Giuseppe incontrò la sua ex moglie e il suo volto diventò letteralmente verde d’invidia. Chiuse con forza la porta del f

Giuseppe vide la sua ex moglie e il viso gli si fece verde d’invidia.

Chiuse con forza la porta del frigorifero.

Tutto il contenuto sobbalzò. Un magnete cadde a terra con un tonfo secco.

Chiara era davanti a lui, pallida, le mani chiuse a pugno.

— Ti senti meglio adesso? — disse, sollevando il mento.

— Mi hai stancato, — rispose Giuseppe, con voce finta calma. — Che vita è questa? Senza gioia, senza futuro.

— Quindi è sempre colpa mia? — ribatté Chiara amara. — Certo, non siamo nei tuoi sogni.

Lui fece solo un gesto con la mano.

Aprì una bottiglia d’acqua, bevve un sorso, la posò senza cura sul tavolo.

— Giuseppe, non restare in silenzio, — disse Chiara, la voce tremante. — Dimmi una volta per tutte cosa non va.

— Cosa dovrei dire? — scattò lui. — Sono stufo di tutto questo. Al diavolo!

Si guardarono in silenzio per qualche secondo.

Chiara respirò profondamente e andò in bagno.

Giuseppe si lasciò cadere sul divano.

Oltre la porta si sentì l’acqua scorrere. Chiara piangeva, nascosta dal rumore.

A lui non importava più.

Tre anni prima si erano sposati.

All’inizio vivevano nell’appartamento di Chiara, eredità dei suoi genitori. Poi si erano trasferiti in campagna, lasciando l’appartamento alla figlia.

La casa era grande, ma vecchia. I mobili parlavano di un’altra epoca.

Giuseppe all’inizio era contento: centro città, vicino al lavoro.

Col tempo, tutto cominciò a irritarlo.

A Chiara piaceva quella “fortezza di famiglia”, con le pareti marroni e il vecchio buffet.

Giuseppe vi vedeva solo stagnazione.

— Chiara, dillo chiaramente, — ripeteva. — Non vuoi cambiare questo linoleum giallo orribile?

— Al momento non abbiamo soldi per il restauro, — rispondeva lei calma. — Aspettiamo il premio.

— Aspettare?! Ecco la tua filosofia: sopportare e aspettare!

Giuseppe ricordava come si era innamorato di Chiara.

Allora era una studentessa modesta, con occhi azzurri sinceri e un sorriso dolce.

Diceva agli amici: “È un bocciolo che deve ancora sbocciare”.

Ora gli sembrava che quel fiore non fosse mai fiorito. Che fosse già appassito.

Chiara non si sentiva invisibile. Viveva come riteneva giusto.

Amava le piccole cose: una tazza di tè alla menta, un tovagliolo nuovo, una serata con un libro.

Per Giuseppe, era solo routine.

Non divorziarono subito. Lui non voleva tornare dai genitori.

La madre di Chiara, Tamara, difendeva sempre la figlia.

— Figliolo, Chiara è una brava ragazza. Sii felice di avere una casa.

— Mamma, non capisci nulla! — si irritava Giuseppe.

Il padre scuoteva solo la testa:

— Che se la cavi da solo.

A casa, Giuseppe diventava sempre più freddo.

“È come un’ombra, un fantasma grigio”, pensava.

Un giorno esplose:

— Ho visto in te un bel fiore! E ora vivo con un bocciolo congelato…

Chiara, per la prima volta dopo mesi, pianse.

Quel giorno tutto crollò.

— Chiara, sono stanco, — disse Giuseppe piano.

— Di cosa? — chiese lei.

— Di questa vita. Di questa routine infinita.

Chiara prese la borsa e se ne andò.

Giuseppe sperava che tornasse a chiedergli di restare.

Invece lei disse, calma:

— Forse è meglio che vivi da solo per un po’. Trasloca.

Giuseppe scoppiò:

— Non me ne vado!

— Questa è casa dei miei genitori, — disse Chiara fredda. — Non voglio più vivere con chi mi considera un peso.

Giuseppe dovette andarsene. Poche settimane dopo arrivò il divorzio.

Passarono tre anni.

Giuseppe viveva ancora dai genitori. Cercava di ricominciare, ma la fortuna non lo aiutava.

Il lavoro rendeva poco. Le gioie erano piccole e rare.

Una sera di primavera, camminando in centro, passò davanti a un caffè.

Guardò dentro la vetrina e si fermò di colpo.

Sulla soglia c’era Chiara.

Ma non era la Chiara che ricordava.

Davanti a lui c’era una donna sicura di sé. Acconciatura curata, cappotto elegante, chiavi d’auto in mano.

— Chiara? — disse lui, sorpreso.

Lei si voltò, lo riconobbe, sorrise.

— Giuseppe? Ciao! Come stai?

— Sì… bene, — balbettò lui.

Il verde d’invidia gli salì fino alle orecchie.

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