Ha dato una lezione a marito, suocera e cognata

— Dov’è la cena, Giulia? Ti ho chiesto, dov’è da mangiare?!

Giulia neppure guarda il marito.

Resta seduta sul divano, con la bambina in braccio.

— Silenzio, Leo — sussurra. — Si è appena calmata.

— Non mi interessa — sbotta Leonardo, entrando con la giacca ancora addosso.

— Io lavoro, mantengo te e la bambina.

Voglio trovare la zuppa pronta, non la tua faccia stanca.

— Ho curato tua figlia — dice Giulia alzando gli occhi.

Ha di nuovo le guance piene di bollicine.

I medici non capiscono cosa sia.

— Che vuoi che chieda? Se piange, vuol dire che è viva.

Sei tu la madre, arrangiati.

— È tuo dovere rendermi la vita comoda — continua lui.

— Perché credi che ti abbia sposato? Per i tortellini surgelati?

— Mi hai sposato per comodità — risponde secca Giulia.

— E io sono finita qui perché tutti dicevano: è ora, è ora.

Leonardo si avvicina al passeggino e gli dà un calcio.

Sbatte contro la credenza.

La bambina strilla, disperata.

— Fallo star zitta! — urla lui. — O perdo la pazienza.

Un anno prima, la vita di Giulia era diversa.

Vestiti perfetti, mente brillante, mille progetti.

Leonardo le pareva un principe: bello, sicuro di sé.

Si lasciavano e si riprendevano, tra scenate e riconciliazioni.

Quando lui le chiese di sposarlo, Giulia esitò.

I genitori insistettero.

— Giulietta, quanto vuoi ancora divertirti? — disse la madre.

— Hai ventisette anni. Leo è di buona famiglia.

— Mamma, amo il mio lavoro. Ho appena iniziato un progetto.

— Il lavoro è fumo — disse il padre, senza alzare gli occhi dal giornale.

— Una donna senza famiglia è un albero senza radici.

Giulia cedette. Se ne sarebbe pentita ogni notte insonne.

Il matrimonio fu sontuoso, il mutuo pesante, la gravidanza arrivò presto.

Aspettava un maschio.

L’ecografia disse: è femmina.

Dentro di lei qualcosa si spezzò, senza che capisse perché.

Il parto fu un incubo, tra flebo e corridoi gelidi.

Tornata a casa, si sentiva un vaso rotto, incollato male.

— Perché piange sempre? — chiedeva alla madre.

— Sono colichette, cara. Resisti. Vuole mangiare.

— Non si attacca, mamma, ho dolori ovunque.

— Allora non la stai allattando bene. Sei madre ora.

Leonardo, dopo due settimane di finta premura, svanì.

Gli davano fastidio i pianti, i vestitini, soprattutto il fatto che Giulia non fosse più la sua geisha personale.

***

— Mia madre ha chiamato — disse un giorno Leonardo in cucina.

— Caterina è di nuovo in lacrime.

Caterina, sua sorella, sposata da cinque anni, senza figli.

Ogni foto della nipote le faceva una scena.

— E io che dovrei fare? Scusarmi di essere madre? — rispose Giulia.

— Dovresti essere più umile. Mamma dice che lo fai apposta.

— Tua madre non viene da due settimane. Come fa a saperlo?

— Lo sente! — Leonardo batté il pugno sul tavolo.

— Guardati, sei diventata una vecchia contadina.

— Se mi dessi una mano, se ti alzassi una notte per lei…

— Io lavoro! — urlò lui. — Tocca a te la casa e la bambina.

Sabato andiamo dai tuoi in campagna. Prepara le valigie.

***

In campagna fu peggio.

— Giulia, la tieni male! — gridò sua madre.

— Lasciatemi in pace — rispose lei, rifugiandosi in giardino.

Leonardo parlava di motori col suocero, ignorando moglie e figlia.

— Giulia, che sono quelle chiazze sulle guance? — chiese Maria Grazia, la suocera.

— Se Caterina avesse una figlia, sarebbe più ordinata di te.

— Allora che aspetta a farne una? — rispose secca Giulia.

Maria Grazia si portò una mano al petto, offesa.

— Leonardo! Hai sentito cosa ha detto di tua sorella?

Leonardo afferrò Giulia per il gomito.

— Chiedi scusa a mia madre. Adesso.

— Mi fai male!

— Chiedi scusa!

Il padre di Giulia disse solo, scuro in volto:

— Non rispondere male a tua suocera.

In quel momento Giulia capì: era sola.

***

La crisi arrivò una settimana dopo.

La bambina aveva male alla pancia, Giulia non dormiva da due notti.

Quando la piccola finalmente si addormentò, Giulia si sedette sulle mattonelle della cucina.

La porta sbatté. Leonardo rientrò di pessimo umore.

— Perché ci sono sacchetti della spazzatura in corridoio?

Giulia non rispose, senza forze.

— Alzati e buttali! — la urtò col piede.

— Fallo tu — sussurrò. — Non ce la faccio più, Leonardo.

— Non ce la fai? — la afferrò per la vestaglia, strappandola.

— Guardatela, la principessa stanca.

La bambina si svegliò piangendo.

Leonardo si avvicinò alla culla, la scosse forte.

— Basta!

Giulia corse verso di lui.

— Non toccarla! Lasciala stare!

— Mi ha rovinato la vita! — la colpì con uno schiaffo violento.

Giulia cadde contro l’armadio, sbattendo la testa.

Leonardo tornò alla culla e pizzicò la gamba della bambina.

La piccola urlò con una disperazione mai sentita.

In quel momento, in Giulia qualcosa scattò.

Sparì la paura, restò solo la rabbia.

Afferrò una statuetta pesante dalla mensola.

— Se la tocchi ancora, Leonardo — disse — ti spacco la testa.

Vattene.

Leonardo rimase sbigottito.

— Hai alzato la mano su di me? Sei in casa mia!

— Casa comprata insieme — disse lentamente Giulia.

— La metà è mia. Ma adesso non m’importa.

Vai via, prima che chiami la polizia e fotografi i lividi.

Ho la tua mano stampata in faccia, e segni sulla pelle di nostra figlia.

Non finirai in galera, ma ti rovinerò la vita.

Lavorerai per gli avvocati per anni.

Giulia uscì dalla stanza, con la bambina stretta al petto.

Non tremava più.

Fuori pioveva, ma lei si sentì, per la prima volta, libera.

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