Affitto il mio appartamento
Giorgia Romano, ora coniugata Bianchi, ha sempre pensato che la cosa più inquietante nella vita fosse quando il bello inizia piano, quasi senza rumore, e poi se ne va nello stesso modo invisibile, ma inesorabile. Proprio come succede coi gerani sul davanzale: li innaffi, li guardi, sembrano vivi. Poi, tutto dun tratto, una sera noti le foglie ingiallite ed è già troppo tardi.
Questo profumo lo sentì già sulle scale.
Denso, polveroso, dolce alleccesso. Venchi Rosso. Linconfondibile, quello che non puoi confondere con altro. Esattamente come sapeva di profumo la casa della signora Olimpia Paternostro ogni volta che lei e suo marito ci andavano a cena la domenica. Laroma si infilava nei vestiti, tra i capelli, nella memoria.
Giorgia si fermò davanti alla porta con la chiave in mano.
Erano le quattro del pomeriggio. Era uscita prima dallufficio: la signora Cosetta Bellini della contabilità le aveva detto che era pallida come una mozzarella, e laveva spedita a casa. Un cerchio alla testa dalla mattina, pesante, come se qualcuno le stringesse una fascia sulle tempie. Giorgia avrebbe voluto solo prendere una Tachipirina, stendersi sotto la coperta.
Ma il profumo diceva altro.
Aprì la porta.
Nellingresso cerano tre scatoloni da frigorifero. Grandi, con su scritto a caratteri grossi SANGIORGIO. Uno era già chiuso con il nastro da pacchi. Negli altri, tra strati di Corriere della Sera vecchi, qualcosa di nascosto.
Dalla cucina arrivavano dei fruscii, tintinnii e brontolii.
***
Signora Olimpia, disse Giorgia, senza muoversi dalla soglia. Che succede?
Il fruscio tacque. Poi, dal vano della cucina, apparve sua suocera. Una donna robusta di cinquantasette anni, in grembiule sopra a un tailleur grigio perla da casa. I capelli raccolti in uno chignon severissimo, guanti di gomma. Unaria efficiente, quasi solenne.
Giorgetta! fece Olimpia con la voce che i medici usano quando devono dirti che cè una brutta notizia ma è per la tua salute. Sei arrivata presto. Ti senti male?
Cosa sta succedendo qui? Giorgia non mise piede in casa.
Non alzare la voce, Olimpia si tolse un guanto, poi laltro, con calma. Lo faccio per voi, per te e Andrea. Siediti, ti spiego tutto.
Rimango in piedi. Parli.
Olimpia socchiuse gli occhi per un secondo, il gesto di chi è abituato a essere obbedito senza discussione. Era stata caposala allospedale San Giovanni Bosco per ventitré anni. La sua parola era sempre stata legge, non una proposta.
Va bene, fece un gesto verso la cucina, invitandola. Vieni almeno, non rimanere in corridoio. Ti preparo un tè.
No tè. Cosa cè nelle scatole?
Olimpia sospirò, il sospiro di chi è stufo dei capricci altrui.
Piatti. Pentole, alcune padelle. I bicchieri di cristallo li ho avvolti separatamente nella plastica con le bolle, non ti preoccupare. I piatti li lasciamo, almeno agli inquilini qualcosa resta.
Questa frase Giorgia la sentì tutta. Lasciamo ai inquilini. Lascoltava come si ascolta una parola che piove dentro e si deposita allo stomaco.
A quali inquilini? chiese con voce piatta.
Ho trovato gli inquilini, Olimpia annunciò come una buona novella. Coppia giovane, hanno un bimbo di quasi cinque anni. Lui lavora nelledilizia, lei in maternità. Gente seria. Li ho controllati, parlato con loro. Entrano venerdì.
Venerdì, ripeté Giorgia. Fra tre giorni.
Esatto, tre giorni, sì. Ho già organizzato per lanticipo. Pagano subito il primo e lultimo mese.
Giorgia posò la borsa sulla cassettiera vicino alla porta. Slacciò il piumino. Lo mise nellarmadio. Ogni movimento era faticoso, come se la testa pesasse ancora di più e le mani si fossero fatte fredde, anche se il riscaldamento andava.
Signora Olimpia, disse infine. Avete parlato con Andrea di questa cosa?
Ma certo che sì! Era cosa discussa insieme, te lo sei scordata? Tre mesi fa, quando Andrea ha perso il premio aziendale. Io proposi: affittiamo la casa, venite da me, mettete via i risparmi. Tutto sensato.
In realtà non cera un accordo, Giorgia scosse la testa. Io avevo detto di no.
Dicesti che ci avresti pensato, corresse lei dolcemente.
No. Ho detto di no. Andrea mi chiese di non fare polemica e restai zitta. Non è acconsentire.
Olimpia incrociò le braccia sul petto. Era un gesto che Giorgia conosceva: così stava quando aveva deciso una cosa e non aveva più bisogno di conferma altrui.
Giorgia, tu sei una brava ragazza. Sei contabile, sai fare i conti. Facciamo due conti: quanto vi portano via il mutuo al mese?
Non sono affari suoi.
Giorgia.
No, la voce di Giorgia era ferma, senza rabbia. Non sono affari suoi. I soldi della nostra famiglia non sono affari suoi.
Calò una pausa. Da lontano, dalla finestra della cucina, il rumore fioco del traffico sul Viale Tibaldi. In basso, tram scivolava via lento.
Hai tutto il diritto di avere una opinione, infine Olimpia, e la voce aveva quelle note metalliche che di solito copriva col tono di madre premurosa. Ma la famiglia, Giorgia, non sei solo tu. Cè Andrea. E Andrea è daccordo.
Lo chiamo io Andrea, mormorò Giorgia, mentre prendeva il telefono.
***
Andrea rispose dopo tre squilli. Di sottofondo il ronzio della fabbrica e voci operaie.
Gio, ciao, che succede? Che hai?
Andrea, tua madre sta impacchettando la nostra casa. Ha trovato gli inquilini, arrivano venerdì.
Pausa. Due battiti di cuore.
Gio, volevo dirtelo io…
Lo sapevi?
Mamma mi ha chiamato ieri sera, mha detto che aveva trovato la coppia. Io pensavo che ne parliate…
Andrea. Giorgia si appoggiò con la schiena al muro. Tu lo sapevi e non me lhai detto. Torno a casa e trovo tutto impacchettato. Ti rendi conto?
Gio, lo so che ti ha dato fastidio…
Vieni qui.
Ho riunione alle sei…
Andrea. La sua voce era piatta, liscia come il Naviglio quando il sole cala. Vieni a casa. Ora.
Arrivò che erano le cinque e mezzo. Giorgia era seduta in cucina, la tazzina di tè freddo in mano. Olimpia era in salotto: trafficava con le sue porcellane ereditate dalla zia Clara a Ferrara, per dare un tocco di eleganza.
Andrea era alto, capelli castano chiaro, aveva quellaria di colpa addosso che ormai sembrava normale per lui. Lavorava come progettista meccanico in una fabbrica a Sesto San Giovanni, pendolava coi treni e tornava stanco. Lo sapeva e di solito faceva sconti alla sua stanchezza. Oggi, no.
Gio, iniziò lui da subito.
Siediti.
Si sedette. Giorgia posò la tazza, tenne lo sguardo vuoto.
Spiegami, disse, perché le decisioni sulla nostra casa si prendono senza di me.
Non cè una decisione vera e propria, iniziò a difendersi lui, quasi illuminandosi perché vedeva un varco. Mamma ha solo trovato una soluzione. Pensavo ne parlaste…
Ci ho parlato. Sta inscatolando le pentole. Sarebbe una soluzione trovata?
Gio, tu non capisci in che situazione siamo…
Spiegami.
Ho perso il bonus. Da un mese e mezzo viviamo in deficit. Mutuo, le bollette, la spesa. Ho pure il credito per la macchina. Non ci stiamo più dentro.
Lei ascoltava. Tutto vero. Avevano iniziato davvero a contare i centesimi. Ma non era un disastro. Lei lavorava ancora in un buon studio di commercialisti, i conti si facevano tornare.
Ti avevo proposto di tagliare sulle spese, ricordò Rinunciamo al viaggio di Capodanno. Mettiamo in pausa la palestra. Ricordi?
Sì, ricordo.
Sarebbe bastato.
Mamma pensa di no.
E tu?
Lui tacque. Un silenzio più eloquente di qualsiasi argomento.
Andrea, si accostò. Di chi è questa casa?
Beh, Gio…
No. Rispondi. Di chi è?
Formalmente è intestata a te, ma siamo una famiglia…
Non è formalmente. Era il regalo di papà. Tre mesi prima di sposarci. È proprietà mia. Legge e carte lo dicono. Né tu, né Olimpia potete affittare senza il mio consenso scritto. Lo sai che è reato?
Andrea alzò gli occhi. Si vedeva che non caveva pensato.
Non chiamerai la polizia per questo…
Non si tratta di polizia, Andrea. Si tratta che lasci tua madre decidere della roba nostra. E stai zitto. Perché?
Dal salotto si sentì qualcuno camminare. Olimpia si affacciò alla cucina. Giorgia lo aspettava.
Andrea, bene che sei arrivato. Spiega tutto a Giorgia, lei sembra non capire la situazione.
Mamma, aspetta…
Aspetta cosa? Gli inquilini aspettano risposta. Gente affidabile. Se diciamo no, troveranno altro. Unoccasione così non ricapita.
Signora Olimpia, disse Giorgia. No. Non affitto la casa. Non veniamo a stare da lei. È definitivo.
La suocera la fissò a lungo, poi si girò verso Andrea.
Andrea. Hai sentito?
Mamma, forse ha ragione…
Andrea. Tono tranchant. Tre giorni a parlare con questi! Domani visita! Vuoi che svanisca così tutto per il suo capriccio?
Non è un suo capriccio, mormorò Andrea. Gio, spiegaglielo tu…
Giorgia si alzò, portò la tazza al lavandino e si voltò.
Domani non si fa alcuna visita. Se accompagna qui qualcuno, spiego io perché non possono stare. Buonanotte.
Passò in camera da letto e chiuse la porta. Non sbatté. Solo la chiuse.
***
Fu una notte sincopata. Andrea raggiunse la camera verso le undici. Dormivano ciascuno dal proprio lato, senza toccarsi, Giorgia ascoltava il suo respiro regolare, quasi finto. O davvero dormiva. Lei, sveglia, pensava.
Da bambina, suo padre le diceva: Giorgina, quando una cosa fa paura, allontanati. Da vicino sembra più grande.
Papà non cera più da quattro anni. Le aveva lasciato quella casa non come un bene, ma come uno scudo. Lei lo aveva sempre sentito così. Lui sapeva che aveva una figlia sola. Sapeva che la moglie viveva a Pisa. Che la figlia aveva bisogno di unancora.
Lancora ora era chiusa dentro alle scatole.
No, lancora non era la roba. Erano i documenti, chiusi nel mobiletto del soggiorno, in una cartellina blu, portata da Giorgia al trasloco. Visura catastale. Atto di donazione. Tutto timbrato, tutto firmato.
Sapeva che Olimpia sarebbe tornata domani con gli inquilini. Con la stessa sicurezza con cui sapeva che avrebbe preparato il caffè lindomani. Sua suocera non faceva promesse a caso. Ma non sapeva arrendersi. Giorgia sì.
Ma solo quando aveva senso.
Qui non ce nera.
Sentì Andrea che si girava. Lei restò immobile. Così rimasero, due persone con un anno di storia, un bagno rifatto insieme, un albero di Natale piantato soli per la prima volta, due chiavi per uno stesso portone.
Giorgia pensava che amore non è solo va tutto bene nei giorni buoni. Si vede nelle scelte. Lui stava lì, in silenzio. Cosa significava?
Non sapeva.
Faceva più paura delle scatole.
***
Alle sette suonò la sveglia. Andrea dormiva. Lei preparò il caffè, lo bevve in piedi davanti alla finestra. Oltre il vetro, una nevischiata sporca marzo a Milano è sempre un po triste: la neve è fangosa, lasfalto lucido dacqua, gli alberi sembrano stecchi neri.
Il mal di testa era passato. Meno male.
Aperse il mobiletto, tirò fuori la cartellina blu. La lasciò sul tavolo. Aprì, cercò: visura con timbro blu, atto di donazione dal padre, registrato dal notaio. Data: ventotto febbraio due anni fa. Proprietaria: Giorgia Romano. Tutto in ordine.
Chiuso e rimesso lì.
Alle dieci meno un quarto chiamò sua madre da Pisa. Giorgia lasciò squillare. Non perché non volesse, ma perché la voce avrebbe tremato.
Tesora, come stai?
Tutto a posto, mamma.
Il tono non è convinto…
Davvero, mamma.
Silenzio.
Mi ha chiamato Andrea ieri sera, ammise la madre. Dice che succede qualcosa con Olimpia.
Giorgia chiuse gli occhi.
Ti ha detto?
Sì. Era molto agitato, dice che non sa che fare.
Deve solo scegliere, mamma.
Giorgia, una pausa. Non è cattivo, sai? Ma lui con lei ci ha vissuto trentanni. Non è facile staccarsi.
Lo so.
Riesci a resistere?
Sì, mamma.
Se hai bisogno, io arrivo. Dimmi solo.
Giorgia sentì un groppo in gola. Tossicchiò.
Non serve, mamma. Ce la faccio.
Va bene. La madre ci credeva, sempre. Ricorda solo: la casa è tua. Questo non si discute.
Ricordo.
Riattaccò. Andrea uscì dalla camera alle dieci. Prese il caffè in silenzio. Lei stava alla finestra con un libro, senza leggerlo.
Gio, iniziò lui.
Sì.
Mamma chiamato. Dice che viene a mezzogiorno con gli inquilini. Per vedere casa.
Ho sentito cosa hai detto ieri.
Gio, almeno conoscili? Ti piaceranno, forse…
Si voltò dalla finestra.
Andrea. Stai cercando di convincermi ad affittare la mia casa a sconosciuti, con condizioni decise senza di me?
Solo che… Mamma ci teneva tanto.
Andrea, la voce calma. Ti ascolti? Non ci tenevamo noi, non abbiamo deciso, ma ci teneva mamma. È sua la casa? È una sua questione?
Lui posò la tazzina, massaggiò la fronte.
Non so come uscirne senza che si offenda.
Ma con me puoi.
Non si rispose.
Giorgia tornò al libro. In realtà non leggeva: serviva solo qualcosa da stringere tra le mani.
***
Arrivarono a mezzogiorno e mezza.
Giorgia sentì il suono del citofono. Poi la voce di Olimpia, energica, rassicurante. Subito dopo il rumore dellascensore.
Andrea era appoggiato al vetro di balcone. Giorgia seduta sul divano. La cartellina blu nel mobiletto.
Campanello.
Andrea fece un gesto per aprire.
Aspetta, disse Giorgia.
Lui si bloccò. La guardò, con in faccia una strana miscela di smarrimento, sollievo e, forse, un po di vergogna.
Campanello di nuovo.
Giorgia si alzò, andò allingresso, aprì.
Olimpia in cappotto buono, quello con i bottoni madreperla, che metteva per Natale o ai matrimoni. Dietro, una coppia giovane: lui in giubbino, lei in piumino rosso. Tenuto per mano un bambino con berretto da orsetto, serio, senza sorriso.
Giorgetta! Olimpia entrò da padrona. Ecco qui. Questo è Riccardo e Elena. Gente affidabile. Riccardo lavora in edilizia, Elena a casa col piccolo Matteo.
Buongiorno, fece Elena timida. Scusi per limprovvisata…
Non cè problema, rispose Giorgia piatta. Entrate.
Si fecero avanti. Il bambino la fissava fisso.
Andrea cè? domandò Olimpia senza voltarsi.
È in salotto.
Perfetto. Riccardo, seguimi che ti mostro la casa. Salotto con doppia esposizione, comodissimo. Metro a due passi, tram sotto casa…
Girava fluida, come padrona. Spiegava altezza soffitti, elettricità rifatta. Giorgia dietro, spettatrice.
Andrea era in salotto, vicino al balcone. Salutò di sfuggita. Era visibilmente a disagio, evitava lo sguardo.
Guardate, Olimpia mostrava le stanze. Camera venti metri, matrimoniale diciotto. Cucina piccola ma funzionale. Il forno nuovo, lo ha comprato Giorgia lo scorso anno…
Riccardo annuiva, curiosava. Elena teneva Matteo per mano. Giorgia rimaneva accostata al mobiletto.
Per laffitto dicevo cinquantacinque mila, cominciò Olimpia.
Un attimo.
La voce di Giorgia era tranquilla. Aprì il mobiletto. Prese la cartellina blu.
Tutti la seguirono con gli occhi.
Riccardo, Elena, disse. Prima che decidiate, voglio mostrarvi una cosa.
Sfilò due fogli. Si avvicinò. Porse il primo.
Visura catastale aggiornata, scorsa settimana. Leggete alla voce proprietario?
Elena prese, guardò. Sgranò gli occhi.
Giorgia Romano, lesse.
Il mio cognome da ragazza. Sono io. Giorgia passò allaltro foglio. Atto di donazione, firmato dal notaio. Casa donata dal mio papà due anni fa, prima che mi sposassi. Io sono unica proprietaria. Mio marito non risulta. Olimpia Paternostro qui non conta niente.
Elena passò il foglio al marito.
Giorgia, cercò di ribadire Olimpia, così rischi di fare una sciocchezza…
Riccardo, non badando alla suocera, per affittare serve il consenso scritto del proprietario. E un vero contratto. Io non ho mai dato consenso, né scritto, né orale. Se firmate altro, viviate qui in modo illegale. Vi avviso.
Riccardo fissava i documenti, poi lei. Matteo con le orecchie dorso chiese qualcosa sottovoce. Elena si chinò verso di lui.
Non lo sapevamo, ammise infine Elena. Ci avevano detto che la proprietaria era daccordo…
Eccola, la proprietaria, davanti a voi, disse Giorgia. E non è daccordo.
Passò un attimo lungo.
Allora niente… Riccardo restituì i fogli. Scusate il disturbo.
Giorgia li riprese.
Fermi! Olimpia fece un passo avanti, la voce tagliente, non più curata. La voce vera. Riccardo, non andate. E’ solo un malinteso. Spiego io tutto ora.
Olimpia, intervenne Andrea.
Tutti si girarono.
Lui, le mani serrate in tasca, guardava la madre. Faccia triste, ma decisa.
Mamma, hanno ragione loro. Andate.
Olimpia rimase attonita.
Cosa?
Vanno. La casa è di Giorgia. Dovevo dirlo prima.
Il silenzio era spesso, come la lana infeltrita.
Elena prese il bambino per mano. Riccardo annuì a Giorgia, breve. Si diressero fuori. Porta sbattuta.
Restarono in tre.
***
Olimpia fissava il figlio, a lungo. Giorgia stava con la cartellina, ferma.
Andrea, la voce della suocera era più fredda della nebbia di pianura. Era quel freddo che ti entra nelle ossa. Capisci che cosa hai appena fatto?
Sì, mamma.
Ti sei schierato con lei contro di me.
Mi sono schierato dalla parte della verità.
Verità… Olimpia ripeté, sputandolo via come una caramella cattiva. Quindi io sarei quella sbagliata?
In questa faccenda, sì.
Ho dato tutta la vita per te. Da sola dopo papà, avevi sei anni! A fare due turni, rinunciando a tutto…
Lo so, mamma.
Ah, lo sai! la voce sfiorò il grido. Io volevo solo il vostro bene! Ho trovato una soluzione, mi sono sbattuta…
Senza chiedere disse Andrea. Senza consultare la proprietaria.
La proprietaria, quindi. Così si chiama ora. Siete sposati. Famiglia. Deverebbe essere tutto comune.
Signora Olimpia, rispose Giorgia calma. Sono pronta a discutere le questioni economiche con mio marito, solo con lui, nella nostra famiglia. Non nei termini degli aut aut imposti da fuori.
Aut aut! la suocera fece per aria un gesto esasperato. Io volevo solo aiutare!
Lo so. E vi credo. Ma laiuto che nessuno ha chiesto è solo invasione.
Invasione! gridò ad Andrea, passando direttamente a lui. Sentito? Cosa pensa di me. Io rischio, io sacrifico e lei dice che sono invasiva! Dopo tutto…
Mamma.
No. Sollevò la mano. Scegli. O ascolti tua madre, che ti ha cresciuto, o resti con questa donna che mi chiama invadente. Scegli.
Giorgia restò impassibile. Guardava Andrea. Lui era lì, in mezzo al salotto, con le tende che avevano scelto insieme dopo mezze discussioni, con la mensola storta che non hanno mai aggiustato, con la foto di matrimonio in cornice bianca.
Lui guardò la madre.
Resto, disse sottovoce.
Olimpia non capì subito.
Cosa?
Resto qui. Con Giorgia. Deglutì. Mamma, ti voglio bene, ma così non si fa. Non si può.
Non si può?
No. Non si entra a casa nostra senza avvisare. Non si toccano le cose degli altri. Non si trovano inquilini allinsaputa del proprietario. Dovevo dirtelo prima. Anche questo è colpa mia.
Lei si mise il cappotto, piano, agganciando ogni bottone. Prese la borsa.
Ti pentirai, mormorò, né minaccia né promessa.
Può essere, rispose Andrea. Ma questa è la cosa giusta.
Uscì. Giorgia rimase immobile. Click della serratura. Sbattuto di porta, questa volta forte.
Poi silenzio.
***
Si ritrovarono in salotto. Andrea al balcone, Giorgia al mobiletto. La cartellina blu ancora tra le dita. Uno scatolone in un angolo quello chiuso. Gli altri due erano nel corridoio.
Fuori ancora quella neve fina.
Giorgia rimise la cartellina via. Si accomodò sul divano. Andrea dopo un po la seguì, senza stringersi troppo.
Gio, disse lui.
Aspetta, rispose lei.
Restarono in silenzio. Giorgia fissava la mensola storta. Andrea le sue mani.
Dovevo dirle di no subito, mormorò lui. Quando mi chiamò ieri. Dovevo dire: Mamma, non si fa. Invece niente.
Perché?
Tacque a lungo.
Non sono mai riuscito a dirle di no. Mai. È troppo… la conosci. Se le dici no, non si arrabbia, si chiude. Sembri il mostro. Da piccolo ci soffrivo troppo. Era più comodo accettare.
Lo so, rispose piano. Immagino. Ma non sei più bambino, Andrea.
Lo so, ammise lui. E oggi… non so se ho fatto bene. So solo che è giusto. Ma lei resta mia madre.
Resterà. Solo che si offenderà.
Lho capito.
E farà male.
Sì, non lo coccolò. E farà male.
Annui. Si massaggiò la fronte.
E ora che facciamo?
Non lo so, disse onesta. Dobbiamo parlare. Non oggi. Quando i pensieri si posano un po. Dei soldi, del futuro. Sarà un discorso lungo. Ma ci sto.
E mia madre?
Altro discorso. Ma diverso.
Lui stette zitto. Poi chiese:
Sei arrabbiata?
Giorgia ci pensò davvero, non per una risposta giusta, ma perché voleva sentire dentro cosa cera.
Sono esausta, rispose. La rabbia era stamattina. Ora solo stanca.
Gio, io…
Andrea. Lo guardò. Hai fatto quello che dovevi. Oggi. Conta. Ma è solo oggi. Capisci?
Lui capiva. Lo vide.
Sì.
Bene.
Guardò ancora la mensola storta, la cornice bianca, la scatola chiusa.
Svuotiamo gli scatoloni? propose.
Svuotiamo, dai.
***
Disimballarono in silenzio, ognuno una scatola. Giorgia liberava le pentole, le sistemava a posto. Andrea con le mani delicate sui bicchieri di cristallo.
La casa odorava ancora di profumo sconosciuto. Venchi Rosso durava ore, difficile da far sparire. Giorgia aprì la finestra. Entrava aria fredda di marzo milanese.
Matteo, col berretto da orsetto, forse era già su un tram per tornare a casa. Guardava fuori dal finestrino. E certo non sapeva di aver appena attraversato il centro misterioso di una vita altrui.
Giorgia ripensava a ciò che aveva detto la mamma: Lui con lei ci ha vissuto trentanni. Non si cambia subito. Vero. Oggi Andrea ha detto no. Una volta. Per la prima volta.
Non significava che fosse sempre facile.
Non significava che ora fosse tutto sistemato.
Ma era successo.
Giorgia mise via lultima pentola. Raccolse i giornali, buttò nella raccolta carta.
Vuoi il caffè? chiese Andrea.
Preparami.
Prese la via per la cucina. Giorgia prese la cornice bianca dal davanzale. Osservò la foto. Erano impacciati, lui con una cravatta che aveva già tolto a fine sera, lei in un abito non proprio quello che voleva. Ma sorridevano. Di vero.
Era passato un anno.
Rimise la foto.
Laroma del caffè riempiva la cucina. Un odore domestico, conosciuto.
Andò in cucina. Lui le versò dalla moka nella tazza. Si sedettero.
Fuori la neve.
Bevevano in silenzio. Era un silenzio pesante, ma non vuoto. Dentro, tutto quello che doveva ancora essere detto. Giorgia lo sentiva quasi fisico, come al mattino sentiva i palmi freddi.
Ma le parole non servivano, ora.
Era il momento del caffè. Della finestra aperta. Della mensola storta di là.
E della cartellina blu al suo posto.
***
Sarebbe rassicurante pensare che il peggio sia passato. Sarebbe una bella fine. Ma Giorgia, dopo cinque anni in contabilità, lo sapeva: i bilanci si chiudono con fatica, gli errori si scoprono dopo aver fatto e rifatto i conti.
In casa è così.
Olimpia richiamerà. Domani, forse, o tra una settimana. Non è tipo che lascia per sempre, ma solo che aspetta che la cerchino.
Andrea soffrirà. Anche questa è una verità ovvia.
I soldi. Il bonus, il mutuo. Nulla è scomparso.
Un confronto attende. Lungo, sincero, il tipo di cui ancora non sono capaci. Forse, oggi qualcosa si è mosso.
Non lo sapeva.
Andrea posò la tazza.
Gio, disse.
Dimmi.
Sono contento che non te ne sei andata, anche se sono stato uno scemo. Sei rimasta e hai fatto la cosa giusta.
Giorgia lo fissò.
Non avrei potuto fare altro, rispose. Questa è casa mia.
Lui annuì.
Nostra, aggiunse.
Lei esitò.
Sì, disse infine. Nostra.
Fuori il vento rallentava. La neve sottile non picchiava più sui vetri. Il cielo sopra i Navigli era meno grigio, solo meno spento.
Giorgia prese la tazza. Il caffè era freddo ormai. Ma lo bevve lo stesso.





