Anche io ho avuto il fiato corto

Anchio non respiravo più

Stefano lo disse la sera della domenica, proprio mentre Francesca sistemava le camicie stirate in pile ordinate sul letto. Lui entrò in camera, si sedette sul bordo del materasso e parlò con la voce di chi annuncia un rubinetto rotto, non un terremoto.

Francesca, non respiro più.

Lei non alzò lo sguardo. Posa una camicia, ne prende unaltra.

Come mai?

Per tutto. La solita routine. Ogni giorno uguale: sveglia, colazione, lavoro, ritorno, cena, letto. Sempre lo stesso giro.

Francesca appiana le maniche, raddrizza il colletto. Ha cinquantuno anni, Stefano ne ha cinquantatre. Vivono da ventisei anni in quellappartamento di via dei Giardini, hanno cresciuto un figlio, Riccardo, che da cinque anni vive lontano e chiama solo a Natale e Ferragosto.

E cosa proponi? chiede lei, senza tremito nella voce.

Voglio andarmene.

Questa volta si ferma. Ma non per paura, solo perché lo osserva con calma, come si guarda uno che dice una cosa che si sapeva già sarebbe arrivata.

Andartene dove?

Affittare un bilocale. Stare da solo. Riprendere fiato.

Va bene, dice Francesca, prendendo unaltra camicia.

Stefano resta spiazzato. Si sporge un po in avanti.

Non dici niente altro?

Cosa dovrei dire? Sei un uomo adulto, Stefano. Vuoi andare? Vai.

Non farai scenate?

Piega la camicia, la aggiunge alla pila, finalmente lo guarda negli occhi.

No. Ma a una condizione.

Quale?

Non chiamarmi per domande sulla casa. Tipo: dovè quello, come funziona questo, dove hai messo quella cosa. Se te ne vai, gestiscitela da solo.

Lui rimane zitto.

Tutto qui?

Tutto qui.

Stefano non sa cosa farsene di questa reazione. Era pronto alle lacrime, ai rimproveri, al tira e molla sulle nostre vite, sul figlio, sui ventisei anni. Aveva pure pensato alle risposte. Ma lei sta lì a stirare.

Va bene, dice infine. Allora preparo la valigia.

Fai pure.

Lui si trascina nella cabina armadio. Resta lì a fissare gli scaffali. Poi comincia a riempire la sacca: jeans, magliette, calzini. Prende il rasoio, il caricatore, un libro lasciato in sospeso da sei mesi. Esce in corridoio. Quando arriva lì, Francesca già non cè più. Dalla cucina arrivano suoni di pentole.

Io vado, dice, rivolto verso la cucina.

Buona fortuna, risponde lei da lontano.

Il portone si chiude dietro di lui. Rimane sul pianerottolo, in attesa. Nessun rumore, nessun passo. Solo silenzio.

Prende lascensore.

***

Lappartamento lo trova in due giorni grazie a un amico: un monolocale semplice in una traversa poco distante, quarto piano, affaccio sul cortile. Il padrone, un vecchio col baffo alla Gino Bartali, mostra la casa, prende i soldi dellaffittoottocento euro per due mesi anticipatie sparisce. Cè un divano letto, un tavolo, due sedie, un frigo anni 80 e una vecchia cucina a gas. Le tende, color mostarda andata a male.

Stefano posa la sacca, si siede e guarda in giro.

Silenzio profondo. Nessuno da chiamare a cena, nessuna TV accesa in salotto, nessuno che passi nella stanza accanto. Si sdraia, mani dietro la testa. Ecco la libertà, pensa.

I primi due giorni sono quasi buoni: dorme quanto vuole, mangia quel che capita, cammina scalzo per casa, non deve rendere conto a nessuno. La sera telefona a Giulio, amico di sempre. Ridono, Giulio gli dice: hai fatto bene, dovevi farlo prima.

Al terzo giorno scopre di non avere più calzini puliti.

Guarda la lavatrice, piccola, tonda. Ne apre lo sportello, la richiude. Riapre. Il detersivo? Ricorda qualcosa detto dal padrone sul mobiletto sotto il lavandino. Trova una scatola, per bianchi e colorati. Ne versa a occhio nello scomparto che gli sembra giusto. Avvia il programma.

La macchina parte. Dopo unora, estrae i calzini: bagnati, quasi fradici estranamenterosati. Capisce: dentro cera una maglietta rossa nuova.

I calzini li mette sul termosifone. Seccano il giorno dopo.

Al quarto giorno decide di cucinare davvero: petto di pollo, patate, cipolla. Trova una padella vecchia, versa lolio. Lolio schizza, mette il pollo intero e si attacca. Le patate le pela male, ci mette uneternità, ne butta via metà. Cipolla: lacrime. Alla fine nel piatto resta una cosa marroncina, dura fuori e cruda dentro.

Ne mangia metà, il resto lo butta. Ordina da asporto.

Dopo una settimana fa i conti: le consegne costano quasi quanto la spesa mensile che faceva con Francesca. Decide di mettere la testa a posto, compra generi alimentari, prepara orzo perlato. Viene decente e si tranquillizza.

Ma la vita domestica avanza, lenta e inesorabile, come una marea.

***

Il decimo giorno, la rottura.

Doccia: lacqua si accumula e non scende. Guarda lo scarico, la pozza cresce. Tocca il sifone. Ricorda vagamente che Francesca ne parlava: Bisogna pulire il sifone, sennò si intasa. Annuisce e va in salotto lasciando il problemone a lei; adesso non può.

Si accovaccia sotto il lavandino. Tubatura, raccordo bianco di plasticalo gira. Esce acqua, tanta, gelida, nera.

Salta indietro, scivola, agguanta un asciugamanoche finisce zuppo. Prova a riavvitare il raccordo, lacqua non si ferma, invade ovunque. Scappa in corridoio, bagnato, cerca il telefono, smanetta su Google: come si chiude lacqua in casa? Ricorda la storia del rubinetto sotto il lavello. Corre, lo chiude. Lacqua si ferma.

Ritorna in bagno: una scena da alluvione. Asciugamano zuppo, tappetino fradicio, pavimento lagato. Dal sifone cade ancora.

Stefano si siede, praticamente nudo, nel corridoio, fissando il muro.

Il primo istinto: chiamare Francesca. Chiedere: che faccio? Sta già quasi componendo il suo nome quando ricorda la richiesta. Non chiamare per problemi di casa.

Lascia il telefono.

Chiama Giulio, invece.

Senti, tu sai come si sistema un sifone?

Un che? Giulio è occupato, sotto si sentono rumori.

Il sifone in bagno. Perde.

Fratello, non ne ho idea. Chiamo sempre lidraulico. Vuoi il numero?

Lidraulico arriva il giorno dopo. Smonta, mette una guarnizione nuova, sistema tutto in un quarto dora. Chiede cinquanta euro. Stefano ci resta male.

Prezzo normale? domanda.

Sì, fa lidraulico e se ne va.

Stefano resta lì. Francesca un idraulico lavrebbe chiamato solo per guasti gravissimi. Per il resto, faceva tutto lei: stringeva, cambiava guarnizioni, andava al ferramenta. Quando? Non lo sa. Accadeva, come la pioggia che cade e basta.

***

Intanto gli viene unidea: chiamare Paola, la donna con cui ventanni prima cera stata una mezza storia, prima di Francesca. Sapeva che si era separata da anni grazie agli amici comuni, ogni tanto si incontravano a compleanni altrui.

Paola, sono Stefano Orlandi.

Stefano? Da quanto! sorpresa, ma cordiale.

Adesso vivo da solo. Volevo sapere se ti va una cena.

Attimo di silenzio.

Sei separato?

Più o meno in corso.

Capisco, le cambia il tono, più cauto. Va bene, vediamoci.

Si trovano in un locale in centro. Paola arriva elegante, capelli corti, incredibilmente in forma. Sono due calici di vino e chiacchiere sugli amici. Lei chiede della sua vita.

Sempre nelledilizia. Responsabile acquisti.

E ora dove abiti?

Affitto su via Alberi.

Ti trovi bene?

Vorrebbe dire di sì, ma si tradisce.

Non troppo. La lavatrice centrifuga male, i fornelli sono così così

Paola lo guarda con una specie di pietà, non romantica ma come per dire poteva andarti meglio.

Capisco, ripete.

Il dialogo si spegne. Lei racconta della figlia, lui del figlio. Un altro bicchiere, poi lei deve svegliarsi presto, si salutano. A casa, frigo vuoto. Rimedia con una confezione di pasta pronta.

Paola non richiama. Lui neppure.

***

Prova a vedere gli amici: telefona a Giulio, che gli dà appuntamento per venerdì ma solo fino alle otto perché la moglie ha la riunione a scuola. Andrea, altro amico, si unisce, ma deve farsi riaccompagnare perché andrà dalla suocera il sabato.

Si trovano in un bar in zona Porta Vittoria. Due birre, si parla di calcio e lavoro. Giulio domanda:

Come te la cavi da solo?

Normale, risponde Stefano.

Francesca non ti chiama?

No.

Si scambiano uno sguardo.

Proprio mai? chiede Andrea.

Mai.

Ancora uno scambio di sguardi.

Strano, la mia chiamerebbe tre volte al giorno.

Francesca non chiama, ripete Stefano.

O è un buon segno, o pessimo, riflette Andrea.

Perché pessimo?

Magari perché sta meglio senza di te.

Stefano finisce la birra. Non vuole pensarci. O meglio, ci pensa ogni giorno.

Alle otto gli amici se ne vanno, lui resta ancora un po. Una birra da solo, fino alla chiusura.

***

Francesca, nei primi giorni dopo la partenza di Stefano, avverte disorientamento, ma uno strano tipo, come quando spostano i mobili e non sai se lo spazio vuoto è bene o male.

Chiama la sua amica storica, Zita.

È andato via, dice.

Dove?

Un bilocale. Dice che aveva bisogno daria.

Zita sospira.

E tu come stai?

Onestamente, bene. Nemmeno piango.

Strano, eh?

Forse mi prenderà dopo. Vedremo.

Ancora una chiamata, da Irene, amica dai tempi del consultorio. Irene è schietta.

Meno male! esclama. Te lo dicevo da dieci anni.

Che cosa?

Che vivevi come una governante. Senza paga.

Dai, Irene.

Dai niente! Quando hai fatto qualcosa per te, davvero per te?

Francesca non sa rispondere subito.

Lanno scorso mi sono tagliata i capelli.

Ecco.

Irene poi la invita a provare yoga. Francesca inizialmente rifiuta, poi si convince. Trova una palestra vicino casa, infila la tuta sportiva mai usata, scopre di essere rigida come un manico di scopa.

Tranquilla, tutte iniziano così, la rassicura listruttrice, giovane col codino.

Dopo due settimane va già meglio. Tre volte a settimana, dopo si ferma con Irene a prendersi un caffè. Le piace parlare senza fretta, senza il pensiero che Stefano sarebbe tornato da un momento allaltro per la cena da preparare.

La sera legge. Prima si addormentava dopo venti pagine, ora legge per ore, lentamente.

Un giorno chiama Riccardo.

Mamma, papà dice che vive per conto suo.

È così.

Come state?

Ognuno a modo suo. Io, devo dire la verità, sto bene.

Silenzio.

State divorziando?

Non lo so, non ci ho ancora pensato.

Sei triste?

Sono sorpresa. Non triste.

Ok. Hai bisogno, chiama.

Anche tu. Non solo a Natale.

***

Una volta, però, Francesca resta ferma cinque minuti in cucina a guardare fuori dalla finestra.

Sta lavando la solita tazza della colazione e pensa: ventisei anni. Tantissimo. Più della metà della sua vita cosciente. E lì dentro cera stato di tutto, pure il bene. La prima casa rifatta col sangue sulle mani. Riccardo piccolo con le ginocchia sbucciate. La vacanza al mare, quindici anni fa: ridevano senza fermarsi per tre giorni, anche se non ricorda più il perché.

Tutto questo ormai è passato, come foto lasciate in un album.

Aspetta che la sensazione passi. Passa. Dopo qualche minuto.

Mettere la tazza a scolare, sistemarsi per lo yoga.

***

Entra in scena Eugenio per caso.

La vicina del piano sotto, signora Valentina, ottantenne dalla memoria di ferro e la lingua sciolta, chiede a Francesca se può aiutarla con una lampadina. Francesca la cambia, beve anche un tè con lei; proprio in quel momento arriva il figlio di Valentina, ma non quello previsto tra una settimana, un altro.

Si chiama Eugenio, vive in città, è passato per caso. Avrà quarantotto anni, barba curata, giubbotto nuovo, occhi stanchi di chi lavora sempre.

Mamma, sfrutti sempre i vicini? scherza vedendo Francesca con la lampadina.

Ha fatto tutto lei, replica la signora Valentina con tono regale.

Eugenio ringrazia.

Non avrei pensato che mia madre stesse al buio. Grazie mille.

Figurati, dice Francesca.

Dieci minuti di chiacchiera sulla porta. Scopre che anche lui lavora nelledilizia, in unaltra azienda. Lei gli dice che fa la contabile. Poi si salutano.

Tre giorni dopo, lui bussa a casa di Francesca, per ringraziarla ancora, portando cioccolatini.

Non doveva, protesta Francesca, ma li prende.

Posso entrare per un momento? chiede lui. Volevo fare una domanda su Stefano: mamma dice che lavorava negli acquisti, ho un dubbio su un fornitore

Francesca esita.

Stefano non vive più qui. Ma se vuoi ti do il suo numero.

Capisco, reagisce Eugenio con neutralità. Non importa.

Se ne va. Una settimana dopo la richiama. Ha risolto da sé, ma le propone un caffè, giusto tra vicini. Francesca ci pensa, poi accetta.

Vanno nella caffetteria allangolo. Parlano di lavoro, della madre di lui, del quartiere che cambia. Lui è affabile, ascolta, ride di se stesso prima di finire le battute.

Da tanto sei sposata? domanda a un certo punto, senza malizia.

Ventisei anni. O lo sono stata, ancora non è chiaro.

Capita, la prende comè.

Francesca apprezza.

Si rivedono, poi ancora. Nessuna fretta, solo telefonate gentili. A lei piace proprio questo, la mancanza di obblighi. Dopo ventisei anni, la libertà diventa come una finestra aperta in una stanza chiusa.

***

Intanto Stefano si scopre diverso. Si accorge, per esempio, che non sa più aspettare. Prima non ci pensava, le cose succedevano: cibo pronto, vestiti puliti, se qualcosa si rompeva, si aggiustava. Ora bisogna aspettare il bucato che asciuga, lacqua che bolle, o lidraulico che arriva. Aspettare di guarire da una febbre, da solo, sudato tra lenzuola spente, a bere pasticche con lacqua del rubinetto.

Oppure, non riesce a mangiare in silenzio. Per ventisei anni qualcuno era sempre lì a tavola: prima Riccardo, poi Francesca. Lei parlava o taceva, ma era un silenzio vivo. Ora, solo vuoto.

Così comincia a mangiare davanti alla TV.

Intorno alla terza settimana chiama Riccardo.

Ciao, figlio mio.

Ciao papà. Come va?

Bene. Lavoro. Sto su via Alberi.

Lo so, me lha detto mamma.

E come sta mamma?

Riccardo esita un attimo in più.

Sta bene. Dice che fa yoga, vede le amiche.

Stefano vacilla.

Non le manco?

Papà, Riccardo è cauto. Tu vuoi farmi dire che mamma soffre per te?

No, chiedo così.

Sta bene. Anche tu. È meglio così.

Stefano chiude, resta sul divano con una sensazione che non sa nominare. Non rabbia. Qualcosa di variabile, come andare in una stanza e non ricordare perché.

***

Il ventitreesimo giorno si ritrova in ascensore con una vicina che nota appena, una giovane donna di trentacinque anni, dal caschetto e lo sguardo allegro. Si presenta: Martina.

Sei nuovo qui? chiede.

Solo di passaggio, dice lui.

Separato?

Sì, insomma

Succede. Lei sorride. Quarto piano, dove cerano le tende color mostarda? Il padrone lì affitta solo a uomini soli. Dice che le famiglie sono troppo impegnative.

Martina vive al primo piano, lavora in una clinica veterinaria, ha un gatto e tante piante sul balcone. Una volta Stefano laiuta con le borse della spesa. Lei lo invita per un tè. Casa profuma di cannella, è calda e luminosa. Chiacchierano poco, ma Stefano pensa: qui è tutto in ordine, io invece ho i piatti sporchi da due giorni nel lavandino.

Si incrociano altre volte in ascensore, scambiano due parole vicino alle cassette postali. Non succede altro, né potrebbe. Stefano si sente come un pensiero lasciato a metà.

Un giorno lei chiede:

Rimani qui a lungo?

Non lo so.

Hai laria di uno che non ha ancora deciso dove andare.

Forse è vero.

Limportante è non restare bloccati troppo a lungo. Io dopo il divorzio sono rimasta ferma due anni, poi mi sono chiesta: perché?

Se lo segna dentro.

***

Al trentunesimo giorno va al mercato e compra fiori. Non cè un motivo, nessuna occasione: davanti ai crisantemi bianchi ricorda che Francesca ha sempre preferito quelli alle rosetroppo impegnative le rose, diceva.

Compra il mazzo, paga e va verso via dei Giardini.

Tutto il viaggio in metro stringe i fiori, la gente lo guarda: alcuni ridono, altri indifferenti. Pensa a cosa dirà, a come lei aprirà la porta, a quanto si stupirà e si emozionerà, perché in fondo ventisei anni non si cancellano così.

Appena arrivato, suona. Nota che il campanello è cambiato.

Dietro la porta sente voci: lei, poi un uomo, non lui.

Si blocca.

La porta si apre appena, catenella nuova. Spunta il volto di Francesca. Guarda lui, i fiori, resta impassibile.

Stefano.

Francesca, sono venuto.

Vedo.

Ho portato

Alza il mazzo.

Lei lo fissa, senza rabbia. Senza pianto, senza la scena che lui si aspettava.

Stefano, non apro.

Perché?

Ho cambiato la serratura.

Vedo. Ma perché?

Dietro passa una sagoma, unaltra voce. Lo segue con gli occhi.

Chi è?

Non ti riguarda, dice lei, semplicemente.

Aspetta ho capito tante cose.

Tipo?

Lui apre la bocca, richiude. Riapre.

Che con te stavo bene. Che ho sbagliato.

Lei tace, dietro la catenella.

Stefano, dice infine, piano. Hai capito che ti mancava il mio starci. Ma non hai capito perché. Pensi che ti manchi me, ma ti manca che qualcuno ti stirava le camicie.

Non è giusto.

Sarà, ma è vero.

Francesca, sono ventisei anni.

Lo so. Cè stato tanto di buono, sì. Ma non ne voglio altri ventisei così.

Non mi dai una possibilità?

Lei lo guarda a lungo.

Vuoi sapere la cosa più strana? Anchio ho iniziato a respirare. Anche io non ne potevo più, solo che non lo dicevo.

Stefano resta con i crisantemi.

Francesca.

Vai, Stefano. Chiedi a Riccardo come sta, parlaci, non di me, di te.

La porta si chiude, a scatto. Silenzio.

Stefano rimane lì, il mazzo sempre più basso, quasi a toccare terra. I crisantemi sono belli, non sanno che succede.

Nel pianerottolo solo silenzio. Dalla porta accanto arriva la TV.

Si dirige allascensore.

***

Premendo il pulsante, nello specchio dellascensore si vede: uomo col mazzo, giubbotto buono, un po sgualcito, viso stanco di chi ha appena perso qualcosao forse ha appena ricominciato.

Fuori, è già buio. Pochi passanti, i lampioni accesi. Stefano cammina verso la metro, coi fiori in mano.

Poi si ferma.

Vicino alla panchina cè una vecchietta che dà da mangiare ai piccioni. I piccioni si azzuffano ai suoi piedi.

Stefano si avvicina e poggia i crisantemi vicino a lei.

Li prenda, se vuole.

La donna lo guarda, poi i fiori.

Belli. Non li hanno voluti?

No.

Capita, riattacca a dar cibo ai volatili.

Stefano si allontana. La strada è sempre la stessa, i palazzi pure, la vita va avanti. Da qualche parte a Milano, Francesca ha chiuso la porta su di lui e ripreso la sua nuova serata, cheparele si addice.

Da qualche parte Riccardo torna a casa, e lui dovrà chiamarlo. Così, senza scuse.

Da qualche parte piatti sporchi sotto le tende color mostarda.

Prende il cellulare.

***

Poi, già in metro, guarda nel vetro scuro. Si vede solo il suo riflesso, smarrito e sbiadito.

Strana cosa, pensa. Solo strana e basta.

Il treno va avanti. Le stazioni si susseguono. Nel vagone un campionario di facce: giovani, vecchi, esausti, rinvigoriti, con borse, libri, cellulari. Nessuno fa caso a lui, ai crisantemi lasciati lì, ai suoi ventisei anni, alle porte chiuse.

Scende alla sua fermata. Sale le scale.

Laria è gelida, odora di neve che non cade ancora ma già si sente.

Sta lì, alza lo sguardo, scruta il cielo.

È scuro, normale.

Poi va verso casa.

***

Quella notte, verso le due, non dorme. Fissa il soffitto; le tende color mostarda chiudono la luce dei lampioni, il frigo brontola di tanto in tanto. Tutto come le ultime settimane.

Allimprovviso ricorda una cosa.

Otto o forse dieci anni fa, erano andati con Francesca dai suoi genitori fuori Milano. Sera sulla veranda, tè caldo, silenzio, dietro lorto il bosco buio. Francesca taceva, lui pure, ma era un silenzio buono, vivo, di chi non ha bisogno di parlare.

Aveva pensato: Ecco, sto bene.

Non lo aveva mai detto.

Laveva pensato e basta, poi dimenticato.

Adesso cerca di ricordare quando laveva pensato lultima volta. Non ci riesce.

Fuori comincia ciò che sembra neve, leggera, insicura. La prima dellanno.

In casa silenzio.

***

La mattina si alza, mette su lacqua per il tè e pensa che gli servono tazze nuove. Quelle dellappartamento hanno una crepa, scomode da bere.

Poi pensa che deve chiamare Riccardo.

Poi riflette sul lavoro: la rendicontazione trimestrale si avvicina e lui è rimasto indietro.

Poi ripensa a ciò che ha detto Francesca: anche lei aveva iniziato a respirare. Anche lei non ce la faceva più.

Non lo sapeva. O sapeva e non lo reputava importante. Lei cera sempre, sempre a fare ciò che serviva senza chiedere se le andava o no. Era parte di quella quotidianità che lui viveva come una gabbia; non aveva mai capito che forse anche lei ci stava stretta, solo che continuava a stirargli le camicie.

Il bollitore fischia.

Versa lacqua nella tazza sbeccata, mette il tè e si siede.

Ora la neve scende davvero, compatta, si posa sul davanzale e resta.

Stefano prende il cellulare, cerca Riccardo.

Poi lo mette giù.

Poi di nuovo lo prende.

Riccardo, ciao, sono papà. Chiamo senza motivo. Sei occupato?

No, Riccardo è sorpreso. Ciao papà, no, sono libero.

Come va?

Tutto ok. Al lavoro. Lì da voi nevica?

Ha appena iniziato.

Anche qui.

Stanno zitti per un momento. Un silenzio buono.

Papà, tu come stai?

Stefano guarda fuori. Neve, neve vera; eppure niente è chiaro adesso.

Mi sto orientando, risponde.

Ok, papà. Chiamami, se serve.

Lo farò. Anche tu, non solo a Natale.

Daccordo, dice Riccardo.

Si salutano. Stefano posa il cellulare, prende la tazza e finisce il tè. È buono.

Fuori la neve scende.

***

Nello stesso momento, dallaltra parte di Milano, anche Francesca guarda fuori dalla finestra. Ha una tazza di caffè in mano e caldo tutto attorno. Eugenio se nè già andato, non dorme mai lì; è una regola tacita: non serve correre.

Pensa a Stefano. Non con rabbia, né gioia: solo un pensiero per luomo con cui ha condiviso tanti anni. Lo rivede lì sulla porta coi fiori, spaesato, uno che la vita ha insegnato qualcosa ma, forse, non tutto.

Non è più arrabbiata. I primi giorni lo era, ma solo dentro; fuori manteneva la calma, dentro ribolliva in silenzio su tutte le cose invisibili e normali: lui non chiedeva mai come stava, lui si annoiava dalla routine che però aveva costruito lei, lui soffocava mentre lei non aveva nemmeno tempo di chiedersi come si sentiva.

Poi la rabbia è passata. È rimasta la fermezza.

Prende il telefono e scrive a Zita: domani si va a yoga? Zita risponde subito: lo aspettavo. Sì.

Francesca sorride, posa la tazza.

Fuori nevica anche lì.

***

Quella sera, Stefano chiama il padrone e chiede se può prolungare il contratto altri due mesi.

Certo, risponde il padrone. Paghi prima.

Stefano va al negozio casalinghi e compra tazze nuove, senza crepe. Due. Poi ci ripensa, ne prende una terza.

Passa al supermercato: pollo, cipolla, carote, patate. Trova su internet la ricetta della zuppa: quattro passaggi, lultimo dice salare a piacere.

Si ferma sul salare. Assaggia, aggiunge sale, riassaggia. È un po salata ma va giù.

Mette la zuppa in una ciotolaperché le tazze non vanno benee si siede.

Tutto tranquillo.

In quel silenzio, la zuppa è quasi buona.

***

La vita continua, senza spiegazioni. Francesca va a yoga e vede Eugenio, che non forza mai. Stefano resta su via Alberi, cucina, sente Riccardo, vede gli amici, che ora magari restano un po di più.

Non chiedono il divorzio, non cè una decisione precisa; è che sono stanchi, e basta.

Un giorno si ritrovano al supermercato di via dei Giardini, quello di sempre. Lui è davanti ai latticini, legge letichetta del kefir con serietà.

Lei si avvicina alle spalle.

Stefano.

Si gira. Si guardano. È dimagrito, gli occhi più lucidi.

Ciao Francesca.

Ciao. Ti vedo bene.

Anche tu.

Restano lì un momento.

Prendi kefir? chiede lei.

Sì, sto decidendo.

Questo è buono, indica una confezione.

Grazie.

La prende. Lei finisce la spesa, lui pure.

Alle casse stanno di fianco in code diverse. Pagano, escono quasi insieme.

Beh…, dice lui. Ciao.

Ciao, fa lei.

Lei prende a destra, lui a sinistra.

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