«Abbattete quella baracca!» urlò limprenditore, ignaro che verso la casa stava già avvicinandosi un ufficiale delle Forze Speciali.
Alessandro odiava novembre. In novembre il fango sotto le scarpe diventava denso come catrame e il cielo si abbassava tanto che sembrava sfiorare le chiome degli alberi. Il pullman lo lasciò allincrocio, investendolo con una nuvola di scarico prima di sparire lungo la provinciale, avvolto dalla nebbia.
Gli restavano da fare a piedi circa un chilometro e mezzo per arrivare al paese. Lo zaino pesava sulle spalle, familiare: dentro cerano un foulard di lana, una scatola di cioccolatini che piacevano tanto alla nonna Giulia, e un barattolo di caffè buono. Alessandro non le aveva telefonato, voleva vedere i suoi occhi stupiti quando sarebbe entrato dal cancelletto. Tre anni di missione, brutte ferite, sei mesi tra ospedali e riabilitazione. Era esausto: desiderava solo il silenzio, il crepitio dei ceppi nella stufa e le torte di nonna, ancora calde dal forno.
Ma il silenzio quel pomeriggio non cera.
Ancora prima di arrivare a via del Fiume sentì il ruggito pesante del motore. Un diesel a folle: teso, costante, possente. Alessandro accelerò il passo, scansando le pozze. La vecchia recinzione, quella che aveva pitturato di verde quattro anni prima, giaceva ora sfondata a terra in un punto.
Davanti al cancello spalancato stazionava un voluminoso SUV nero. Accanto due omaccioni in giubbotti di pelle dondolavano sui tacchi, sputando semi di girasole nel fango. Poco oltre, proprio sui gradini della casa, cera un uomo in cappotto color cammello che torreggiava sulla figura curva, minuta, in un giaccone ormai consunto.
Ma che sei matta, vecchia? la voce delluomo era tesa come una corda. Ti avevo dato una settimana, una! Ho le ruspe ferme, gli investitori in ansia!
Figliolo, dove andrò mai… la voce di nonna Giulia tremava, vicina alle lacrime. Sta arrivando linverno… Qui cè la casa del nonno, e la mia vita…
Vai in casa di riposo! abbaiò luomo, scagliando un calcio a un vecchio secchio sul gradino. Il secchio rotolò con fragore nel cortile. Via questa baracca, su! gridò ai due che sgranocchiavano semi. Se non capisce con le buone maniere!
Uno dei due sorrise sgradevolmente e mosse un passo avanti.
Alessandro non gridò, non si mise a correre. Entrò nel cortile come gli avevano insegnato: in silenzio. Lo zaino si adagiò leggero tra lerba bagnata.
Solo quando fra lui e il tizio con la giacca restarono due metri, questi si accorse di lui.
Ehi, tu, chi sei… iniziò, ma non finì nemmeno la frase.
Alessandro fece un movimento rapido e preciso: il ragazzo mollò subito laria dai polmoni, accasciandosi. Laltro cercò di intervenire, ma gli bastò guardare Alessandro negli occhi.
Non vi trovò rabbia. Solo una stanchezza glaciale, definitiva. Gli occhi di chi ha visto più di quanto loro potranno mai immaginare.
Fermo. La voce di Alessandro era bassa, sicura.
Luomo in cappotto si voltò di scatto, il volto liscio, curato, deformato dalla sorpresa.
E tu chi saresti? Da dove sei uscito?
Alessandro si avvicinò alla nonna. Lei lo guardava, le mani strette al petto, incredula.
Sandro… sussurrò. Sei vivo…
La strinse con un braccio, accorgendosi di quanto fosse fragile. Aveva lodore familiare di gocce calmanti e vecchia lana.
Vivo, nonna. Vai in casa. Metti su il tè.
Senti, Rambò! Limprenditore strinse i pugni, schizzando saliva mentre avanzava. Ma lo sai chi sono io? Edoardo Martelli! Questo quartiere è mio! Rendi conto per quello che hai fatto ai miei uomini!
Alessandro ruotò piano su sé stesso. Si avvicinò così tanto a Martelli che questi, pur essendo più alto, indietreggiò distinto. Da Sandro emanava un pericolo silenzioso, imprevedibile.
Ascolta bene, Edo. Voce piana, quasi sussurrata. Prendi i tuoi. Sparisci in macchina. E tra un minuto qui non voglio sentire nemmeno lodore del tuo dopobarba.
Martelli arrossì di rabbia.
Mi stai minacciando? Domani torno con la ruspa, questa topaia la butto giù io di persona! Insieme a voi!
Fece cenno agli sgherri (quello a terra si stava già rialzando a fatica) e si diresse al SUV. Lo sportello sbatté così forte che uno stormo di passeri si levò dal tetto. Il SUV sgommò, sradicando le ultime aiuole di crisantemi ormai sfioriti, e sparì.
In casa faceva caldo, ma sembrava un calore incerto, provvisorio. Sul tavolo le patate arrosto si raffreddavano rapidamente. Nonna Giulia si affaccendava, cercando di sistemare cetrioli sotto aceto, funghi, crauti, ma le mani tremavano e la forchetta batteva sul piatto.
Sono arrivati un mese fa, raccontò, guardando dalla finestra. Prima venivano, sorridevano. Dicevano di voler comprare il terreno. Offrivano quattro soldi. Poi è arrivato quello, Martelli. Dice che qui ci farà un resort per ricchi. Il fiume è vicino.
E gli altri hanno accettato? Alessandro sorseggiava il tè forte e zuccherato, come da bambino.
Tutta la via, quasi. Ai Rossi è sparita la mucca, trovata poi nel bosco, morta. Dai Bianchi si è incendiata la legnaia di notte, nessuno sa come. La gente ha paura, Sandro. Martelli ha il fratello in comune, e un nipote in polizia. Noi anziani, che possiamo fare?
Il cuore di Alessandro si tendeva come una molla. Conosceva quel genere di tipi. Non si fermano. Se Martelli diceva che sarebbe tornato, lo avrebbe fatto. E non da solo.
I documenti della casa dove sono?
Nella scatola di latta, in cassettiera. Tutto in regola, caro.
Va bene. Ora vai a dormire, nonna. Stanotte veglio io.
Quella notte non chiuse occhio. Ispezionò il terreno. La recinzione era solo un ricordo. Dietro la casa: bosco fitto. Bastava poco per passare inosservati. La vecchia casa in legno sarebbe bastato un fiammifero. Prese le sigarette, uscì in veranda. Il cellulare prendeva male: dovette salire in soffitta.
Compose il numero. Lunghi squilli.
Sì? la voce, allegra nonostante le tre di notte.
Mario? Sono Silenzioso.
Silenzioso! Amico! Pensavamo fossi ancora in riabilitazione.
Sono dalla nonna, a Monteverde. Qui la situazione è pessima. Un piccolo boss del posto ha perso il senso del limite: domani vuole tornare con le ruspe e abbattere la casa. Fa quello che gli pare.
Quanti sono?
Tre oggi. Domani saranno di più, magari porta amici in divisa. La legge qui non esiste.
Inviaci la posizione. Noi siamo a Rieti, si arriva presto. Allalba siamo lì.
Mario, fate piano. Niente esagerazioni.
Ma certo. Siamo ragazzi educati.
Alessandro riscese. Mancavano quattro ore allalba.
Il mattino dopo fu grigio e umido. Una nebbia fitta copriva il fiume. Alessandro, seduto sugli scalini, sbucciava una mela col coltello. Aveva convinto la nonna a restare in camera.
Arrivarono alle nove spaccate. Martelli, questa volta, non aveva mentito.
Prima si sentì il motore. Poi dalla nebbia emerse una ruspa gialla con la benna alzata come una visiera. Dietro, due SUV neri e un furgone chiuso.
La processione si fermò davanti al cancello.
Martelli scese per primo, stavolta in bomber. Accanto a lui un uomo alto, con una cicatrice sulla guancia chiaramente la sua sicurezza personale. Dal furgone scesero almeno dodici uomini, di ogni genere: tute da ginnastica, giacche mimetiche. In mano mazze, spranghe.
Allora, eroe? Martelli sorrideva largo e torvo. Pronto a fare i bagagli, o serve una mano?
Alessandro si alzò. Addentò la mela.
Te lho detto ieri, Edo. Non ascolti, eh?
Sfonda la recinzione! strepitò Martelli allindirizzo del ruspista. E lui… serve una lezione!
La ruspa ruggì, sollevando una nube nera e avanzando con le cinghie dacciaio. La banda dalle mazze entrò nel cortile a passo sicuro: erano tanti, armati e si sentivano invincibili.
Fai il furbo quanto vuoi, ragazzino, ghignò il tipo con la cicatrice, ma finirai a terra comunque.
Ma proprio a quel punto, un rombo di motori arrivò dal fondo della strada. Non il basso lamento di un diesel, ma un ruggito deciso.
Tutti si voltarono.
Due SUV Orso (versione civile, imponenti) sfrecciavano nella fanghiglia e si piazzavano di traverso, chiudendo la via alla fuga dei veicoli di Martelli.
Le portiere si aprirono.
Sette uomini uscirono: nessuno urlava o agitava armi. Si misero semplicemente in linea. Trenta o quarantanni, vestiti alla buona ma con la stessa sicurezza nei movimenti. Gente che aveva affrontato ben altro. Spalla a spalla.
Mario, robusto, con la barba rossa e occhi vivaci, prese la parola:
Buongiorno, signori vacanzieri! esclamò. Come mai questa riunione senza invitarci?
Martelli sbiancò. Sentì che la situazione gli stava sfuggendo.
È proprietà privata! Qui lavoriamo! E voi chi siete!?
Noi? Mario sorrise. Diciamo… aiutanti. Spacchiamo legna alle nonne, aggiustiamo staccionate. Ma voi qui, state facendo casini.
Sistemateli! sbraitò Martelli isterico. Via tutti!
La banda tentò la carica. Gravissimo errore.
La colluttazione durò appena novanta secondi.
Gli amici di Alessandro agirono come professionisti: precisi, efficaci. Ogni mossa veniva rovesciata sugli avversari. Nessun caos.
Il tipo con la cicatrice brandì un tubo verso Mario. Mario si spostò, gli prese il braccio e lo stese delicatamente sullerba.
A terra! ordinò uno degli amici, la voce così ferma che anche il bulldozerista spense il motore e alzò le mani.
Dopo due minuti la squadra di Martelli se ne stava supina, incapace di reagire. Martelli restava livido vicino alla sua macchina. Alessandro lo raggiunse.
Edo… tira fuori il telefono.
P-perché? balbettò limprenditore.
Guarda le notizie locali.
Martelli, tremante, sbloccò lo smartphone.
Mario lo osservava dietro le spalle.
Guarda un po, già online. Bravi questi giornalisti.
Sullo schermo: Abusi edilizi in Monteverde: Martelli e lamministrazione nei guai per estorsioni agli anziani. Il video incastra tutti.
Sotto: il video. Lui che prende a calci il secchio, urla contro la nonna, minaccia di abbattere la casa.
Edo, disse Alessandro con calma, non ho amici solo sportivi tra i miei. Ne ho uno che lavora in redazione. Gli piacciono molto le storie così. Il video è già in Procura. E sulla scrivania del presidente della Regione.
Martelli fece cadere lo smartphone, che si sporcò di fango.
Possiamo accordarci… pago quanto volete… gemette quasi piangendo.
Certo che ci accordiamo: ora raccogli i tuoi, caricate su la ruspa e sparite. E se solo succede qualcosa a mia nonna, o ai vicini… Ci siamo capiti?
Martelli annuì, tremando come una marionetta.
La polizia arrivò unora dopo. Non quelli di zona, ma il reparto speciale inviato dalla Regione. Il presidente, vista la tempesta social, aveva ordinato un controllo immediato. Martelli & co. finirono sul furgone delle forze dellordine.
Quella sera la casa di nonna Giulia era affollata.
Il tavolo, spostato al centro, profumava di arrosti, conserve e aroma di legna bruciata. Mario raccontava storie, gli altri ridevano, Alessandro rabboccava il tè. Nonna Giulia, col viso rubicondo, affettava crostate e riempiva i piatti.
Grazie, figli miei, ripeteva con le lacrime agli occhi. Se non foste arrivati voi…
Andiamo, signora Giulia, sorrideva Mario. Dovevamo fare un po di vacanza in paese, finalmente. Laria qua è meravigliosa.
Quando scese la sera, uscirono fuori. La nebbia si era diradata, il cielo limpido, le stelle brillavano come lame, tipiche dellautunno inoltrato.
E ora che farai? chiese Mario accendendo una sigaretta.
Alessandro guardò il bosco scuro, la recinzione che avevano già iniziato a riparare.
Rimango. Devo rifare il tetto, costruire una rimessa. E poi i meli…
I meli?
La nonna dice che quelli vecchi non resistono più. Bisogna piantare degli Antonovka nuovi.
Mario gli mise una mano sulla spalla, sorridendo.
Opera buona, costruire. Quello resta.
La mattina dopo gli amici partirono. Alessandro restò al cancello a guardare le loro auto sparire tra le curve. Poi, voltandosi verso casa, vide la luce in cucina e la sagoma della nonna: stava già trafficando tra le pentole.
Prese la vanga. La terra era dura e fredda, ma lui sapeva che se lalbero lo pianti con il cuore, attecchisce sempre. Anche a novembre. Purché le radici siano forti. E qui, le radici, non le strappa nessuna ruspa.



