Tornavo dalla chemioterapia, con mio figlio accanto.
Il vagone era pieno, ma io non pensavo a nessuno.
Pensavo solo a restare seduta.
«Non ha intenzione di alzarsi?»
La voce tagliò l’aria come una lama.
Le gambe mi tremavano, lo stomaco era sottosopra.
Mio figlio Matteo mi teneva la mano.
«Io dico a lei. Si alzi» ripetè la signora.
Indicò il mio posto con il dito.
«I giovani d’oggi non hanno più rispetto» disse ad alta voce.
Guardai intorno al vagone.
C’erano uomini giovani seduti, indifferenti.
Uno guardava il telefono, un altro dormiva.
Ma la signora aveva scelto me.
Forse per la felpa con il cappuccio, che copriva la testa senza capelli.
«Mi dispiace, non mi sento bene» dissi piano.
Lei rise, secca e dura.
«Certo, certo. Sono tutti malati quando non vogliono fare niente.»
Matteo stringeva più forte la mia mano.
«La mia mamma è stanca» disse lui.
La signora lo guardò con disprezzo.
«I bambini non devono interrompere» rispose subito.
«E poi, potrebbe metterlo sulle ginocchia» aggiunse.
«Occupa due posti come se fosse la padrona del treno» disse ancora.
Mi sentivo piccola, fragile, esposta.
Avevo voglia di piangere, ma mi trattenni.
Perché dovevo spiegare la mia malattia a una sconosciuta?
Perché il dolore altrui non si vede subito?
Matteo mi guardò, preoccupato.
«Mamma, stai bene?» chiese piano.
«Sì, amore, resisto» risposi con un sorriso stanco.
La signora continuava a fissarmi, aspettando.
Un uomo seduto vicino alzò gli occhi.
«Signora, forse dovrebbe calmarsi» disse con voce ferma.
Lei lo guardò stupita, ma non rispose.
Il silenzio nel vagone si fece pesante.
Matteo mi stringeva ancora la mano, fiducioso.
Pensai a tutte le battaglie che avevo affrontato.
Pensai alla forza che mi restava, nonostante tutto.
La metro si fermò alla stazione successiva.
Scesi lentamente, aiutata da Matteo.
La signora rimase seduta, senza dire nulla.
Il cuore mi batteva forte, ma ero ancora in piedi.
Camminando, pensai a quante persone giudicano senza sapere.
Quante storie nascoste ci sono dietro un corpo stanco?
Quante battaglie invisibili si combattono ogni giorno?
Guardai Matteo, il suo sorriso mi dava forza.
«Andiamo a casa, mamma» disse lui, stringendomi la mano.
Camminammo insieme, lenti ma uniti.
La vita continuava, nonostante tutto.
E io, nonostante la stanchezza, ero ancora lì.