Lenka cantava di gioia, e come darle torto!

Mariangela cantava di gioia, e come non farlo!
Finalmente aveva una casa tutta sua, una vera casa, senza la padrona acida di Via Cavour che spegneva la luce alle undici in punto e controllava il gas sotto la pentola che bolliva sempre troppo in fretta. Niente più divieti assurdi: niente phon, niente piastra per capelli, che poi si rovina tutto, diceva sempre la signora Giovanna.
In bagno solo doccia, niente bagno caldo, una volta al giorno a scelta tra mattina e sera, ma comunque la signora Giovanna stava dietro la porta a bussare per farle chiudere lacqua.
Un anno intero sotto il peso della signorina Giovanna, convinta di essere mentore e guida spirituale di Mariangela. Appena compiuti diciotto anni, Mari decise di convincere i suoi genitori a lasciarla andare in uno studentato.
Anche quello fu un viaggio onirico: blatte e cimici come compagni di stanza, padelle portate via mentre cuocevano le patate e coinquiline che portavano fidanzati a tutte le ore.
Stringeva i denti, sopportava tutto, finché suo padre a una visita improvvisa vide il caos e la riportò indietro senza possibilità di replica.
Per cinque anni ancora Mariangela visse in affitto dalla nonna Assunta, una vecchietta dolce e un po bizzarra, che comunque lei adorava.
Poi arrivò il lavoro: Mariangela tornò a vivere dalla nonna, lavorando e risparmiando centesimo su centesimo, sognando una casina anche minuscola ma sua, una vera tana dove poter respirare.
Mentre le altre ragazze si ingegnavano per flirtare e spendere lo stipendio in borsette e sciarpe alla moda, lei calcolava ogni euro, posando mattoncini invisibili al suo futuro.
La stessa nonna Assunta ogni tanto la implorava: Riposa, Mari! Non ammazzarti così!, ma lei, tenace, avanzava testarda verso il sogno.
Un giorno i genitori arrivarono all’improvviso e il papà, emozionato, rivelò la grande decisione presa insieme a mamma e nonna Lelia.
La nonna Lelia, parente lontana paterna, senza figli né marito, aveva insegnato lingue antiche a scuola fino a novant’anni: carattere severissimo, aveva litigato con mezzo parentado, unica eccezione il papà di Mariangela.
A Mariangela mamma Lelia voleva un gran bene: anche lei era stata maestra.
Un giorno la nonna chiese proprio a suo nipote (il papà di Mari) dopo lennesima spesa di famiglia, di aiutarla ad entrare in casa di riposo.
Il papà allora, silenzioso, andò con la moglie a vedere la casa proposta dalla nonna, poi, senza dir nulla a lei, sistemò invece la camera di Mariangela per ospitare la vecchina.
Tanto la figlia viveva già in unaltra città.
Nonna Lelia, vecchia ma lucida, disse a suo nipote di non preoccuparsi troppo: sapeva di avere un carattere tremendo, capace di rovinare il bel ricordo che negli anni si erano fatti tutti di lei.
Ma il papà e la mamma insistevano: volevano soltanto tranquillità, visto che tra lavoro, il gatto Mimmo e il pappagallo Gino, trovare qualcuno che badasse a tutti quando partivano era quasi impossibile.
Ora con la nonna Lelia in casa tutti si sentivano più sicuri e nessuno si doveva più preoccupare, né della spesa né di restare soli: si mangiava tutti insieme, si divideva tutto, il babbo poteva andare a pescare e la mamma trovare compagnia.
Alla fine la nonna accettò, felice di essere ancora parte di un piccolo mondo, nonostante tutto.
Si godeva lamore dei suoi cari, irrorata di dolcezza come una pianta amata, poi un giorno se ne andò, lasciando tutte le sue cose in eredità al nipote, il padre di Mariangela.
A Mari, invece, lasciò una vecchia collana, appartenuta alla bisnonna e mai venduta, neppure nei tempi bui; Mariangela la accolse con le lacrime agli occhi, accarezzando spesso le pietre, pensando alla nonna.
Fu il padre a proporle di vendere lappartamento della nonna e comprarne uno proprio per lei nella città dove ormai aveva messo radici.
Ed ecco: così Mariangela si trovò proprietaria di una casetta con due stanze. La signora che labitava lasciò detto che in quella casa restava solo buona energia, e Mari, felice, si immergeva nei lavori: papà e mamma venivano spesso ad aiutarla a imbiancare e montare mobili.
Mari proponeva idee folli di arredamento; papà aveva la pazienza di eseguire ogni suo sogno, e alla fine l’appartamento quasi danzava di colori e armonie che la fecero innamorare anche della città sconosciuta, ora sua.
Al lavoro Mari conobbe Claudia, una ragazza spumeggiante: in breve divennero amiche del cuore, Claudia spesso la raggiungeva per un piatto di pasta o una chiacchiera in terrazza.
Un giorno Mari raccontò: da piccola scappava col suo vicino, Giulia, e si stendevano a prendere il sole sul tetto dellimmenso palazzo.
-Forte, disse Claudia e se andassimo anche noi?
Si misero a ridere. Ma Mari aggiunse: Una volta restammo chiuse fino a sera, perché il portinaio, il signor Giuseppe, mezzo sordo, chiuse la porta. Urlavamo ma non ci sentiva. Solo papà ci trovò, di ritorno dal lavoro, quasi guidato da un sogno.
Ti sei presa una bella sgridata? domandò Claudia.
Macché! rise Mari Papà mi viziava, la mamma era la severa, lui mi copriva sempre
Che fortuna! Io invece qualche fascia lho beccata! Ma senti, perché non chiediamo al portinaio il permesso per prendere il sole in pace?
Così fecero: il portinaio, il signor Fausto, allinizio si impuntò: non si può, se succede qualcosa? Ma le ragazze lo rassicurarono: Siamo due adulte, solo un po di sole
E così passarono mezza domenica stese tra le antenne e le nuvole, con lo sguardo perso sullorizzonte, come in un quadro di De Chirico.
Tornarono altre volte su, prendendo le chiavi dal buon Fausto.
Un giorno, mentre si apprestavano a scendere, sentirono uno scricchiolio: dietro una colonna, seduta ordinata e pettinata, cera una donna anziana che mangiava pane e salame.
Buongiorno, lei chi è? domandarono allunisono.
Io? Sono la signora Esterina.
Mariangela trasalì: riconobbe in lei la precedente padrona di casa.
Ma lei ha venduto lappartamento a me, vero?
Sì! Proprio tu, la ragazza gentile rispose Esterina, arrossendo e iniziando a piangere tra le fette di salame.
La donna cominciò a raccontare con voce sognante.
Ho cresciuto mio figlio Michele da sola, sai? Mio marito sparì per unaltra, la solita storia.
Michele era cagionevole, la mia vita era tutta per lui. Studiò, prese la laurea e subito dopo la specialistica.
Al lavoro faceva carriera ma con le donne era un disastro. Poi un giorno mi presentò Lucia. Lei sembrava brava ragazza, svelta a far la casalinga: puliva, cucinava, sapeva stare dietro a Michele come nessuna.
Io finalmente pensavo di godermi un poco la pace.
Michele già aveva comprato una casa più grande, ma preferiva vivere ancora con me.
Presto però nacque Edoardo, poi Pietro e infine Serena. Da quel momento Lucia e Michele mi proposero di vendere la mia vecchia casa: tanto vivevo con loro, dicevano.
Ed è iniziato il piccolo inferno.
Lucia tornò presto a lavorare, lasciandomi con i bambini: tre diavoletti perennemente in movimento.
Poi mi sono ammalata: pressione altissima, il dottore mi ordinò calma e tranquillità. Ma dove trovarlo, il silenzio, in mezzo a quei tre uragani?
Lucia pensava alleducazione lei: a me spettava cucinare, dar da mangiare, cambiare i bambini se si sporcavano, far loro leggere le favole e mantenere la casa in un ordine sopranaturale. Colazioni perfette per il rientro serale di padre e madre.
La sera, quando tutti erano a letto, mi sedevo sulla poltroncina e finalmente leggevo due pagine. Più spesso crollavo dal sonno.
Dai mamma, il movimento è vita! mi diceva Michele ogni volta che io provavo a spiegare che ero stanca, ma lui non ci arrivava.
Unestate, andati tutti al mare a Rimini, io sola coi tre bambini pensavo di non farcela.
Non è che non li amassi, ma ero stremata. Così presi a dire che sarei andata a trovare unamica. E invece me ne andavo in giro, nei musei o al parco.
E dove dormiva? chiesero le ragazze.
Ma io destate non dormo, sto sulla panchina lungo il Naviglio, guardando i gabbiani e il tram con le luci blu che parevano illusioni.
Quel giorno, sono tornata sotto il mio, ormai vostro, palazzo. Ho visto che il portone era aperto, sono salita pensavo persino di dormirci, sul tetto, come faceva da piccolo Michele.
Ma che follia! sindignarono le due.
A fatica Mariangela e Claudia convinsero Esterina a seguirle per una pasta e un caffè.
Oh, che cambiamento qui dentro! sospirò la vecchia Ti invidio sul serio, cara Mariangela. Ah, quanto rimpiango quel giorno che ho ascoltato Michele e Lucia Non fraintendere!
Senta dice Mariangela venga da me, davvero!
No, non posso! Mi vergogno
Cè posto, davvero!
Senta, ma la casa allora? chiese Claudia, prendendo carta e penna Che fine hanno fatto i soldi?
Tesoro, sono andati a loro, mi dissero che metà dei soldi mi sarebbero dovuti restare, messi in una banca
Con quella cifra può comprarsi una monolocale, ragionò Claudia.
E noi ti aiutiamo col trasloco! aggiunse Mari.
Ma io davvero
Si fidi di noi!
Un mese dopo Esterina abitava di nuovo nel suo vecchio quartiere, in una monolocale piena di luce, tappezzata di piante.
Nessuno seppe cosa disse Claudia a Michele al lavoro, ma lui per giorni si trascinò biascicando scuse e rimproverando la madre: Se stavi così male, perché non hai detto niente, mamma mia? Lucia invece non rivolse più parola alla suocera.
I nipoti decisero che avrebbero dormito a turno dalla nonna, e pian piano Lucia si rassegnò: i bambini finirono felici allasilo.
Nel frattempo Esterina e Mari si facevano compagnia, ogni tanto musei, ogni tanto cinema.
Sai che cè? disse Claudia Quando sarò vecchia, resterei a vivere nella mia casa, nessuno mi convincerà a lasciarla! Che idea, dormire sulle panchine destate e scappare sui tetti
Concordo, soggiunse Mariangela, ridendo tra le nuvole.
Buongiorno a voi, care amiche!
Grazie che siete con me in questa follia sognante!
Vi abbraccio forte forte!

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