Il ripostiglio e le scale musicali Non era entrata nel ripostiglio per cercare ricordi, ma per pren…

Sai, ieri sono andata in ripostiglio non per cercare ricordi, ma semplicemente per prendere un barattolo di cetriolini sottaceto da mettere nellinsalata. Mentre rovistavo tra gli scaffali, dietro la scatola delle luci di Natale, mi è saltato allocchio langolo di una custodia che proprio non doveva più essere nella mia casa. Il tessuto era annerito, la cerniera si inceppava. Ho tirato e ne è venuta fuori la sagoma lunga, stretta, una specie di ombra: era la custodia del violino.

Ho appoggiato il barattolo sopra uno sgabello vicino alla porta per non dimenticarlo, poi mi sono accovacciata proprio lì, come se così fosse più facile non decidere nulla. La cerniera ha ceduto al terzo tentativo. Dentro, il violino riposava. La vernice era opaca in certi punti, le corde flosce, larchetto sembrava una scopa di vecchiaia. Eppure era inconfondibile, e qualcosa dentro di me si è acceso, come un interruttore.

Mi sono ricordata di quando, in terza superiore, giravo mezza Milano trascinandomi dietro quella custodia, con la vergogna di sembrare ridicola. Poi sono arrivati listituto tecnico, il lavoro, il matrimonio, e a un certo punto ho smesso di andare al conservatorio, che bisognava correre nella vita vera. Il violino era rimasto a casa dei miei, poi mi aveva seguito nel trasloco insieme alle cose, e ora stava lì, in ripostiglio, tra sacchetti e scatole. Niente offese, solo dimenticato.

Lho preso con cura, quasi avessi paura di sbriciolarlo. Il legno si è scaldato subito nella mia mano, anche se in ripostiglio faceva fresco. Le dita hanno trovato il manico da sole, e mi sono sentita subito goffa: la mano non ricordava più nulla, come se stessi toccando una cosa altrui.

In cucina lacqua bolliva. Mi sono alzata, ho chiuso la porta del ripostiglio, lasciando fuori la custodia, appoggiata al muro del corridoio. Ho spento il fuoco. Linsalata si poteva fare anche senza cetriolini. Mi sono accorta che già stavo trovando scuse.

La sera, con la cucina in ordine e solo qualche briciola di pane sul tavolo, ho portato la custodia in soggiorno. Mio marito era sul divano, fisso davanti alla TV, passava i canali senza davvero ascoltare. Ha alzato lo sguardo.

Coshai trovato lì?
Il violino, ho risposto, stupita dalla mia calma.

Ah. Esiste ancora? ha fatto una smorfia, ma era la solita sua ironia, quella di casa.

Non so, vediamo.

Lho posato sul divano, sopra un vecchio asciugamano, così non graffiavo la stoffa. Ho tirato fuori violino, archetto, la scatolina di pece. La pece era crepata come il ghiaccio sulle pozzanghere. Ho strofinato larchetto sopra, i crini appena la sfioravano.

Laccordatura è stata unumiliazione a parte. I piroli duri, le corde che stridono, una si è subito rotta e mi ha colpito il dito. Ho bestemmiato piano, che non sentissero i vicini. Mio marito ha ghignato.

Ma perché non porti da un liutaio? mi ha suggerito.

Magari, ho risposto, anche se mi veniva da mordermi: non su di lui, ma su me stessa che nemmeno sapevo sistemare due corde.

Ho aperto il cellulare, avviato unapp per accordare, poggiata sul tavolino. Sul display le lettere, la lancetta impazzita. Ruotavo il pirolo, ascoltando il suono che si perdeva o sparava in alto. La spalla è diventata di pietra, le dita mi facevano male.

Finalmente il violino ha smesso di suonare come il filo del tram al vento. Lho alzato sotto il mento. Il poggiamento freddo, la pelle del collo sottile. Ho provato a stare dritta, come insegnavano, ma niente: la schiena rigida. Ho riso da sola.

Che fai, un concerto? ha chiesto mio marito, senza staccarsi dalla TV.

Per te, gli ho detto. Preparati.

La prima nota pareva un lamento. Larchetto tremava, la mano non teneva la linea. Ho fermato tutto, ho respirato e riprovato. Ecco, meglio. Ma mi sentivo comunque a disagio.

Era una vergogna adulta, diversa da quella da ragazzina, che ti pare che tutto il mondo ti guarda. Qui il mondo non guardava. Qui cerano solo le pareti, mio marito e le mani che nemmeno mi sembravano mie.

Ho fatto suonare le corde a vuoto, conto mentale come una volta. Poi ho tentato la scala di Re maggiore, e le dita della sinistra si sono perse. Non ricordavo dove piazzare il secondo, dove il terzo. Le dita ormai larghe, i polpastrelli sbagliavano. Nessuna fitta, solo la pelle troppo tenera.

Non preoccuparti, ha detto lui, un po a sorpresa. Ci vuole tempo nessuno nasce imparato.

Ho annuito, ma non sapevo nemmeno se lo dicevo a lui o a me stessa. O al violino.

Il giorno dopo sono andata dal liutaio vicino a Porta Romana. Niente di poetico: porta in vetro, bancone, appesi alle pareti chitarre e violini, odore di vernice e polvere. Il liutaio, un ragazzo coi capelli raccolti e lorecchino, ha preso larnese con sicurezza, tipo che per lui era il pane.

Le corde vanno cambiate, di sicuro, mi ha detto. I piroli da oliare, il ponticello da regolare. Anche larchetto andrebbe ristrutturato, ma costa di più.

Ho sentito costa di più e si sono accesi i pensieri: bollette, medicine, il regalo per il compleanno della nipote. Stavo per dire Va bene, lasciamo stare. Invece ho chiesto:

E se facessi solo corde e ponticello, per ora?

Certo. Suonerà.

Ho lasciato il violino, mi ha dato la ricevuta che ho messo nel portafoglio. Uscendo, mi sembrava di aver lasciato dal liutaio un pezzo di me che dovrò riprendere funzionante.

Tornata a casa ho acceso il portatile e cercato lezioni di violino per adulti. Lespressione mi faceva ridere. Per adulti. Come se ci fosse una specie a parte, da trattare con cautela e lentezza.

Ho trovato degli annunci: promesse di risultati in un mese, altri approccio personalizzato. Ho chiuso tutto, troppo stress. Poi ho riaperto e ho scritto a una signora insegnante lì in zona: Buongiorno, ho 52 anni. Vorrei riprendere a suonare. È possibile?

Mandato il messaggio, mi son pentita subito. Avrei voluto cancellare tutto, come se stessi confessando una debolezza. Ma ormai era fatto.

La sera è passato mio figlio. È entrato, mi ha dato un bacio sulla guancia, chiesto del lavoro. Ho messo il bollitore, tirato fuori dei biscotti. Ha visto la custodia in un angolo del salotto.

Ma cosè, il violino? ha chiesto, sorpreso.

Sì. Lho trovato. Voglio fare un tentativo.

Mamma, fai sul serio? Sorrideva, ma più sorpreso che ironico. Ma sono anni che

Appunto, ho detto. Proprio per quello voglio ricominciare.

Si è seduto, giocherellava col biscotto.

Ma per cosa ti serve? Finalmente mi ha chiesto. Sei sempre stanca.

Sentivo la solita difesa: spiegare, giustificare, dimostrare che me lo merito. Ma le spiegazioni fanno pena.

Non lo so, ho detto sincera. Voglio solo farlo.

Lui mi ha guardato con più attenzione, come se vedesse non solo la mamma pratica, ma una donna che ha ancora desideri suoi.

Va bene, mi ha detto. Basta che non ti stressi troppo. E poveri i vicini.

Ho riso.

I vicini si abitueranno. Suono di giorno.

Quando se nè andato, mi sono accorta che mi sentivo più leggera. Non perché lui avesse approvato, ma perché non avevo dovuto giustificarmi.

Due giorni dopo sono tornata dal liutaio. Le corde erano nuove, il ponticello perfetto. Il ragazzo mi ha spiegato come tendere bene e dove non lasciarlo mai.

Mai mettere vicino al termosifone, mi raccomanda. Sempre nella custodia.

Ho annuito come una novellina. Casa, ho appoggiato la custodia sullo sgabello, aperta: sono rimasta a guardare il violino, timorosa di magari rovinarlo di nuovo.

Il primo esercizio, proprio il più basic: archetto lungo sulle corde a vuoto. Da piccola lo vedevo una penitenza. Ora era una salvezza. Niente musica, niente giudizi. Solo il suono e lintenzione di renderlo regolare.

Dieci minuti e mi faceva male la spalla, dopo un quarto dora il collo bloccato. Ho interrotto, rimesso il violino in custodia, chiuso la cerniera. Dentro mi saliva il nervoso: per il corpo, per letà, per la fatica che ora ci vuole in più.

Sono andata in cucina, mi sono versata un bicchiere dacqua e guardavo fuori. Al parco giochi ragazzini sulle bici elettriche, grasse risate. Mi sono sorpresa invidiosa non della gioventù, ma della loro sfacciataggine. Cascano, risalgono, nessuno pensa sia troppo tardi per imparare lequilibrio.

Sono tornata in sala e ho riaperto la custodia. Non perché dovessi, ma proprio per non chiudere la giornata col nervoso.

La risposta della maestra è arrivata in serata: Buongiorno! Certamente si può. Vieni, iniziamo dalla postura e qualche esercizio semplice. Letà non è un ostacolo, serve solo pazienza. Ho letto due volte. Pazienza era schietto, mi rassicurava.

Al primo appuntamento sono uscita con il violino in mano, gelosa come se portassi qualcosa di fragile e prezioso. In metropolitana, qualche sguardo, anche uno-due sorrisi. Magari giudicavano. Meglio, pensavo: che guardino pure.

La maestra era una donna sui quarantanni, capelli corti, occhi svegli. Ci siamo trovate in una sala con pianoforte, spartiti sugli scaffali e una mini-sedia per bambini.

Vediamo, mi ha detto. Provi a tenerlo.

Appena lho afferrato lei ha capito subito: la spalla su, il mento bloccato, la mano sinistra rigida come il legno.

Nessun problema, mi ha detto gentile. È normale. Cominciamo standoci solo insieme. Sentire che il violino non è un nemico.

Mi sono venute da ridere e anche un po di vergogna: imparare a tenere il violino a cinquantadue anni! Però era anche liberatorio. Nessuno si aspettava che fossi brava. Solo che ci fossi.

Alla fine della lezione avevo le mani che tremavano come dopo ginnastica. La maestra mi ha lasciato due cose da fare: dieci minuti al giorno sulle corde a vuoto, poi una scala, nullaltro. Meno, ma ogni giorno, mi ha detto.

Arrivata a casa mio marito mi ha chiesto:

Comè andata?

Dura, ho detto. Però bene.

Sei contenta?

Ho pensato. Contenta non era la parola giusta. Ero agitata, mi sentivo buffa, anche un po esposta ma cera una strana leggerezza.

Sì, ho risposto. Ecco, mi sembra di tornare a fare qualcosa con le mani, non solo lavorare e cucinare.

Dopo una settimana ho provato una melodia che ricordavo dallinfanzia. Ho trovato la partitura online, stampata in ufficio, nascosta nella cartella dei documenti (che nessuno chiedesse spiegazioni). A casa ho improvvisato un leggio con un libro ed una scatola.

Il suono sfarfallava, larchetto prendeva anche altre corde, le dita andavano a vuoto. Mi fermavo, riprendevo. A un certo punto mio marito ha infilato la testa nella stanza.

È bello, mi dice con cautela, come se dovesse animarmi.

Non dire bugie, ho scherzato.

Giuro, è riconoscibile.

Ho sorriso. Riconoscibile, in fondo, è quasi un apprezzamento.

Nel week-end è venuta la nipotina, sei anni. Ha subito visto la custodia.

Nonna, che cosè quello?

Il violino.

Tu lo sai suonare?

Avrei risposto una volta. Ma per lei esiste solo il presente.

Sto imparando, dico.

Si accomoda sul divano, mani sulle ginocchia come a una recita.

Fammi sentire.

Mi è venuto il panico. Davanti a una bambina è peggio che con i grandi, loro sentono tutto pulito.

Va bene, prendo il violino.

Ho suonato quella melodia massacrata tutta la settimana. Al terzo passaggio, larchetto scivola, il suono fischia. La nipote non fa una piega. Inclina la testa.

Ma perché stride?

Perché la nonna non sa ancora guidare bene larchetto, rispondo ridendo.

Lei ride anche.

Ancora! dice.

E ripeto. Non è venuto meglio, ma non mi sono fermata per la vergogna. Ho solo portato la melodia fino in fondo.

La sera, con la casa silenziosa, ero da sola in soggiorno. Sul tavolo le stampe delle note, la matita a segnare dove inciampo. Il violino chiuso nella custodia, ma la custodia resta lì accanto al muro: promemoria che ora è parte della mia giornata.

Imposto il timer sul cellulare per dieci minuti. Non per obbligarmi, ma per non strafare. Apro la custodia, prendo il violino, controllo la pece, larchetto teso. Portato al mento, respiro.

La nota esce più gentile che al mattino. Poi si perde di nuovo. Stavolta non imprecavo. Sistemato la mano, ricominciato il lungo archetto, concentrata su quel suono che resta e vibra.

Quando il timer suona, non poso subito. Finisco larchetto, ripongo il violino, chiudo la custodia. La lascio accanto al muro, non in ripostiglio.

So che domani sarà la stessa storia: un po di imbarazzo, un po di fatica, qualche secondo di suono pulito. Ed è tutto ciò che mi serve per continuare.

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