco, davano da mangiare alle anatre, giocavano a carte o guardavano film avvolti nello stesso plaid. Lucia si sentì finalmente felice leggera, libera, viva.

Una mattina, durante la colazione, Lucia porse con mano tremante il diario al padre:

Guarda papà, ho preso otto in matematica! nella sua voce cera tanta fierezza ed emozione che il cuore di Marco si strinse.

Marco prese il diario, guardò il voto, poi fissò la figlia e sorrise ampio, sincero:

Fantastica! Vedi che senza tutto quel peso le cose riescono meglio? Sono così orgoglioso di te! Sei unica.

Lucia lo abbracciò stretto. Non doveva più temere, nascondersi, giustificarsi. Accanto a papà si sentiva protetta, amata, importante.

Papà, chiese timidamente, guardandolo negli occhi, possiamo un giorno andare allo zoo? Non vado da tanto Mi piacerebbe vedere la giraffa, è così alta e le scimmiette che sono simpaticissime

Certo che ci andiamo! esclamò Marco, agitandole i capelli. Questo fine settimana si parte. Portiamo i panini, diamo da mangiare ai piccioni allingresso, poi vediamo tutti gli animali. E magari facciamo una bella foto insieme ad uno di loro. Che ne dici?

Bellissimo! rise Lucia, e la sua risata risuonò chiara come un ruscello di primavera.

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Intanto Giulia vagava per lappartamento vuoto, senza pace. Il silenzio le pesava addosso, il senso di solitudine la corrodeva. Come aveva potuto lasciarla così Marco? Come era stato possibile che le portasse via la figlia?

Sedeva al tavolo della cucina, la testa fra le mani, a meditare vendette. Mille pensieri le vorticosi dentro, uno più amaro e oscuro dellaltro:

Prima gli farò perdere il lavoro ho amici in quella ditta di costruzioni. Basta una lettera anonima su quanto è inaffidabile E Lucia Lucia posso spaventarla. Metterò qualcosa nel suo zaino, poi la accuserò di furto. O scriverò lettere anonime alla scuola dicendo che ha una cattiva condotta

Prese un quaderno e cominciò ad annotare idee, calcando la penna tanto forte che quasi si spezzava. Ogni pensiero le sembrava geniale, salvatore:

Potrei danneggiare la loro nuova casa provocare un allagamento o un piccolo incendio. O pagare qualcuno che li spaventi Meglio ancora: raccontare a tutti che Marco è un pessimo padre, che ha maltrattato me per anni

Giulia era così immersa nei suoi pensieri che non si accorse dellingresso della madre una donnina minuta, capelli grigi, occhi affaticati ma gentili.

Giulietta, che stai facendo? chiese preoccupata la madre, sbirciando il quaderno. Il tono era gentile, ma pieno di ansia.

Giulia trasalì e richiuse il blocco, come fosse stata colta in flagrante.

Nulla, mamma, solo la lista delle cose da fare in settimana, cercò di mentire, ma la voce tremava.

Cose da fare? la signora prese il quaderno e ne lesse qualche riga. Impallidì. Gli occhi le si riempirono di dolore. Ma che stai dicendo? Vuoi davvero vendicarti di tuo marito e di tua figlia? Capisci che è follia?

Mi hanno tradita! gridò Giulia, la voce spezzata dal rancore. Mi hanno lasciata sola, mi hanno portato via Lucia!

La tua famiglia lhai distrutta tu rispose con fermezza la madre Guardati, sei accecata dal desiderio di vendetta. Della bambina non ti occupi. Hai bisogno di aiuto, Giulietta. Di uno bravo.

Dallo psicologo? Ma cosa dici?! protestò Giulia, ma qualcosa in lei tremò.

Proprio così, continuò la madre. O lo fai tu, o ti ci porto io. Non puoi continuare così, distruggi te stessa e gli altri.

Giulia voleva ribattere, ma si sentì improvvisamente svuotata di forze. Si lasciò cadere sulla sedia, le spalle curve, gli occhi pieni di lacrime.

Mamma non so cosa mi succede sussurrò, con una voce così fragile da sembrare tornata bambina. Tanta rabbia, tanta gelosia pensavo che Lucia mi aveva tolto Marco, che era colpa sua Non volevo essere così, ma non riuscivo a fermarmi

La madre la abbracciò, le accarezzò i capelli:

Vedi? Hai bisogno di aiuto, davvero. Cominciamo con una visita, dai. Fallo per te, per Lucia, per tutti.

Giulia scoppiò a piangere e annuì. Per la prima volta, si fece strada nel cuore una speranza forse non tutto era perduto. Magari avrebbe potuto ricominciare, imparare a vivere diversamente, anche con sua figlia.

**************************

Quella sera stessa Marco e Lucia stavano seduti sul divano a guardare un cartone animato. Lucia si stringeva a lui, sentiva il suo calore, il battito regolare del cuore. Una luce soffusa scaldava la stanza, mentre fuori scrosciava una pioggia lieve; le gocce sulla finestra sembravano una ninna nanna.

Papà, domandò con voce timida, sollevando lo sguardo, pensi che mamma potrà mai cambiare? Potrà mai volermi bene?

Marco rifletté, accarezzandole piano i capelli. Nei suoi occhi una tristezza profonda: sapeva quanto Lucia avesse sofferto, e quanto ancora sperasse nellamore materno. Scegliendo le parole più sincere, ma che non la ferissero, le rispose piano:

Vedi, Lucia, le persone possono cambiare, ma devono volerlo davvero. Devono capire di aver sbagliato. Tua madre ora è confusa, arrabbiata, forse anche infelice. Non è cattiva, solo ha bisogno di aiuto e di tempo.

Lucia sospirò e si stringse ancora di più a lui, appoggiando la testa alla sua spalla.

E se non cambiasse mai? Se non mi volesse mai bene?

Anche se fosse, Marco le prese la mano, ricordati che il tuo valore non dipende da lei. Sei una bambina eccezionale: buona, intelligente, sensibile. Se tua mamma non lo vede adesso, non è colpa tua. Limportante è che io ci sono, e ti vorrò bene per sempre, qualunque cosa accada.

Lucia alzò gli occhi, e per la prima volta le lacrime erano di gratitudine, non di dolore.

Grazie, papà A volte mi sentivo così sola Tu però hai sempre le parole giuste

Perché ti voglio bene, piccola mia sorrise Marco. Siamo una squadra, io e te. E se un giorno tua mamma vorrà davvero cambiare e rispettarti, noi saremo pronti ad ascoltarla. Ma solo allora, quando saprà apprezzarti davvero.

Lucia annuì, pensierosa, guardando i personaggi del cartone ballare felici. In testa le giravano le parole del padre. Per la prima volta, osò immaginare un futuro diverso. Forse un giorno anche lei e la madre sarebbero riuscite a parlarsi senza urla, magari anche ad abbracciarsi.

Papà, posso invitare domani Martina a casa nostra? Non la vedo da una vita, ogni tanto me lo chiede

Certo che puoi! rispose Marco sorridente. Faremo una piccola festa: biscotti, cartoni e giochi da tavolo. Che ne pensi?

Che bello! esclamò Lucia felice. Mi manca tantissimo avere delle amiche Prima mamma non voleva, diceva che distraevano troppo dallo studio.

Ora è diverso, ammiccò Marco. Avrai tanti amici, giochi, giorni sereni. E lo studio seguirà il suo corso, senza pressioni. Quel che conta è che tu cresca serena.

Lucia sorrise, sentendo dentro di sé sbocciare qualcosa di luminoso e nuovo come un fiore di primavera. Ora sì che tutto sarebbe andato bene.

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